Thursday, July 29, 2010

Si alle nozze gay nella cattolica Argentina

Post di francescadorothy On luglio - 20 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Tra innumerevoli polemiche, un grande passo avanti per i diritti civili

di Francesca Penza

Cristina Fernández de Kirchner, Presidente dell’Argentina

Con una popolazione cattolica che supera il 90%, l’Argentina non risponde certo ai canoni che si immagina di riscontrare in un Paese all’avanguardia nel campo dei diritti degli omosessuali. Eppure da ora in poi lo Stato argentino riconoscerà i matrimoni omosessuali.

Il giorno decisivo, ore di tensione al Congresso, dentro e fuori. Nella piazza del Parlamento le associazioni cattoliche, con un seguito di circa sessantamila persone, hanno manifestato il loro disappunto, insultando i sostenitori della proposta di legge e intonando slogan come: Sodoma uguale Argentina e Voglio una madre e un padre.

Nell’aula del Senato, quindici ore di dibattito tra i due macro-schieramenti: da un lato i partiti ed i gruppi di sinistra – sotto l’egida del governo di Cristina Fernández de Kirchner – dall’altro, le organizzazioni cattoliche, naturalmente contrarie alla proposta.

Approvata a maggio dalla Camera dei Deputati, la legge ha riscosso il consenso del Senato con 33 voti favorevoli e 27 contrari, mettendo fine – almeno sulla carta – ad un lungo periodo di dibattiti sociali ed etici. L’adozione, l’accesso alla sicurezza sociale e al congedo famigliare sono le nuove possibilità aperte anche alle coppie omosessuali.

La nuova legge non fa altro che andare incontro ai cambiamenti della società argentina, ma non solo. Il diffondersi di nuovi modelli famigliari, che in parte esulano dai cinque tipi di famiglia indicati da Peter Laslett, ma che – per certi versi – sembrano esserne ulteriori specifiche, non può considerarsi avulso dalla realtà e, quindi, è fondamentale che vengano approvate leggi che tutelino le nuove – solo nel senso del riconoscimento – forme di unione.

Il matrimonio omosessuale è previsto in Belgio, Paesi bassi, Spagna, Portogallo, Canada, Sudafrica, Svezia, Norvegia, Islanda e in sei stati degli Stati Uniti, mentre alcuni paesi – Francia, Israele, Aruba, Antille Olandesi e lo stato di New York, negli States – non prevedono le nozze, ma le riconoscono nel momento in cui siano contratte in uno dei paesi in cui è possibile farlo. Altri paesi – come ad esempio la Tasmania, in cui dal 2003 le unioni gay sono riconosciute e dove presto sarà possibile convolare a nozze – stanno cercando la giusta via legislativa e sociale per affrontare questi mutamenti.

Il dibattito continua aspro e più che mai polemico, soprattutto in quei paesi dove il conservatorismo ed il cattolicesimo si impongono sul buon senso. Il retaggio storico e culturale impedisce a molti di vedere, anzi, di non vedere la supposta diversità. Certo la biologia – dal punto di vista prettamente riproduttivo – è un argomento a sfavore, ma la “schiera dei giusti” che definisce i gay degli invertiti e le loro unioni contro natura, dovrebbe riconoscere la necessità di una tutela anche per tutti gli omosessuali. Non dimentichiamo che, anche in un paese “evoluto” come l’Italia, le unioni omosessuali e le coppie di fatto continuano a sollevare polveroni mediatici e non solo.

Intanto in agosto a Buenos Aires sarà celebrato il primo matrimonio gay del paese di Evita Perón. La data ufficiale è il 13 agosto, ma in effetti dovranno trascorrere ventinove giorni dalla pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale, prima che sia effettivamente in vigore. Molti esultano, ma i commenti sui maggiori quotidiani argentini palesano una situazione ancora tesa, in cui emerge il malcontento ed il disgusto dei cattolici.

Foto: www.vanessamazza.org; www.flickr.com; www.wikimedia.org

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Premiazione da parte del direttore artistico Maurizio Costanzo. Tanti gli ospiti famosi. A fine serata paura per una donna. Ha rischiato la vita per la caduta di una lastra di ferro. Sequestrata la struttura e polemiche per l’annullamento dei biglietti

di Mario Zambardino

Si conclude dopo quattro giorni di eventi e spettacoli la XVesima edizione del premio Massimo Troisi. La manifestazione che ha visto comici in erba, cantanti giovani ma affermati e presentatori esperti ha avuto un seguito molto importante da tutta la provincia di Napoli.

Questi i vincitori dei quattro concorsi indetti in memoria di Troisi:

Premio alla carriera: Enzo Iacchetti;

Miglior attore/attrice comica: Floriana De Martino;

Miglior racconto comico: “Un condominio di gente dabbene” di Simone Achille Cerri;

Migliori cortometraggi comici: Ex- Aequo: “Tickets” di Marco Coppola  e “Se io fossi, nonostante ciò, addirittura sempre” di Pierfrancesco Borruto.

A premiare i vincitori sono stati il direttore artistico Maurizio Costanzo, insieme ai due presentatori, Manuela Arcuri e Massimo Lopez, che hanno intrattenuto l’arena Viviani di Villa Bruno.

Durante questi quattro giorni, San Giorgio non ha soltanto vissuto di comicità, ma anche di musica. Sono stati diversi i cantanti e cantautori che hanno partecipato alla manifestazione del compianto attore comico. Da Fabrizio Moro a Arisa fino a Pierdavide Carone, per la gioia di tutte le ragazzine presenti.

Discorso diverso per Gigi D’Alessio, al quale è stato riservato di eseguire un concerto intero. La serata  non verrà però ricordata per il tutto esaurito (molto lontano dall’essere raggiunto), ma per lo spiacevole incidente capitato a fine serata. Una donna infatti si è ferita al termine del concerto del celebre cantante partenopeo. Il folto pubblico stava andando via quando, per cause ancora da accertare, una lastra in acciaio nella parte alta della gradinata ha ceduto provocando la caduta della malcapitata.

In stato di choc è stata immediatamente soccorsa dal personale della Croce Rossa ed è stata portata all’ospedale “Loreto Mare” di Napoli. La signora inizialmente ha perso conoscenza per alcuni istanti, poi un’ambulanza l’ha trasportata nella struttura sanitaria dove le hanno diagnosticato una frattura al malleolo, lesioni alla schiena, contusioni e un trauma cranico. Ma le conseguenze potevano essere ben peggiori.

La tribuna da 1500 posti è stata posta sotto sequestro e tutti i biglietti venduti sono stati annullati. Quest’ultima decisione ha creato notevoli disagi all’ingresso di villa Bruno, visto che non tutti i possessori del biglietto erano a conoscenza di cosa era accaduto e molte persone avrebbero voluto assistere ugualmente all’ultima serata della manifestazione.

Foto: www.gaiacichiama.it; www.abruzzoblog.blogspot.com

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Basta alle chiamate commerciali indesiderate. Il registro, attivo tra tre mesi, darà agli utenti la possibilità di opporsi alle telefonate

di Redazione

Generalmente chiamano negli orari in assoluto più irritanti: appena ci si siede a tavola, a pranzo e cena, o subito dopo, quando arriva l’ora del riposino o ci si accomoda davanti la tv per un film in prima serata. E’ la legge che vige dentro i call center: chiamare i potenziali clienti quando si ha maggior probabilità di trovarli a casa, anche se questo significa ricevere pesanti insulti o cornette bruscamente staccate in faccia.

Un vero spam telefonico che può essere alquanto molesto. Per questo motivo è stato approvato un decreto legge, operativo tra 3 mesi, per evitare proprio questo genere di telefonate indesiderate. Gli abbonati che vorranno, e in maniera gratuita, potranno iscriversi ad una lista di utenze telefoniche contrarie alle chiamate del telemarketing selvaggio, evitando così di ricevere telefonate per scopi pubblicitari o commerciali. L’iscrizione si potrà effettuare via telefono chiamando un numero verde, tramite e-mail, modulo web o raccomandata, a indirizzi che però devono essere ancora resi noti.

Un provvedimento che in qualche modo cerca di porre fine al Far West degli ultimi due anni durante i quali il governo, con il decreto “mille proroghe”, ha permesso alle aziende di telefonare agli utenti anche senza il loro consenso, portando la stessa Commissione Europea ad aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per violazione delle norme comunitarie sulla privacy.

I dubbi però sono tanti. L’iscrizione del numero avverrà con tempistiche non certe e le sanzioni per i trasgressori sembrano essere irrisorie. Le chiamate indesiderate, inoltre, resteranno lecite fino a due mesi dopo la nascita del registro. Lo stesso Garante per la Privacy ha sollevato alcune critiche contro il registro in merito al potere deterrente delle sanzioni, mettendo in evidenza che gli utenti più anziani saranno tuttavia i meno tutelati dal registro.

Non resta che attendere il prossimo autunno per capire in che modo si evolverà la situazione e se davvero il registro contro il telemarketing molesto riuscirà a tutelare gli utenti dallo stress generato dalle chiamate sgradite.

Foto | via http://nuovosoldo.files.wordpress.com; http://geonatt.com

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Dopo il sisma le botte

Post di Nicola Gilardi On luglio - 8 - 2010 1 COMMENTO

Tensione durante la manifestazione romana degli aquilani. 3 feriti nello scontro con la polizia. Maroni: «Accerteremo le responsabilità»

di Nicola Gilardi

Le macerie a L'Aquila dopo il sisma

ROMA – Gli aquilani tornano a far sentire la propria voce. Questa volta hanno scelto di marciare per le vie della Capitale. Molte volte, però, sono stati bloccati dagli agenti di polizia e si sono verificati degli scontri. I feriti sono stati tre, non molti, ma sicuramente troppi per una manifestazione pacifica. A guidare il cortei c’erano il sindaco dell’Aquila Cialente e il deputato aquilano del Pd Giovanni Lolli.

IL CORTEO – Inizialmente doveva trattarsi di un sit-in in Piazza Santi Apostoli. Ma gli aquilani, giunti in massa con i pullman, non hanno voluto rimanere fermi, quasi confinati, nella piazza romana. Sono iniziate le trattative con le forze dell’ordine che hanno permesse un breve tragitto di strada lungo via del Corso. Alle 10 del mattino sono iniziate le forzature ai cordoni dei poliziotti che impedivano l’accesso ai Palazzi governativi. Poi lo sfondamento a via del Plebiscito e il corteo che raggiunge la residenza di Berlusconi.

