Thursday, July 29, 2010

Un lieto fine per i cavalli del Bisbino

Post di laura On luglio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ecco come i cavalli del Bisbino, ai quali anche il più prestigioso giornale di Ginevra, la Tribune, ha dedicato un servizio di un’intera pagina, hanno raggiunto la zona dove potranno muoversi in piena libertà durante il periodo estivo

di Laura Dotti

Foto di Luigia Carloni

A fine maggio avevamo lasciato i cavalli del Bisbino in procinto di partire per la transumanza che li avrebbe condotti nell’area a loro destinata per la stagione estiva.

E così è avvenuto, come ci racconta Luigia Carloni.

Sabato 29 maggio, un’ottantina di persone, tra ticinesi e italiani, dalle sei del mattino alle otto di sera hanno compiuto l’attesa e difficile transumanza dalla cima del Monte Bisbino all’Alpe Squadrina appena trecento metri sotto il Generoso, sul versante italiano.

L’organizzazione era affidata alle Giacche Verdi e alla protezione civile italiana di Ronago.

I volontari precedevano i cavalli, mettendosi nei punti critici, gli esperti li spingevano e giovani su motocross impedivano che gli animali si disperdessero nei boschi o sui prati rendendo impossibile l’operazione.

Del gruppo di venti cavalli facevano parte anche quattro puledrini, di cui uno appena nato e ancora traballante sulle gambe. Tutti quanti hanno percorso i difficili trenta chilometri su mulattiere e sentieri montani. Nessun cavallo si è fatto male e i puledrini hanno mostrato una resistenza davvero straordinaria. Qualche sosta intermedia (a Pian delle Alpi, nella bella piana di Orimento in Val d’Intelvi) ha permesso agli animali di bere, rifocillarsi e riprendere poi con lena il difficile cammino. Questo si è concluso senza intoppi verso le 20.00 sui grandi prati delle Alpi di Pesciò e Squadrina, cosparsi di narcisi e delle prime genziane, in un ambiente naturale meraviglioso appena sotto i bastioni rocciosi del Monte Generoso.

I cavalli si muovono in questo territorio, facendo qualche sporadica apparizione nei pressi del Barco dei Montoni. Da quando sono stati portati sono nati due puledri, un maschio e una femmina (in tutto quest’anno sono nati sei piccoli). La veterinaria Mariachiara Lietti, presidente dell’Associazione Cavalli del Bisbino, ha provveduto alla castrazione chimica degli stalloni (tre in tutto di cui due di soli pochi anni).

Foto di Luigia Carloni

Lassù, in un vero paradiso, i cavalli resteranno in libertà fino al prossimo inverno quando saranno nuovamente raccolti e condotti al Pian delle Noci (Lanzo d’Intelvi) per passare, nutriti e accuditi, la brutta stagione.

Non è facile occuparsi della salute e del sostentamento di ventidue cavalli che adesso si trovano all’alpeggio ma che durante i sei mesi invernali bisognerà foraggiare con il fieno. Sarà necessario inoltre preparare il recinto, fare le visite sanitarie obbligatorie per legge, pagare le assicurazioni.

Per chi volesse dare un contributo per sostenere le varie associazioni ambientaliste e animaliste che stanno lavorando per dare un futuro a questi splendidi animali può farlo effettuando un versamento su:

Conto corrente italiano:

IT 67 B 08618 10900 000000601015

c/o Bcc di Lezzeno Ag.6 di Como

Via Caniggia 7/9

22100 Como

oppure

Conto postale svizzero:

CCP 65-262456-4

Cavalli del Bisbino ONLUS

Mendrisio

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È una storia affascinante, iniziata nel gelido inverno del 2008-2009, quella dei “cavalli del Bisbino” che ha portato persino alla nascita della prima associazione no profit transfrontaliera. È l’avventura – per fortuna a lieto fine – di due branchi di cavalli di razza avelignese che da anni pascolano sulle pendici del Bisbino, la vetta più nota del gruppo montuoso incuneato tra la Valle di Muggio (nel sud del Canton Ticino), la Val d’Intelvi e il lago di Como

di Laura Dotti

Como – Tutto è cominciato nello scorso rigido inverno quando, attraverso un articolo apparso il 10 gennaio 2009 sul quotidiano comasco La Provincia, si venne a sapere che un gruppo di undici cavalli affamati, guidati da una mula, dal monte Bisbino, sopra il lago di Como, era sceso a Rovenna, una frazione di Cernobbio, in cerca di cibo, accontentandosi addirittura di nutrirsi dei fiori del cimitero. Si è cercato così di ricostruire la loro storia.