GLI SCONTRI – Nonostante il tentativo di mediazione, la zona di Palazzo Chigi resta inaccessibile. In questo momento scoppia la violenza e la paura. La polizia reagisce alla pressione degli aquilani. Due ragazzi vengono colpiti alla testa e sanguinano vistosamente. La violenza dura poco. La manifestazione, infatti, è pacifica, composta anche da anziani. Attraverso i megafoni iniziano gli slogan: «A voi le pensioni d’oro e a noi le macerie», «Avviate la ricostruzione». C’è molta rabbia, un anno di frustrazione accumulata e l’oppressione di un futuro che non c’è.

Il ministro Maroni, dopo l’appoggio alle forze dell’ordine, ha dichiarato di voler verificare le effettive responsabilità degli scontri. «Sono sempre favorevole alle manifestazioni quando si svolgono pacificamente e senza violenze: voglio capire perché questa non è andata così, se ci sono responsabilità e da che parte» ha dichiarato.

LE RICHIESTE – Lo scopo della manifestazione è tanto semplice, quanto chiaro: ottenere gli stessi trattamenti delle altre popolazioni terremotate. Presto gli aquilani dovranno pagare le tasse non pagate dal giorno del sisma fino ad oggi. L’economia della zona è bloccata, il centro storico inaccessibile e moltissimi terremotati sono stati sradicai dal proprio territorio. Come è possibile ricominciare se tutto resta fermo?

Le prospettive non sono rosee. Dopo un avvio che faceva ben sperare, non sono seguiti i fatti. Le macerie continuano ad occupare la città e la ricostruzione non si avvia. Durante la giornata, comunque, un risultato è stato ottenuto: il dilazionamento dei pagamenti in 10 anni, non più in 5. Il Pd aveva anche chiesto che la cifra fosse decurtata fino al 40% del totale, ma non è stata accettata dal governo.

Intanto è iniziato lo scarica-barile relativo alle responsabilità relative alla ricostruzione. Berlusconi ha dichiarato: «Il mio compito è di garantire i finanziamenti, la legge affida la ricostruzione agli amministratori locali». La regione Abruzzo, però, ha circa 350 milioni di euro di debiti e gli 800 milioni di euro che dovrebbero essere presto stanziati si ridurrebbero a 450 effettivi per la ricostruzione. Troppi nodi da sciogliere.

Guido Bertolaso ha stimato che per la ricostruzione servano 10 anni e 10 miliardi di euro. Cifre importanti, soprattutto oggi che il Paese sta cercando tagliare i costi. In difesa dell’Aquila è arrivato anche l’appello di Bruno Vespa che ha detto: «La prima, ragionevole richiesta è di garantire un flusso di cassa effettivo di un miliardo di euro all’anno».

Intanto gli aquilani, ma anche i cittadini dei piccoli paesi vicini, anch’essi devastati dal terremoto, aspettano risposte. Dopo 1 anno e mezzo è giusto che queste arrivino.

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Resistere, oggi, significa permettere di raccontare

Post di francescadorothy On luglio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Piazza Navona, tra musica e testimonianze per lottare contro il ddl intercettazioni

di Francesca Penza

Roma – Il pomeriggio romano è stato caldo. Non solo per il cielo terso ed il sole cocente che sovrastavano piazza Navona, ma a causa delle migliaia di cittadini mossi dalla propria coscienza sociale e politica.

La Fnsi, l’Usig Rai, il Popolo Viola, la Cgl, l’Arci, Articolo 21, Libertà e giustizia, Il Popolo delle Agende RosseLibertà e partecipazione, poco avrebbero potuto se la piazza fosse stata vuota, se le aspettative fossero state deluse. Ma il popolo delle piazze non è venuto meno e ha dato vita ad un pubblico composto, ma partecipativo ed entusiasta.

Durante l’inno di Mameli – eseguito dall’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma – la gente si anima e canta, all’intervento di Patrizia D’Addario si indigna e fischia.

Applausi e approvazione alla dichiarazione di Beppe Giulietti: “L’oscuramento del diritto di cronaca e della legalità sarà l’oscuramento della questione sociale” e ancora “non dobbiamo cedere, ma usare forme di disubbidienza civile: trasmettere tutte le notizie di ingiustizia sociale”. È chiara la necessità di lottare e vincere insieme, dimenticando schieramenti e corporativismi.

Fiorella Mannoia fa appello alla coscienza civile dei finiani e chiede di non approvare la legge.

È Roberto Morricone a esporre una possibile retroattività della legge – eventualità del tutto incostituzionale – che metterebbe in pericolo le indagini, ancora in corso, relative a fatti avvenuti negli anni bui del terrorismo.

Obiettivo primario della nostra vita civile dovrebbe essere tramandare la memoria storica di chi è già sceso in piazza ed ha lottato, svilire i tentativi di far precipitare la democrazia italiana sempre più in basso. La situazione della libertà di informazione in Italia preoccupa anche Reporters Sans Frontières, che ci colloca al 49° posto – su 175 posizioni – della classifica stilata ogni anno (http://en.rsf.org/report-italy,111.html).

Una delle chiavi per il ripristino della libertà di informazione è la democrazia orizzonatale, per questo il movimento Move On – nato negli Stati Uniti, è stato determinante per la vittoria di Obama: attraverso mail, petizioni, incontri con i politici, i liberi cittadini riescono a fare pressione sul sistema determinandone i risultati – di Marco Quaranta si batte. Se necessario, se il ddl dovesse divenire legge, le piazze si riempiranno di nuovo dopo il 29 luglio.

Anche l’associazione Violaverso – la rete, appena nata, per il Popolo Viola – spinge per una forma di partecipazione politica e nel terzo punto del suo Manifesto (http://www.violaverso.org) si può leggere: “Violaverso è una comunità democratica incondizionatamente leale alla Costituzione Italiana”.

Il Popolo Viola, Move On, Violaverso confermano una tendenza sempre più marcata, anche e finalmente nel nostro Paese, a fare della rete un terreno fertile dove far attecchire nuove idee e proposte.

Sul palco anche i problemi dell’editoria nelle parole del presidente onorario di Media Cop Lelio Grassucci, per nulla tenero col ddl: “Impedisce il pluralismo ed è un tentativo di anchilosare il dibattito politico”.

Tante sono le associazioni intervenute per appoggiare la causa della libertà di informazione, ma anche per cercare visibilità all’interno di un evento di grande eco mediatica. Tra queste l’Associazione Culturale Altopiano di Navelli “Ardinia”, che si occupa di ripristinare la legalità e le attività produttive “sane” nei piccoli centri dell’aquilano, dove il sisma ha acuito una situazione già delicata per quanto riguarda la gestione e lo sfruttamento del territorio.

A parte la solita vetrina di politici – tra i tanti Veltroni, Bertinotti e Bersani – i più discreti artisti che lasciano la piazza quasi inosservati come Carla Fracci ed i giornalisti “in pausa” come David Sassoli, sul palco è un susseguirsi di volti interessanti. Fra tutti, quello di Ottavia Piccolo, che ha interpretato un brano dall’opera “Un ricordo di Anna Politkovskaja” – giornalista russa uccisa nel 2006 contraria al governo di Putin e famosa per i suoi reportage dalla Cecenia – del giovane autore Stefano Massini: “Quando hai una tessera politica non sei un giornalista, sei un portavoce”.

E poi la voce e la musica di Giovanna Marini con il Coro dei Benpensanti, che hanno proposto una ballata ironica, realistica e amara in cui tutta la gente in piazza si è identificata, unendosi al coro nelle battute finali del pezzo.

Roberto Saviano

Grande la sorpresa nel vedere Roberto Saviano raggiungere il centro del palco con Tiziana Ferrario – che ha gestito i tempi e moderato gli interventi per tutta la manifestazione -  la piazza è esplosa in un applauso stranamente “solenne”, ma caldo nello stesso tempo. “La privacy che si vuole difendere – dice Saviano – è quella del malaffare”. Ed esprime il suo parere, condivisibile, sulle macchinazioni dei piani alti: “Ci stanno spingendo a dire: tanto è tutto uno schifo – una chiavica, si dice al mio paese – questo è esattamente quello che vogliono”.

Si sofferma sul concetto di resistenza, sul significato della parola “forse abusata come la parola amore” e ne definisce nuovi contorni: “Resistere, oggi, significa permettere di raccontare” e quindi di rendere partecipi altre persone di quello che accade, che a loro volta faranno lo stesso con altri. Saluta il pubblico e termina il suo breve intervento quasi con ottimismo, o con rassegnata consapevolezza: “L’Italia potrebbe crescere solo se iniziamo a sognarla”.

I mezzi della criminalità organizzata sono tali e tanti che ridurre gli strumenti di investigazione è palesemente una riduzione della legalità e dei diritti dei cittadini. Il decreto proposto è classista, nella misura in cui tutela i veri colpevoli e costringe la giustizia ad accanirsi con le fasce meno protette. A puntualizzare questa situazione è stato il rappresentante dei sindacati delle Forze di Polizia che auspicano una collaborazione tra magistratura, stampa, polizia e cultura per difendere i diritti dei cittadini.

Nessuno ha dimenticato tutti i lavoratori in lotta: dall’Eutelia, da tre settimane in presidio permanente a Montecitorio e da 5 mesi in occupazione,  all’Insean – Istituto Nazionale per Studi ed Esperienze di Architettura Navale.

La disobbedienza civile resta la base da cui partire per una nuova democrazia che sia tutela della legalità, del diritto di informazione, del lavoro, della cultura.

Il teatro, il cinema, la letteratura – nella figura di diverse case editrici schieratesi contro la legge bavaglio – il giornalismo, le persone sono scese in piazza, si sono mobilitate, cercando di difendere i propri diritti, il proprio Paese, la propria Costituzione.

Recita l’articolo 54 della Costituzione della Repubblica Italiana: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”.

Foto articolo | via http://www.officinademocratica.ilcannocchiale.it; http://1.bp.blogspot.com; http://andreasferrella.files.wordpress.com

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Al via il No-Bavaglio Day

Post di francescadorothy On luglio - 1 - 2010 1 COMMENTO

Associazioni, partiti e gente comune in piazza. E la Fnsi conferma lo sciopero del 9 luglio

di Francesca Penza

Oggi in ventiquattro piazze italiane, da Nord a Sud, si svolgeranno le manifestazioni contro la legge-bavaglio, il famigerato ddl che minaccia libertà d’informazione e legalità.

È la nuova – ma non sarà di certo l’ultima – iniziativa del Popolo Viola affiancato dalla Fnsi, Cgl, Arci, Articolo 21, Libertà e giustizia, Il Popolo delle Agende RosseLivertà e partecipazione.

Il ddl intercettazioni – che riguarda le norme in materia di intercettazioni telefoniche, telematiche e ambientali e modifica la disciplina in materia di astensione del giudice e degli atti di indagine – ha sollevato notevoli polemiche in ambito politico, provocando schieramenti contrapposti all’interno della stessa maggioranza, oltre all’indignata preoccupazione di giornalisti e comuni cittadini.

Il decreto – presentato alla Camera il 30 giugno 2008 e approvato l’anno successivo – il 10 giugno di quest’anno è passato al Senato con alcune modifiche ed è ora in attesa della nuova approvazione alla Camera, che rappresenterebbe l’ultimo passaggio necessario perché il decreto divenga effettivamente legge.

Le intercettazioni si sono rivelate, nel corso degli anni, uno strumento fondamentale nelle indagini più importanti che hanno segnato il nostro Paese. Privare la magistratura di questo strumento e impedire alla stampa di riportare notizie sullo svolgimento delle indagini mina il diritto alla libertà di informazione, e quindi quello dei cittadini di essere informati, oltre a  rappresentare una grave degenerazione del concetto di legalità in Italia.

La frase spesso pronunciata da chi si batte contro il bavaglio è :« Intercettateci pure. Non abbiamo niente da nascondere» la sfilata di fotografie di volti e post-it – divenuto il simbolo del bavaglio – che ha invaso il web nell’ultimo periodo, da YouTube alla galleria fotografica de La Repubblica on-line, diverrà una sfilata di persone vere oggi, in tutto il nostro Paese e anche in due piazze all’estero: Parigi e Londra.

A Roma, in piazza Navona, interverranno sul palco Franco Siddi, segretario della Fnsi, e Tiziana Ferrario. I temi previsti saranno tutti quelli che da sempre lasciano gli italiani perplessi, i casi irrisolti, i nostri misteri. Da Ustica al G8, attraverso l’arte e la cultura, anch’essi penalizzati a causa dei tagli del Governo, pur essendo colonne portanti del nostro Paese.

Tutti gli appuntamenti di oggi sono sul sito http://violapost.wordpress.com, blog ufficiale del Popolo Viola.

Foto via: www.matteobertelliillustrazioni.blogspot.com; www.noberlusconiday.org; www.politikos.it

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Mafia: pena ridotta a 7 anni per Dell’Utri

Post di Nicola Gilardi On giugno - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Confermata la sentenza del primo grado ad eccezione del periodo successivo al ’92. Delusione per il procuratore generale Gatto. Dell’Utri: «Sentenza pilatesca»

di Nicola Gilardi

Marcello Dell'Utri, senatore Pdl

La seconda sezione della Corte d’Appello di Palermo ha condannato Marcello Dell’Utri a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Dopo sei giorni in camera di consiglio, i giudici hanno rigettato la richiesta del pg Nino Gatto che voleva 11 anni per il senatore del Pdl. La pena è stata ridotta rispetto al primo appello, quando la condanna fu di 9 anni.

«È una sentenza pilatesca – ha commentato il senatore – hanno dato un contentino alla procura palermitana – ha aggiunto – e una grossa soddisfazione all’imputato, perché hanno escluso tutto ciò che riguarda le ipotesi dal 1992 in poi» tornando poi ad esaltare la figura di Mangano definito come «eroe». Poi una stoccata al procuratore generale: «Cercherò il procuratore Gatto e gli farò le condoglianze».

La sentenza ha confermato la decisione presa nel primo grado di giudizio per il periodo precedente al 1992, ma dopo Dell’Utri non può essere incriminato per associazione mafiosa in quanto il fatto non sussisterebbe. La Corte non ha tenuto conto delle rivelazioni fornite dai pentiti Gaspare Spatuzza e Nino Giuffrè che si riferiscono a dopo il ’92.

Ad essere riscritta è stata la parte relativa alla presunta trattativa fra l’organizzazione mafiosa e Marcello Dell’Utri alla vigilia di Forza Italia. La Corte ha provato che il senatore ha intrattenuto stretti rapporti con gli uomini del boss Stefano Bontade e con gli uomini dei successori, cioè Totò Riina e Bernardo Provenzano fino alle stragi del 1992, ma nel successivo periodo non è stata provata nessuna frequentazione.

Il pentito Gaspare Spatuzza

«Sono profondamente deluso» ha commentato il procuratore Gatto. «Processualmente parlando, Dell’Utri non ha favorito la mafia. Ma questo non vuol dire affatto che ciò non possa essere accaduto in natura. Bisognerà piuttosto leggere le motivazioni della sentenza per capire i motivi che hanno spinto la corte a prendere questa decisione. Forse perché le affermazioni di Spatuzza non sono state ritenute attendibili, o perchè le prove portate dall’accusa sono state considerate infondate, o perchè sono mancati i riscontri».

Sull’ipotesi che l’indagine relativa alla trattativa fra Stato e mafia sia totalmente fallita il procuratore generale è stato prudente: «Non parlerei affatto di tomba, ma ripeto, occorrerà leggere attentamente le motivazioni per comprendere questa decisione».

Anche il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, ha commentato la sentenza. «Mi sorprende il fatto che Dell’Utri esprima soddisfazione per una condanna a 7 anni per un reato gravissimo, mi preoccupa che si parli di una realtà rovesciata. Considero più che soddisfacente la sentenza perché si conferma in pieno l’impianto accusatorio della Procura. Comunque leggerò le motivazioni per capire bene il motivo che ha spinto i giudici della Corte d’Appello ad assolvere Dell’Utri per i reati commessi a partire dal 1992. In realtà il periodo dal ‘92 nella sentenza di primo grado occupava solo il 15% dell’intera sentenza».

Nei prossimi giorni verranno pubblicate le motivazioni della sentenza. L’aspettativa è molta perché si potra capire in che modo sono state valutate le rivelazioni dei pentiti, giudicate ben fondate dal pg Gatto.

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Google ritorna in Cina

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 29 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il Vice Presidente : « Gli utenti di Google non verranno più reindirizzati sul sito di Hong Kong. Basta alla censura. Rimarremo fedeli al nostro impegno »

di Silvia Nosenzo

Pechino – «  Dopo il lancio di Google.cn, il nostro motore di ricerca nella Cina continentale, abbiamo fatto del nostro meglio per facilitare l’accesso alle informazioni, piegandoci alle leggi del Paese. Non è stata affatto una cosa facile, soprattutto dopo che abbiamo annunciato nel mese di gennaio di porre fine alla censura su google.cn ».

Un cambio di strategia per il Google cinese dunque: il colosso americano ha infatti dichiarato di voler smettere di reindirizzare gli utenti verso il suo sito di Hong Kong, come ha fatto dall’inizio dell’anno, per non sottomettersi più alla censura di Pechino.

Google, dopo un lungo braccio di ferro con il governo cinese si era trasferito a Hong Kong, reindirizzando automaticamente gli utenti che si connettevano al sito cinese google.cn al sito google.com.hk.

«Nei prossimi giorni accoglieremo i nostri utenti cinesi su una nuova pagina», ha dichiarato il Vice Presidente di Google David Drummond sul blog ufficiale della mutinazionale, senza però precisare se il gruppo sarà nuovamente sottomesso alla censura cinese.

Questa nuova pagina, che offrirà un link al sito di Google Hong Kong, « consentirà agli utenti di fare ricerche su Internet o di continuare a utilizzare i servizi di google.cn come la musica o la traduzione senza filtro », ha aggiunto Drummond.

«  Questo approccio – ha sottolineato il Vice Presidente – ci permette di rimanere fedeli al nostro impegno e di non censurare i risultati ottenuti su google.cn. Dà inoltre agli utenti l’accesso all’insieme dei nostri servizi a partire da una nuova pagina ».

« Questa decisione si può spiegare con la cessazione, il 30 giugno, dela licenza accordata a Google per operare nella Cina continentale », precisa Drummond, sottolinenando che la decisione di indirizzare gli utenti verso l’antica colonia britanica è stata giudicata «inaccettabile» dai responsabili cinesi.

« Se continuiamo a reindirizzare gli utenti, la nostra licenzza ICP non sarà rinnovabile. Senza di essa, noi non possiamo tenere aperto un sito commerciale come Google.cn, altrimenti Google sarebbe effettivamente oscurato in Cina ».

L’Afp ha contattato un portavoce di Google Cina, Marsha Wang, che ha ulteriormente motivato la decisione di aprire una nuova pagina, spiegando che ormai gli utenti non sarebbero più trasferiti automaticamente verso Hong Kong, ma che dovrebbero farlo manualmente.

Da parte sua, però, il portavoce del ministro cinese degli Affari Esteri Qin Gang ha spiegato di non essere al corrente della decisione di Google, riaffermando la posizione del suo Paese sulla questione.

« Vorrei sottolineare – ha dichiarato Qin Gang -  che il governo cinese incoraggia le aziende straniere in Cina che operano nell’ambito della legge ». Una dichiarazione che lascia molti dubbi sulla disponibilità di Pechino a riaccogliere Google.

Foto via: http://www.zamaanonline.com/images/google-china-bear-flowers.jpg

http://advocacy.globalvoicesonline.org/wp-content/uploads/2009/06/google-china-past.jpg

http://d17revodemtrnq.cloudfront.net/674×281/s_v/Tianamen2549947551_334db835ae_b.jpg

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Trent’anni dopo la strage di Ustica

Post di francescadorothy On giugno - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il 27 giugno 1980 il DC9 partito da Bologna esplode al largo di Ustica. 81 persone perdono la vita. La domanda è sempre la stessa: “Chi lo ha abbattuto?”

di Francesca Penza

I resti del DC9

Dalla sentenza-ordinanza del Giudice Istruttore Rosario Priore: “Ad ore 18.58 riferiva – è l’ultima delle comunicazioni da bordo – alla torre di Palermo, che comunica le condizioni del vento, la pista, il Cavok e la temperatura. Ad ore 18.59’45”, secondo le registrazioni di Roma Ciampino, l’ultimo segnale secondario del transponder, corrispondente alle coordinate 39°43’ Nord e 12°55’ Est, mentre l’aeromobile era livellato a quota FL250 e stabilizzato sulla rotta assegnata.”

Sono gli ultimi secondi e le ultime certezze del DC9 Itavia decollato da Bologna alla volta di Palermo e ingoiato dagli eventi tra Ponza e Ustica.

Ieri giornali e telegiornali hanno dedicato intere pagine alla vicenda, riproponendo il crogiuolo di insinuazioni, processi, sentenze, tracciati radar e domande. Trent’anni di domande ancora senza risposta.

La cosa certa è che questa è una storia piena di ambiguità che iniziano con il ritardo nelle operazioni di recupero la mattina del 28 giugno e proseguono nei giorni, nei mesi e negli anni successivi, alimentando perplessità e confusione ogni qual volta le conclusioni dei collegi peritali sono giunte ad escludere una possibile causa dell’incidente.

La notizia ripresa dalla stampaLe ipotesi che via via sono state prese in esame sono quattro:

-          cedimento strutturale. Ufficialmente esclusa il 16 marzo 1982 dalla perizia di una Commissione d’Inchiesta Ministeriale. La compagnia Itavia è stata per lungo tempo accusata di mantenere in operatività aeromobili definiti “carrette dell’aria”, accusa che si rivelò, in seguito, del tutto infondata: nel 1981 il ministro dei Trasporti Rino Formica revocò all’Itavia la Concessione dei servizi di linea, la compagnia divenne insolvente e nel luglio dello stesso anno passò in Amministrazione Straordinaria e venne liquidata. Gran parte dei vettori impiegati dall’Itavia furono acquistati da altre compagnie, revisionati e  rimessi in servizio;

-          abbattimento per quasi collisione con un altro velivolo. Esclusa dalla stessa perizia che dissolse i dubbi relativi ad un cedimento strutturale;

-          esplosione interna. Ipotesi sostenuta da Giovanni Spadolini, ministro della Difesa, sulla base di una perizia di un esperto esplosivista dell’Aeronautica Militare del gennaio 1989: il perito sostenne di aver rinvenuto tracce di esplosivo T4 su alcuni reperti rinvenuti in mare. La Commissione istituita da De Mita nello stesso anno avvalorò la tesi del missile, ma non escluse completamente la bomba a bordo. Nel 1990 i cinque periti della Commissione si dividono: due sostengono l’ipotesi dell’esplosione e tre l’ipotesi missile. Quattro anni dopo anche i periti di parte degli Ufficiali dell’Aeronautica incriminati sostennero la deflagrazione di un ordigno a bordo dell’aereo;

-          abbattimento per missile. Rimane l’ipotesi più probabile. Fu considerata già nel 1980 all’apertura dell’inchiesta di Roma da parte del Pm Giorgio  Santacroce: il 25 novembre 1980 John Macidull, esperto del National Transportation Safety Board, riconobbe un altro aereo, un caccia, sul tracciato radar. Nel 1982, durante un servizio della BBC “Murder in the sky”, Macidull ripropose le sue conclusioni appoggiato da un esperto del Pentagono, John Transue che suppose potesse trattarsi di un MiG 23 o di un MiG 25 libico.

Le rivelazioni di Cossiga del 2007 e del 2008 sembrano aver definitivamente confermato l’ipotesi dell’abbattimento, certo accidentale, a causa dell’impatto con un missile. Già le note conclusive dei periti radaristici lette da Priore nel 1999 presentano una situazione del tutto compatibile con l’ipotesi missile:

“L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione militare di intercettamento, il DC9 è stato abbattuto”.

Difficile non cedere alla tentazione di definire la vicenda “intrigo internazionale”: dietro la scaramuccia aerea causa dell’incidente ci sarebbe il tentativo di eliminare Gheddafi. Francia, Stati Uniti e persino l’ex Unione Sovietica sembrano coinvolti a vario titolo.

Suicidi e morti inspiegabili, tra cui l’incidente delle Frecce Tricolore presso la base Nato di Ramstein, silenzi intimati, tracciati radar scomparsi, rapporti personali tesi tra due personaggi di rilievo della Compagnia e dello Stato, dichiarazioni ambigue di leader politici, un MiG schiantato sulla Sila, queste sono alcune tessere del mosaico della tragedia di Ustica.

Per ricostruire tutta la storia e gli eventi collaterali servirebbe uno studio meticoloso della Sentenza-ordinanza, delle requisitorie dei Pm, delle perizie, delle sentenze di vario grado e anche in questo modo il risultato sarebbe una frustrante confusione.

È questa la sola verità incontestabile: la frustrazione di trent’anni di ricerche e di speranze e di delusione negli sguardi dei parenti e degli amici, ma anche di chi vuole solo delle risposte.

Parenti delle vittime

Ieri tutti hanno ricordato quello che è successo, hanno sollevato domande e obiezioni guardando il telegiornale, si sono lanciati in speculazioni su quanto sia realmente successo. Ma è già ieri e oggi quelli che si fanno ancora domande sono pochi, sono i parenti delle 81 vittime che cercano di non far cadere nel dimenticatoio non solo la morte dei loro cari, ma anche una fetta di storia, che si impegnano anche perché la bellezza e l’arte servano a portare avanti la lotta.

“Riteniamo che l’intera verità sia dovuta non soltanto ai parenti delle vittime, cittadini italiani innocenti, ma alla dignità stessa della Nazione. Chiediamo con forza che ogni sostegno sia dato alle indagini che la Magistratura sta conducendo; in particolare vogliamo che Stati amici e alleati sentano quanto sia forte l’impegno per la verità di tutto il Paese”.

Sono le parole di presentazione della rassegna “Arte. Fiore della Memoria” e “Il Giardino della Memoria” (il programma è consultabile sul sito http://www.ilgiardinodellamemoria.it/), scritte da Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Parenti delle Vittime della Strage di Ustica. Parole che, con risolutezza, chiedono impegno, non solo ieri, ma oggi e domani fino a che non saranno sciolti gli ultimi nodi.

Ora non resta che aspettare la rogatoria internazionale che porterebbe la Francia a collaborare apertamente con il Governo italiano, come fatto presente dal portavoce del Ministero degli Esteri francese Bernard Valero, in seguito alle dichiarazioni che ricondurrebbero ad un aereo francese la responsabilità dell’incidente del DC9 Itavia.

Foto | via http://tifeoweb.it, http://www.corriere.it

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Guerra in Iraq: «Fregatene dei bambini»

Post di SabinaS On giugno - 25 - 2010 2 COMMENTI

Sembra la trama di un film, ma i racconti dei militari Usa sono purtroppo molto reali. E c’è chi non vuole tacere e paga con la clandestinità la divulgazione delle verità scomode intorno a questa guerra

di Sabina Sestu

Julian Assange

Julian Assange è un ricercato. Il delitto da lui commesso è la divulgazione di verità scomode. Verità che potrebbero mettere in crisi i rapporti diplomatici e sconvolgere gli equilibri geopolitici mondiali. Ad aver messo una taglia sulla testa di Assange è il Pentagono. Il giornalista australiano è il fondatore del sito http://wikileaks.org/, specializzato nella divulgazione di notizie “top-secret” e il suo informatore  sarebbe un giovane analista militare, Bradley Manning, che avrebbe scaricato le decine di migliaia di pagine di fascicoli riservati del Dipartimento di Stato. Tra le tante pagine pubblicate in Wikileaks, in cui si da voce anche ai protagonisti di questo film dell’horror, si parla di una cruenta giornata del luglio 2007.

«Mi sta prendendo in giro? Vuole che uccidiamo donne e bambini per le strade?», a porre questa domanda è stato uno dei protagonisti dell’eccidio che si è compiuto nella periferia di Baghdad, Ethan McCord. «È stata una carneficina assoluta – ha ricordato McCord accorso con la fanteria dopo il massacro – non avevo mai visto nessuno colpito da un calibro 30 prima di allora e francamente non ho voglia di vederlo ancora. Sembrava una scena irreale uscita da un brutto film horror di serie B. Quando questi proiettili ti colpiscono esplodono [...] ho visto persone con la testa spaccata in due, le interiora penzolanti fuori dal loro corpo e gli arti mancanti».

A compiere questo scempio sono stati due elicotteri Apache armati di tutto punto con l’obiettivo di uccidere chiunque si trovasse per strada, in modo totalmente indiscriminato. Era la nuova SOP (procedura operativa standard). «Smettila di preoccuparti di quei maledetti bambini e inizia a lavorare per la sicurezza», è l’ordine urlato dal capo plotone ad un soldato che aveva commesso “l’imperdonabile errore” di agire da uomo. «I soldati non sono droni senza testa – afferma oggi McCord con estrema sollecitudine – hanno sentimenti e provano emozioni. Non si può semplicemente farli uscire e fargli fare qualcosa senza dirgli: è per questo che lo stiamo facendo». L’attacco era stato pianificato per stanare terroristi, ma una volta a terra i soldati americani hanno trovato almeno 12 civili morti fra cui due giornalisti iracheni della Reuters.

«Ho sentito le grida di un bambino – ha continuato a raccontare McCord – non erano grida di agonia, era più il pianto di un bambino piccolo terrorizzato. Quando ho ispezionato il furgone ho visto una bambina piccola, circa tre o quattro anni. Aveva una ferita alla pancia e pezzi di vetro nei capelli e negli occhi. Accanto a lei c’era un ragazzo di circa sette o otto anni che aveva una ferita sul lato destro della testa. [...] Ho presunto che fosse morto, non si muoveva. Accanto a lui c’era il padre. Era curvo di lato, quasi in modo protettivo, come a voler fare scudo sui propri figli. E si capiva che era stato raggiunto da un calibro 30 in pieno petto».

«Ho pensato che fossero morti – ha proseguito Ethan – ma qualcosa mi ha detto di tornare indietro. In quel momento ho visto il ragazzo muoversi e respirare affannosamente. Così ho urlato: “Il ragazzo è vivo”. L’ho afferrato e cullato tra le mie braccia mentre gli ripetevo: “Non morire, non morire”. Dopo il soccorso e il salvataggio è giunto l’ordine perentorio di non pensare “a quei fottuti bambini” e, ancora, “non comportarti come una femminuccia ma come un soldato”». A tre anni di distanza da quel massacro Ethan McCord, ormai ex marine, è tornato a casa dai suoi due bambini e soffre di PTSD (disturbo post-traumatico da stress). Insieme al suo ex commilitone Josh Stieber ha scritto una lettera alla madre dei due bambini che ha salvato per chiederle scusa.

Ethan McCord

La donna, Ahlam Abdelhussein Tuman, di 33 anni, ha risposto: «Posso accettare le loro scuse, perché hanno salvato i miei figli e se non fosse per loro, forse i miei due bambini sarebbero morti». «Quando chiudo gli occhi vedo quello che è successo quel giorno e molti altri giorni come una proiezione di diapositive nella mia testa – racconta l’ex marine – quei fetori tornano da me. I pianti dei bambini tornano da me. La gente che guida questa grande macchina da guerra non ha a che fare con questo. Vivono nei loro palazzi da 36 milioni di dollari e dormono bene la notte». «Non si tratta di repubblicani o democratici, si tratta di soldi – ha concluso McCord – c’è qualcosa che giace sotto di essa [la guerra] per cui tanto i repubblicani quanto i democratici vogliono tenerci in Iraq e in Afghanistan».

In Islanda proprio in questi giorni si è votata una legge, promossa dallo stesso Assange, che tutela il giornalismo d’inchiesta e la pubblicazione anonima delle notizie considerate scomode. Speriamo che tale legge sia ampiamente condivisa e approvata dalla maggior parte dei paesi “civili”. Perché solo conoscendo la verità si può cambiare il mondo.

Foto via | www.nexuslex.files.wordpress.com; www.soldierwall.com

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I poliziotti ceceni utilizzano la disciplina americana del ‘paintball’ sparando vernice sulle donne che si mostrano per strada senza il velo.

di Silvia Nosenzo

Donne cecene

A Grozny, capitale cecena, si spara vernice contro le donne che non indossano il velo. Non si tratta di un fatto isolato o di un rituale carnascialesco: negli ultimi mesi, di episodi del genere se ne contano almeno dodici.

“Una vettura con a bordo degli uomini in uniforme militare ha rallentato e si è avvicinata a noi. Uno degli uomini a bordo ha cominciato a filmarci col suo cellulare, e quando la vettura si è allontanata ci siamo accorte che i nostri vestiti erano coperti di vernice”, ha raccontato una delle vittime. Ma narrazioni simili sono state fatte alla Reuters anche da altri testimoni.

Polizia cecena

Perché tutto questo? Secondo gli attivisti per i diritti umani, e in particolare il movimento Memorial, le aggressioni da parte della polizia deriverebbero da un preciso ordine di Ramzan Kadyrov, il presidente ceceno, che vorrebbe imporre la legge islamica sul velo nel Paese. Secondo le fonti, Kadyrov sarebbe stato autorizzano da Mosca a far sparare vernice contro le donne che camminano per la strada a volto scoperto, nonostante ciò sia contrario alla costituzione russa, in cambio dell’impegno a mantenere la calma nella regione separatista.

La tecnica usata dai poliziotti per colpire le donne rappresenta l’ultima frontiera del ‘paintball’, la disciplina sportiva americana in cui si elimina l’avversario colpendolo con palline di gelatina piene di vernice colorata.

Foto | via http://it.peacereporter.net; http://it.peacereporter.net

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Navi da guerra americane attraversano il canale di Suez

Post di Silvia Nosenzo On giugno - 23 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Suez: navi da guerra americane attraversano il canale e vanno incontro alle inbarcazioni umanitarie iraniane. L’obiettivo, assicurarsi che non trasportino armi nucleari

di Silvia Nosenzo

Mappa dell'area del canale di Suez

Undici navi da guerra e una portaerei americane, più un’unità navale israeliana, hanno attraversato venerdì scorso il canale di Suez, dirette verso il Mar Rosso.  Con i suoi 5000 militari a bordo, questa flotta rappresenta l’armata più grande che abbia navigato nel canale negli ultimi anni.

La notizia è stata diffusa dal giornale israeliano Al-Quds Al-Arabi. Secondo il report, non solo l’Egitto avrebbe dato il permesso al passaggio delle navi, ma avrebbe anche dispiegato migliaia di soldati lungo il canale di Suez, per controllare che lo spostamento della flotta avvenisse senza problemi. Intanto, in Egitto, scoppia la polemica: molti esponenti dell’opposizione, infatti, hanno criticato il governo per aver cooperato con gli Stati Uniti e le forze israeliane, permettendo alle navi di passare attraverso le loro acque territoriali.

Il governo egiziano si difende affermando di aver acconsentito al passaggio per permettere agli americani di controllare la flottiglia iraniana carica di aiuti umanitari diretta a Gaza, assicurandosi che non trasporti armi nucleari. D’altronde, il governo di Mubarak sottolinea che gli accordi internazionali richiedono che l’Egitto mantenga il canale di Suez aperto anche alle navi da guerra. L’opposizione, tuttavia, ha dichiarato di considerare l’evento come “l’implicazione egiziana in uno scandalo internazionale”, e ha aggiunto che “non resterà con le braccia incrociate mentre il Paese permette a una flotta militare statunitense e israeliana di passare”.

Aiuti umanitari

Secondo il settimanale americano Newsweek, le autorità egiziane potrebbero bloccare le navi iraniane per settimane, usando cavilli tecnici come richiedere che tutti i documenti ufficiali vengano tradotti dal farsi in arabo. Il sito del giornale riporta anche che le navi iraniane dirette a Gaza non dovrebbero rappresentare un pericolo, in quanto meno prestanti rispetto al resto della flotta di Teheran,  e che Ahmadinejad avrebbe anche rinunciato a farle scortare dai Guardiani della Rivoluzione.

Il Jerusalem Post ha anche posto l’attenzione su altre due navi, questa volta libanesi, che dovrebbero partire nei prossimi giorni alla volta di Gaza. Israele ha già avvertito il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon che, se necessario, userà la forza per fermare le imbarcazioni, una delle quali con a bordo settanta donne vicine ad Hizb Allah.

Foto | via http://members.home.nl; http://dover.idf.il; http://www.google.it

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Questa volta la Rai colpisce la Gialappa’s

Post di Chantal Cresta On giugno - 19 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il comico Santin si ritira dal programma radiofonico “Grazie per averci scelto”, a causa dell’ultima sconsiderata azione della dirigenza statale

di Chantal Cresta

TVMILANO – Brutti tempi per Mamma Rai e tempi ben più brutti per i suoi conduttori che, pur portando ascolti e chares, si ritrovano in mezzo ad una strada.

L’ultima vittima della poco lungimirante direzione Rai è Marco Santin, meglio conosciuto dai fan come uno dei tre della Gialappa’s band che, con la co-conduttrice Nicoletta Simeone, recentemente ha lasciato la trasmissione radiofonica Grazie per averci scelto, in onda su Rai Radio2. Motivo: una malaugurata frase.

I FATTI – Poco più di una settimana fa, in diretta Rai, Santin ha commentato: “A proposito di Mondiali, la Gialappa’s band sarà in diretta su Radio Deejay con un programma dalle 13 alle 14 del pomeriggio e alla sera commenteremo le partite su Rtl”. Poche battute, dunque, pronunciate dallo show man in buona fede ma sufficienti per essere accusato dal direttore di Radio 2, Flavio Mucciante, di pubblicità “occulta” sulle reti pubbliche. Risultato? Iconduttori hanno chiuso il programma e salutato gli ascoltatori. La querelle, però, non è terminata poiché Santin rischia di essere oggetto di una possibile azione legale da parte dell’azienda.

Gli ascoltatori, privati del loro programma, non hanno fatto attendere le critiche: su Facebook non mancano i gruppi di sostenitori della trasmissione. Molti minacciano scioperi radiofonici e tutti protestano contro Mucciante denunciando la “censura” e “l’epurazione” che la dirigenza radio sta operando ai danni dell’audience. Il punto di vista  del comico, invece, è più concreto ma altrettanto amaro. Secondo Santin, i rapporti tra la Gialappa’s e Mucciante sono sempre stati tesi e il direttore non ha mia perso occasione per ostacolare il lavoro del trio. Questo sembra essere accaduto in occasione dei Mondiali, quando la Gialappa’s di Gherarducci, Taranto e Santin, appunto, avrebbe dovuto tenere uno “speciale” di commenti sportivi su Radio Rai poche settimane prima dell’avvio dei giochi. Il direttore – a dire di Santin – avrebbe impedito il programma. Simile la vicenda della cancellazione di Mai dire Sanremo che i tre comici erano in procinto di fare durante l’ultimo Festival della canzone. Dieci giorni prima dell’inizio, il loro compenso è stato tagliato del 90%. Il direttore si è limitato a liquidare la faccenda come una mera questione di budget: “Le richieste economiche della Gialappa’s non sono più compatibili con la politica di contenimento dei costi in atto alla Rai”.

LA SITUAZIONE –  Che si tratti di censura o di mobbing, resta il fatto che la trasmissione di Santin e Simeone era una delle più apprezzate e seguite dal pubblico italiano, tanto da meritare il quarto posto nella lista Audiradio. Per di più, il taglio cade in un difficile momento per i palinsesti Rai ed è la TV d’informazione a soffrire i maggiori scossoni di scelte poco meritocratiche e decisamente politicizzate. Così, se la coppia Fabio Fazio – Roberto Saviano con il loro Vieni via con me sembrano essere riusciti a strappare il nulla osta per la prossima stagione, altri programmi storici e con alti gradimenti di ascolto sono stati ridotti o eliminati senza troppi complimenti. Parla con me di Serena Dandini, pare, sia passato da quattro a tre serate per lasciare posto ad approfondimenti sui 150 anni dell’Unità d’Italia. Peggio per il programma satirico di comunicazione multimediale Glob – L’osceno del Villaggio di Enrico Bertolino, tagliato in toto. Stessa sorte per un’altra colonna della TV pubblica, Mi manda Rai 3 di Andrea Vianello sostituito, sembra, con uno show serale presentato da Pippo Baudo. E la lista continua: cancellazioni e ridimensionamenti che coinvolgono alcuni tra i programmi più seguiti. Gli stessi che offrono ancora al pubblico un motivo per pagare il canone.

Il Cavallo Rai situato in via Mazzini

Sarebbe, dunque, bene avvertire il Cda statale che una politica miope, spendacciona, poco attenta al pubblico e smaccatamente clientelare, non può che mettere la Rai nella medesima situazione nella quale si è trovata Alitalia non troppo tempo fa: sommersa di debiti e destinata al naufragio. Due condizioni che ancora pesano sulle tasche degli italiani. Il servizio pubblico è ancora in tempo per reagire.

Foto: http://www.sxc.hu; http://www.ilgiornale.it; http://www.digital-sat.it


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Tutta la verità su Pomigliano

Post di Francesco Guarino On giugno - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

È rimasta solo l’estrema sinistra accanto alla FIOM, il sindacato autonomo dei metalmeccanici che si rifiuta di firmare l’accordo sottoscritto da tutte le altre sigle. Possibile anche una spaccatura con la CGIL. Ma cosa succedeva davvero a Pomigliano? E cosa succederà al referendum tra gli operai?

di Francesco Guarino

Lo stabilimento "Giambattista Vico" di Pomigliano d'Arco

L’avevano fatta grossa. Proprio in quel senso. Il responsabile della produzione dell’Alfasud di Pomigliano quasi ci rimase secco per l’odore e lo stupore quando, prima di caricare la 156 sulla bisarca, trovò in bella vista sui sedili posteriori il frutto corposo e stomachevole del post-pausa pranzo di uno dei cinquemila e passa operai dello stabilimento. Avevano defecato nell’abitacolo. Sprezzo al potere, forma di protesta o, più probabilmente, puro divertimento. Buona la terza: di fronte al ripetersi di “incidenti” tra i più variegati (panini in decomposizione nel vano motore, attrezzi infilati per tenere su finestrini senza motorino elettrico, decorazioni neogotiche impresse a cacciavite sulle portiere), la FIAT era stata costretta già da tempo ad aggiungere un ulteriore, umiliante passaggio alla catena di montaggio di Pomigliano d’Arco: la “revisione finale”. Non uno dei canonici controlli di qualità di fine produzione, ma un vero e proprio passaggio aggiuntivo in cui si setacciava l’auto fresca di fabbrica alla ricerca dello scherzetto. Con inevitabile surplus sui costi della vettura.

LA CRISI, LE SFORTUNE, LE COLPE – Il collasso dei mercati nell’autunno 2008 è stato il colpo di grazia per lo stabilimento Giambattista Vico di Pomigliano. Di questo, sia ben chiaro, gli operai non hanno nessuna colpa. Gli ordini iniziarono a calare, gli impianti (già a regime ridotto per consentire a tutti di lavorare) cominciarono a funzionare a singhiozzo ed arrivò la cassa integrazione ordinaria. Poi anche quella straordinaria. Il Governo provò a rinnovare gli incentivi per le auto di nuova generazione o ecologiche. Ma le top class Alfa di Pomigliano, a parte qualche modello base, ne restarono fuori. Il processo di delocalizzazione estera della produzione (Tunisia, Brasile, Polonia) era ormai iniziato. Le macchie sul curriculum, poi, erano dure da cancellare: a partire dai tempi della storica Arna (forse la peggiore auto mai prodotta in Italia) la storia di Pomigliano è fatta di leggerezze in catena di montaggio, scioperi a raffica e, soprattutto, escamotage. Ad ogni agitazione nazionale le segreterie venivano inondate di certificati medici. Tutti in piazza a protestare, ma con la copertura economica per malattia. Fuori dallo stabilimento si vendevano (e si vendono) orologi e telefonini, inutile chiedersi la provenienza. Si spaccia anche, che domande. «Quello che succede fuori, succede anche dentro» dice un operaio al Corriere della Sera. Uno stabilimento schiavo della malavita, della politica e degli estremismi: qualche anno fa un metalmeccanico di un’azienda partner di Pomigliano tornò a casa con due punti di sutura sulla fronte. «Ho sbattuto contro lo spigolo di una pressa», disse al figlio. Nella mano aveva un cofanetto con una medaglia e cinquanta euro in buoni benzina. Era andato a ritirare un premio produzione in un giorno di sciopero, lo avevano scambiato per “dissidente” e preso a bastonate.

Sergio Marchionne, a.d. Fiat e Chrysler

PROPOSTE E RISPOSTE – La FIAT per salvare Pomigliano va contro ogni logica di mercato: Marchionne è pronto a mettere 700 milioni sul piatto per spostare la produzione delle Panda dalla Polonia all’Italia. Pomigliano cambierà volto e prodotto finale: adeguamento degli impianti al WCM, il world class manufacturing, formazione degli operai e nuovi standard quantitativi. Da 50mila auto top class a 450/500mila vetture “proletarie”. Le richieste (LEGGI IL TESTO DEL DOCUMENTO UFFICIALE)? Settimana lavorativa da 40 ore su 18 turni, una sessione di 6 giorni e una da 4, con 2 di riposo consecutivo. Eventuali 80 ore di straordinario aggiuntive per effettuare recuperi di produzione, da comunicare entro 48 ore all’operaio (con flessibilità individuale e possibilità di sostituzione concordata con altro personale disponibile). Stretta sui permessi elettorali: saranno ritenuti valide solo le certificazioni per presidenti di seggio, vicepresidenti e scrutatori, quindi niente più rappresentanti di lista a profusione (alle scorse elezioni a Pomigliano sono arrivati 1600 congedi elettorali su 5200 operai). In caso di assenze per malattia «significativamente superiori alla media» in concomitanza di scioperi, eventi esterni o congedi di massa, la FIAT non pagherà la retribuzione a carico dell’azienda per i primi tre giorni: si istituisce in tal senso una commissione paritetica lavoratori/azienda per valutare i singoli casi critici.

Il nodo della discordia è l’omologazione dei suddetti punti al contratto nazionale di lavoro. In parole povere l’azienda si riserva il potere di sanzionare i sindacati e i singoli che, dopo aver firmato l’accordo elaborato allo stesso tavolo, ostacolino ugualmente la produzione con contestazioni o scioperi contro i punti concordati. FIM-CISL, UILM, FISMIC e UGL hanno già firmato, la FIOM-CGIL si spacca, ma tiene sdegnosamente le distanze parlando di «gravi profili di illegittimità in materia di malattia e diritto di sciopero». Al suo fianco si schierano Rifondazione, Sinistra e Libertà e l’IdV di Antonio Di Pietro. La maggioranza magnifica l’accordo e al suo fianco si pongono Confindustria e il PD, che ritengono la proposta valida ed ineludibile per la sopravvivenza dello stabilimento.

REFERENDUM E TIMORI - La parola definitiva spetta ai lavoratori e lo si farà attraverso un referendum in fabbrica il 22 giugno: la FIAT vuole un risultato convincente per dare il via agli investimenti, una spaccatura poco netta tra il fronte del sì e quello del no non convincerebbe a sufficienza i vertici del Lingotto e creerebbe malcontento tra gli stessi metalmeccanici. La vox populi tende ad un facile sì, che restituirebbe all’intero parco lavoratori il proprio posto a tempo pieno nel giro di pochi mesi. Ma… c’è un ma. Quanto può essere valido e attendibile un referendum di questo tipo? Il timore, neanche tanto celato, è quello di ostruzionismo e violenze da parte dei militanti FIOM: il tam tam parla di picchetti ai cancelli e di intimidazioni, per evitare che l’accordo passi a mani basse.

Oreste Scalzone

Da Parigi tornerà per l’occasione il leader storico di Potere Operaio Oreste Scalzone, riparato in Francia all’epoca del processo che lo vedeva imputato per associazione eversiva e rientrato nel 2007 solo a prescrizione avvenuta. È lecito chiedersi se un padre di famiglia rischierà davvero di tuffarsi nella bolgia, tra le urla e gli sguardi infuocati dei compagni di reparto. Quale attendibilità può avere quindi una votazione fatta in un clima a dir poco mediorientale di timore e terrore? Pomigliano è una risorsa per l’Italia intera, ha patito le sofferenze del mercato e, soprattutto, si è consumata da sé per un cancro che l’ha divorata pian piano dall’interno. La FIAT sta provando a risalire controcorrente le acque del mercato ed ha impugnato il bisturi per cercare di rimuovere il carcinoma e ridare linfa vitale al Giambattista Vico. Basta invocare discese in piazza sessantottine, basta impugnare la Costituzione per gridare allo scandalo che non c’è. La strada da percorrere è quella di ammettere i propri errori e correggerli, per poi ricominciare a vivere. E a lavorare. Parola di figlio di metalmeccanico.

Foto: Ggpht.Com, Mir.It, Blgospot

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Niente programma di protezione per il pentito Spatuzza

Post di Valentina Gravina On giugno - 16 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il pentito, secondo la Commissione centrale del Viminale per la definizione e applicazione delle misure speciali di protezione, non è credibile. Preoccupati i giudici, perplessi i feniani

di Valentina Gravina

Gaspare Spatuzza

Una decisione che ha colto di sorpresa in molti quella di non concedere il programma di protezione al pentito Gaspare Spatuzza. A farne richiesta sono state 3 procure insieme a quella nazionale antimafia, che ne sottolineavano la necessità e l’urgenza. La risposta della commissione è però stata negativa, ponendo come giustificazione il limite dei 180 giorni previsti dalla legge e che garantirebbero la “genuinità” delle dichiarazioni.

La proposta era stata avanzata dalle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo che indagano sulle stragi di via D’Amelio e del ‘93, ma per Spatuzza la commissione ha invece confermato “le ordinarie misure di protezione ritenute adeguate al livello specifico di rischio segnalato”.

“In questi mesi di indagini difficilissime abbiamo ricevuto anche buste con proiettili e minacce di morte – commenta il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari, titolare delle nuove indagini sulla strage di via D’Amelio – ma mai avevamo avvertito resistenze nella ricerca della verità da parte della politica. La decisione della commissione di non ammettere Spatuzza al programma di protezione è il primo segnale negativo che arriva”.

La decisione ovviamente ha messo in grande difficoltà i pm che stanno indagando per accertare la verità sui legami tra mafia e politica. Il timore più grande è un dietro front del collaboratore di giustizia. L’avvocato Valeria Maffei, legale di Spatuzza, conferma che farà ricorso al Tar: “Non capisco questa decisione: lui ha spiegato perché non ha parlato nei 180 giorni. Aveva paura, e mi sembra un motivo credibile, data la caratura dei personaggi (Berlusconi e Dell’Utri, ndr) che stava chiamando in causa”.

Possono dunque le dichiarazioni rese al processo Dell’Utri aver indotto l’organo del Viminale a non concedere la protezione speciale? Per Lari non ci sono dubbi: “Credo che sia evidente. Mi voglio augurare che non abbia un significato il fatto che ciò avvenga alla vigilia della sentenza”.

Il vicepresidente della commissione Antimafia, il finiano Fabio Granata, dice in una intervista alla Stampa: “Non è successo molte volte, a mia memoria, con tutte le procure che indagano sulle stragi del ‘92  e ‘93, cioè Firenze, Palermo e Caltanissetta, e la Superprocura antimafia, che ci fosse tanta collegialità nella richiesta. Non vorrei ora che la polemica si aprisse non tanto su ciò che Spatuzza ha detto ma su ciò che Spatuzza non ha detto”.

Spatuzza in aula

Toni bel più drastici quelli di Antonio Di Pietro: “Da oggi, Spatuzza è un morto che cammina. La mancata assegnazione del programma di protezione a Spatuzza è un modo per intimidire coloro che riferiscono fatti rilevanti al fine di fare luce su alcune scomode verità. Non è un caso che le scomode verità, oggi, coinvolgerebbero proprio il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il suo parlamentare di riferimento, senatore Marcello Dell’Utri”

Per Veltroni la decisione non può essere che  politica. «La decisione di negare a Spatuzza il programma di protezione, per di più, come sembra, con il voto contrario dei magistrati che fanno parte della Commissione centrale per la definizione ed applicazione delle speciali misure di protezione del Viminale, è sconcertante e sembra essere dettata da ragioni politiche».

Foto | via http://santagatando.files.wordpress.com; http://www.ilmattino.it

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L’arte della tortura negli USA di Bush

Post di SabinaS On giugno - 15 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

I Physicians For Human Rights (medici per i diritti umani), hanno stilato un rapporto in cui accusano alcuni loro colleghi di aver effettuato esperimenti su detenuti sospettati di terrorismo. I test da loro eseguiti sono stati considerati, dalle associazioni impegnate nella salvaguardia dei diritti umani, illegali e immorali.

di Sabina Sestu

Waterboarding, pratica che simula l'annegamento, considerata una forma di tortura

Il terrorismo si combatte con la tortura. La Cia utilizza la pratica del waterboarding e la privazione di sonno forzato e prolungato, tra le altre, per ottenere confessioni da parte di detenuti sospettati di appartenere ad associazioni di stampo terroristico. Il tutto condito da test effettuati da medici appartenenti alla scuola mengeliana. I dottori in questione avrebbero monitorato i detenuti mentre venivano sottoposti al waterboarding, ossia la tecnica di tortura che simula l’annegamento dell’interrogato, per testarne la resistenza e verificare i limiti massimi a cui si possono praticare le torture. Stesso tipo di test e stessa verifica dei risultati per quanto riguarda la privazione del sonno.

Ma le associazioni per la tutela dei diritti umani americane non ci stanno e chiedono alla Casa Bianca di aprire un’inchiesta. La richiesta è partita da un rapporto stilato dai Physicians For Human Rights (medici per i diritti umani) basato su documenti desecretati. Nathaniel Raymond, l’autore della relazione, afferma che i documenti desecretati dovrebbero essere esaminati sotto il profilo legale e far ricorso al codice di Norimberga, la raccolta di norme stilata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale per giudicare i terribili esperimenti compiuti dai nazisti.

Feroce la reazione degli ex amministratori del governo Bush. Karl Rove, ex consigliere di George Bush, ha infatti difeso le controverse forme di interrogatorio, in quanto, secondo lui, avrebbero aiutato a prevenire attacchi terroristici. «Sono orgoglioso che gli USA hanno usato tecniche – ha dichiarato Rove pomposamente – che hanno fermato la volontà dei terroristi». Ha anche sostenuto che il waterboarding non dovrebbe essere considerato tortura, confermando che è una pratica ricorrente fra i militari statunitensi i quali sono regolarmente addestrati a compierla. «Le confessioni che si sono riuscite ad ottenere con tali pratiche – ha sostenuto Rove – hanno aiutato a prevenire i piani terroristici contro Londra, Los Angeles e altri obiettivi».

Dick Cheney, sostenitore dei metodi di interrogatorio utilizzati dalla Cia

Anche Dick Cheney, ex vice di Bush, concorda sulla liceità delle tecniche di “interrogatorio” utilizzate sui sospettati di terrorismo e critica la decisione di Obama di indagare sulla legalità degli interrogatori della Cia. Cheney ha esternato anche i suoi dubbi «sulla capacità dell’attuale amministrazione di garantire la sicurezza del paese». La Casa Bianca non fa attendere la sua risposta ai propri delatori: «Quella di espandere l’inchiesta non è stata un’iniziativa della Casa Bianca, - ha risposto un funzionario dell’amministrazione - è stata una scelta del ministro della Difesa Eric H. Holder Jr., che deve fare quello che crede giusto nell’interesse della giustizia».

L’ex vice presidente americano continua a difendere l’operato della Cia nonostante le verità raccapriccianti che stanno emergendo dai 109 fogli, 36 dei quali ancora coperti da omissis, che riportano le procedure degli interrogatori ai presunti terroristi. Cheney aveva chiesto da tempo di rendere pubbliche almeno due appunti. In uno dei due memo, datato 2 giugno 2005, è citata la risposta data a un gruppo di Senatori repubblicani che avevano proposto una nuova legge che vietasse di praticare sui detenuti, durante gli interrogatori «trattamenti crudeli, inumani o degradanti». La proposta venne fermata affermando che le confessioni ottenute durante gli interrogatori vengono definite «uno dei pilastri degli sforzi antiterroristici degli Stati Uniti». Nel secondo appunto erano state annottate le dichiarazioni rilasciate da Khalid Sheik Mohammed, sospettato di essere un membro di Al Quaeda, che fu sottoposto per ben 183 volte alla pratica di waterboarding.

Khalid Sheik Mohammed, ha subito 183 volte il waterboarding

E mentre negli Usa si cerca di far chiarezza sulla liceità o meno delle pratiche di tortura, l’Italia respinge l’invito dell’Onu di introdurre nell’ordinamento penale il reato di tortura. E pensare che era un impegno preso a livello internazionale oltre vent’anni fa. Un no che arriva dopo pochi mesi dalle sentenze di condanna sulle nostre forze di polizia riguardo ai fatti di Genova del 2001. Nel processo per i maltrattamenti sui detenuti nella caserma di Bolzanetto, infatti, si è fatto esplicito riferimento alla tortura, ma le condanne alle forze dell’ordine ci sono state per figure di reato alternative.

Insomma mentre gli altri paesi democratici del mondo cercano di evolversi verso forme di convivenza sempre più civile, nel nostro paese pare ci sia un’involuzione autoritaria che ci relega in un passato obsoleto.

Foto: www.mirror.co.uk; www.datingjesus.files.wordpress.com; www.jimdiamond.files.wordpress.com; www.scrapetv.com

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Bhopal, processo a 25 anni dalla strage

Post di SabinaS On giugno - 9 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sono 8 gli imputati che devono rispondere della catastrofe che causò la morte di migliaia di persone. Rischiano una pena massima di due anni. Troppo pochi secondo i familiari delle vittime che chiedono la «pena capitale»

di Sabina Sestu

È passato un quarto di secolo, ma ancora oggi le vittime  del disastro di Bhopal non hanno visti soddisfatti i propri diritti. E ora si prospetta una sentenza che è uno schiaffo morale alla dignità umana. Gli otto imputati, tutti dipendenti indiani della fabbrica, accusati di aver provocato il grave incidente che costò la vita a circa 20mila persone e l’intossicazione di oltre 500mila, rischiano infatti una pena massima di due anni. Troppo pochi per una strage di tali dimensioni. «Chiediamo la pena capitale» hanno dichiarato le migliaia di vittime, che aspettano da tanti anni giustizia. Ma il principale responsabile della tragedia, Warren Anderson, all’epoca presidente della Union Carbide una multinazionale americana, non figura tra gli imputati in quanto latitante.

Il disastro si è consumato poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984, mentre la città dormiva. Le prove raccolte in questi anni dimostrano che la disgrazia poteva essere facilmente evitata se si fossero applicate le procedure di sicurezza di cui la struttura era dotata. I deflettori, se fossero stati in funzione avrebbero potuto impedire l’infiltrazione dell’acqua che mischiata alle 63mila tonnellate di isocinato di metile, che si trovava stivato nei sotterranei, provocò un gayser altissimo che formò una nube nociva che avvolse la città. Ma non furono utilizzati, così come non lo furono i refrigeratori che erano fuori uso e le torri anticendio, che avrebbero potuto impedire la fuga di gas. Ma anche dopo la fuoriuscita chi di dovere si disinteressò alla tragedia, mettendo gli interessi economici prima di quelli della popolazione civile. I medici locali, infatti, non vennero informati della natura del gas, che non è mai stata rivelata, impedendo di fatto i trattamenti sanitari e la conseguente pianificazione degli interventi. La maggioranza dei morti e dei feriti fu causata da edema polmonare, ma il gas causò tutta una serie di diversi disturbi.

Ma oltre la mancanza di prevenzione e di successiva gestione dell’emergenza, i cittadini di Bhopal sono stati beffati anche dal punto di vista legale. Infatti il governo indiano, tramite il Bhopal gas leak Act, si è arrogato il diritto di rappresentare le vittime in giudizio, impedendo di fatto agli interessati ad agire personalmente a tutela dei propri diritti ed interessi davanti a qualsiasi tribunale del mondo.

Warren Anderson

Il governo indiano ha avuto paura che l’azione legale dei singoli avrebbe potuto incrinare i rapporti commerciali con gli statunitensi. Si è persino accontentato di un risarcimento esiguo, 470 milioni di dollari. Le vittime si sono viste risarcire 300 dollari a testa, una volta pagati gli avvocati e le tangenti di rito, ma solo a quelle che furono colpite dal gas.

La magistratura indiana non ha mai formalizzato la domanda di estradizione di Warren Anderson, che oggi ha 81 anni, agli Stati Uniti. Il presidente della Union Carbide non ha neanche mai visto un mandato d’arresto, in quanto è si stato trasmesso dalla magistratura alla polizia il 31 luglio 2009, ma non è mai stato eseguito. Oggi la fabbrica chimica di Bhopal è abbandonata ma dentro le sue mura ancora giacciono pericolosi  elementi che continuano a inquinare. «Un disastro nel disastro» dicono gli ambientalisti, l’acqua potabile è avvelenata così come l’aria.

Foto via:

http://carlaspace.altervista.org

http://mynethome.net

http://www.cbc.ca

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Santoro: mobbing e violenza contro di me

Post di Nicola Gilardi On giugno - 8 - 2010 1 COMMENTO

Critiche dure del conduttore nei confronti dei vertici Rai. Proposta anche la pubblicazione on-line dei compensi dei conduttori

di Nicola Gilardi

Michele Santoro, discusso conduttore di Annozero
Michele Santoro, discusso conduttore di Annozero

L’aria in Rai è sempre più pesante. Nell’infuocata conferenza di fine anno Michele Santoro ha attaccato l’azienda pubblica, prendendosela soprattutto con il presidente Paolo Garimberti. «In quest’anno me ne hanno fatte di tutti i colori, ci sono i documenti che parlano chiaro» ha dichiarato il conduttore di Annozero.

In effetti questa è stata una stagione molto tormentata per il programma di Raidue. I problemi sono stati molti ed hanno fatto discutere l’opinione pubblica. Uno fra questi è stata la presenza di Marco Travaglio: «Quest’anno per sei puntate l’ho avuto in trasmissione senza che ci fosse ancora il contratto- ha dichiarato Santoro – e poi c’è Vauro con le sue vignette che non piacciono a tutti, e qualcuno dice licenziamolo, e poi gli ospiti da pagare e non riesci a farlo…».

Colpito anche Paolo Garimberti. Santoro ha rivendicato la necessità di una presa di posizione netta del presidente Rai: «Se dice che lui vuole che Annozero vada in onda a nome del Cda e dell’azienda, allora io resto. Però – ha precisato – l’unica scelta è tra Annozero o l’accordo, terzium non datur. Non starò due anni chiuso in una stanza ad aspettare». Poi è tornato sull’accordo con la Rai che è sfumato all’ultimo. Secondo il conduttore, infatti, sarebbe passato all’opinione pubblica il fatto che la decisione era soltanto sua e l’azienda avesse acconsentito passivamente.

Paolo Garimberti, presidente Rai

La replica di Garimberti è stata prudente. «Adesso Annozero può cominciare» ha dichiarato citando la frase con la quale Santoro inizia il suo programma. Poi è arrivato l’attestato di stima nei confronti del conduttore: «Sei una risorsa per la Rai, Michele, e quel cerino che hai acceso e che tu ora non vuoi più e che ti spaventa tanto, me lo prendo volentieri io e ci metto la faccia, come ho sempre fatto e sempre farò nella mia vita professionale».

Non si placa neanche la polemica sui compensi alla quale partecipò anche con Bruno Vespa che lo aveva attaccato apertamente. «È giusto che tutti gli stipendi vengano messi in rete. Voi siete appassionati ai miei guadagni, ma non a tutti quelli della Rai. Io chiedo al presidente Garimberti di rendere pubblici tutti gli stipendi, così ne vedremmo delle belle, anche sulle consulenze…».

Intanto nei palinsesti del prossimo autunno Annozero ancora non figura. Un assenza che preoccupa, ma che è prematuro considerare come un allarme. La vicenda si protrarrà a lungo e si spera che sia meno controversa rispetto alla stagione passata. I nodi da sciogliere sono molti e Santoro ha più volte rimarcato che la situazione attuale non è quella migliore per lavorare, quindi ci si attende o un cambio di atteggiamento nei vertici Rai, oppure uno strappo definitivo. Le pressioni che si sono viste quest’anno difficilmente verrebbero digerite dal conduttore.

Foto: www.steffanpaulus.files.wordpress.com; www.falmax85.files.wordpress.com; www.marketingjournal.it

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I pozzi della riserva sono stati smantellati e cementati dal governo locale, ma i Boscimani non ci stanno. Il 9 giugno inizierà un processo all’Alta Corte del Botswana per il riconoscimento del loro diritto all’acqua

di Silvia Nosenzo

Un cancro al cuore della reputazione internazionale del Botswana”, così il massimo funzionario delle Nazioni Unite per i diritti dei popoli indigeni, James Anaya, ha definito il trattamento riservato ai Boscimani che vivono nel deserto del Kalahari.

La tragedia della loro storia inizia negli anni ‘80, quando all’interno della riserva in cui vivevano vennero scoperti i diamanti. Da allora, le autorità governative hanno cominciato a far pressione sui Boscimani per costringerli ad andarsene. Nel 1997 sono state effettuate le prime deportazioni e i primi omicidi, che hanno portato a un vero e proprio genocidio di massa, sebbene taciuto, che ha ridotto i Boscimani da milioni che erano a sole 100.000 persone. Come denuncia Survival International, le case dei Boscimani sono state distrutte, le loro scuole e i loro dispensari sanitari chiusi, i pozzi per l’acqua smantellati e cementati, le riserve d’acqua rovesciate nel deserto, e i loro diritti alla caccia e alla raccolta dichiarati illegali. Non rappresentati dagli organi politici nazionali e locali, e esclusi dai processi decisionali che li riguardano, sono considerati “primitivi”.

Ma nel 2002, i Boscimani si sono ribellati, e hanno citato il governo in tribunale per averli sfrattati illegalmente dalle loro terre. Il 13 dicembre 2006 è  stata una data storica per la popolazione indigena: contrariamente a quanto ci si aspettava, i giudici hanno dichiarato ”illegale e incostituzionale” lo sfratto dalla loro riserva. «È il giorno più bello della nostra vita – ha dichiarato il portavoce dei Boscimani Roy Sesana in quell’occasione – abbiamo pianto così a lungo, ma oggi verseremo lacrime di gioia. Finalmente siamo stati dichiarati liberi. Gli sfratti sono stati molto dolorosi per il mio popolo e ora vogliamo solo tornare a casa, nella nostra terra».

 

James Anaya

James Anaya

Tuttavia, da allora il governo del Botswana non ha mai smesso di fare tutto quando in suo potere per rendere impossibile la vita dei Boscimani, impedendo loro, tra le altre cose, di utilizzare i pozzi d’acqua. Quando li sfrattò dalla Central Kalahari Game Reserve (CKGR) nel 2002, il governo fece anche smantellare e cementare il pozzo che costituiva l’unica fonte d’acqua per le comunità. Ora, per raggiungere il pozzo più vicino, devono affrontare un cammino di 480 km. Per questo, i Boscimani hanno riportato in tribunale il governo locale.
Il dibattimento comincerà presso l’Alta Corte del Botswana, a Lobatse, il prossimo 9 giugno.

«L’Alta Corte ha stabilito che abbiamo il diritto di vivere sulla terra dei nostri antenati» – ha dichiarato Jumanda Gakelebone, un Boscimane della CKGR. – «Certamente questo implica anche che abbiamo il diritto di bere la nostra acqua. Molti Boscimani, soprattutto gli anziani e i più giovani, stanno soffrendo la sete. È doloroso vedere che gli animali e i turisti che visitano le nostre terre possono bere finché vogliono mentre noi moriamo di sete. Preghiamo che la Corte ci restituisca la nostra acqua». Un diritto umano fondamentale e inalienabile che non può e non deve venire negato con il silenzio complice dei media e degli organismi internazionali preposti.

Foto: via laspecula.com, colegioantropologos.cl, corriere.it

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Giallo sulla morte di Gary Coleman

Post di Roberta On giugno - 5 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Per il legale di Coleman la donna non aveva l’autorità legale di far sospendere le cure

di Roberta Colacchi

Gary Coleman ai tempi di Arnold

Il 26 maggio scorso Gary Coleman, noto a tutto il mondo come il piccolo Arnold della famosa serie tv degli anni ’80,  nella sua casa di Santaquin nello Utah, cade e sbatte violentemente la testa. Lo trova agonizzante la moglie Shannon Prince che si era insospettita avendo sentito un forte rumore provenire dal piano di sopra.  La donna chiama subito il 911, ma per lo choc non riesce a mettere in pratica le istruzioni di primo soccorso che i medici le danno via telefono per arrestare i danni dell’emorragia cerebrale, in attesa dell’arrivo dell’ambulanza.

«C’è sangue dappertutto, c’è sangue anche addosso a me. Mi viene da vomitare. Non so proprio cosa fare. Gary perde sangue dalla testa e fa bolle dalla bocca. Non voglio che muoia».  All’arrivo dei soccorsi le condizioni di Coleman sono critiche: l’emorragia cerebrale è ormai irreversibile. Ricoverato d’urgenza in ospedale, il giorno seguente viene dichiarata la morte cerebrale, e l’attore rimane forzatamente in vita soltanto grazie al sostegno delle macchine. Così, il 28 maggio la Prince decide di staccare la spina.

Questi i fatti che hanno condotto Coleman alla morte. Un incidente di cui non si sa nient’altro, ma di cui si cerca di venire a capo. L’unica testimonianza che rimane sono le dichiarazioni della moglie, o presunta tale. I due si erano incontrati sul set del film Church Ball, e si erano sposati in gran segreto nel 2007. Dopo solo 8 mesi di matrimonio però l’idillio sembrò essere finito, infatti decisero di divorziare. Ma sia al 911 che all’ospedale la Prince si è presentata come la moglie di Coleman, sostenendo di averlo risposato segretamente  un anno dopo il divorzio, cosa che a tutti gli effetti le avrebbe dato il diritto, come poi è stato, di decidere riguardo le terapie mediche da applicare o meno all’attore.

Ma il legale di Arnold, Randy Chester, che sostiene di avere sempre avuto un ottimo rapporto con il suo cliente, ritiene che quanto affermato dalla donna non sia vero. «Gary condivideva molte cose con me, e questa è probabilmente una di quelle di cui mi avrebbe messo al corrente». Per questo è stato aperta un’indagine per appurare se la donna avesse davvero l’autorità legale per autorizzare lo spegnimento delle macchine.

A complicare la faccenda ci sono poi le confuse dichiarazioni della Prince, riscontrabili nell’audio della sua telefonata al 911, diffuso anche sul web. Alla domanda se Coleman fosse o meno cosciente al momento della caduta la donna ha risposto di no, ma dalla registrazione sembra invece il contrario. Si sente la Prince chiedergli come si sente, e intimargli di rimanere seduto e di fare pressione sulla ferita. In più dapprima spiega al 911 di stare male e di non poter scendere al piano di sotto dove era caduto il marito né di riuscire a portarlo in ospedale per lo choc, ma poi alla richiesta di aprire la porta ai soccorsi risponde di non potere in quanto immersa nel sangue dell’attore.

Gary Coleman e la moglie Shannon Prince

Continua perciò la presunta “maledizione” della serie tv che rese celebre Coleman. Infatti dopo i problemi con la droga e la giustizia di Todd Anthony Bridges (Willis nella fiction), e la morte nel 1999 di Dana Plato (Kimberly) a soli 34 anni per un’overdose di tranquillanti, cui poi seguirà quella del figlio Tyler  suicidatosi nel 2006, neanche il Piccolo Arnold ha trovato pace. Da sempre malato di nefrite, la malattia che bloccò la sua crescita fisica e che lo costringeva a quotidiane sedute di dialisi, ebbe numerosi guai finanziari e con la giustizia.  Nel 1990 denunciò i genitori accusandoli di aver sperperato buona parte del  suo patrimonio; nel 1998 finì in carcere per aver picchiato una fan che gli aveva chiesto un autografo; nel 1999 fu costretto a dichiarare bancarotta, abbandonando il sogno di poter proseguire la sua carriera di attore, e iniziando a lavorare come guardia privata nello Utah. Nel 2008 venne arrestato per aver investito una persona in un parcheggio, e nel 2009 per presunte violenze domestiche. Un escalation di problemi culminata con la morte, a soli 42 anni.


Foto:  via http://forumsalute.ithttp://scrapetv.comhttp://www1.pictures.zimbio.com

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