Questi cavalli erano appartenuti a un contadino che da sempre li aveva lasciati vivere in una condizione di semi-libertà, accudendoli solamente durante il periodo invernale. Alla sua morte però si era creata una situazione ereditaria piuttosto confusa e i cavalli avevano continuato a vivere liberi sul Bisbino senza creare particolari problemi.

Gli avvenimenti, però, presero una piega differente con le abbondanti nevicate dell’inverno 2009 che costrinsero i poveri animali ad avvicinarsi ai centri abitati alla disperata ricerca di cibo. Le autorità locali si allarmarono immediatamente, minacciando anche interventi drastici.

Successivamente si scoprì che i gruppi di questi cavalli erano due: quello guidato dalla Mula giunse, come riportato da La Provincia, in prossimità di Cernobbio sul versante italiano, quello con a capo la Bionda, una magnifica cavalla capobranco, si mosse, invece, verso Sagno, sul versante svizzero, anch’esso alla ricerca di cibo.

Con l’arrivo della primavera e dell’erba fresca i cavalli risalirono al Bisbino.

I due branchi non si incontravano mai anche se spesso si scambiavano il territorio. Gli stalloni vigilavano sui loro rispettivi gruppi senza che ci fosse uno scontro diretto tra i due.

All’inizio di giugno un giovane maschio venne espulso dal branco della Mula e scese a Rovenna. Lo si vedeva spesso sotto un pino, vicino alla chiesa oppure lungo la strada, in compagnia di alcuni bambini che lo avevano soprannominato Pupi. A inizio agosto, però, fu caricato su un camion e trasferito in un maneggio di Varese. Successivamente, in circostanze poco chiare, perse la vita lo stallone del gruppo della Bionda.

A questo punto fu sempre più chiaro il rischio che correvano questi cavalli non molto ben voluti soprattutto dai contadini della zona: non solo quello di perdere la loro libertà, ma addirittura la vita.

Molte sono le associazioni italiane e svizzere che si sono mosse per proteggerli. Apparivano addirittura sulla stampa prese di posizione di personalità importanti come Fulco Pratesi del WWF, di Giorgio Celli, noto etologo, di un biologo esperto di cavalli come Francesco di Giorgio, di associazioni italiane come la LAV, la Legambiente, l’Associazione Aurora, l’ENPA e dell’ATRA del Ticino.

Tutti loro sostenevano  che i cavalli dovevano rimanere liberi nel loro ambiente naturale dove erano vissuti in questi anni dimostrando di essere animali forti e resistenti, in grado di procurarsi il cibo anche in condizioni molto difficili.

C’era bisogno di unire le forze: fu un grande risultato la collaborazione tra autorità e associazioni svizzere e italiane.

L’Associazione Cavalli del Bisbino ONLUS è stata costituita all’incirca un mese fa ed è diventata proprietaria dei cavalli. I componenti di questa associazione italo-svizzera e i suoi organi direttivi sono costituiti per metà da comaschi e per metà da ticinesi ed è appoggiata da persone e da numerose associazioni tra cui la SPAB di Bellinzona, il CdA, l’Associazione degli amici dei camosci del Monte Generoso per il Ticino, e per l’Italia dall’ENPA, da Legambiente, dalla LAV, dall’OIPA, dalle Giacche Verdi, etc.

Luigia Carloni, vice-presidente dell’Associazione Amici del Camoscio, ci racconta dell’impegno profuso per garantire ai cavalli un futuro nel rispetto del loro benessere e della loro libertà, libertà che sarà garantita sul pascolo estivo della Valle d’Intelvi, dove i cavalli verranno portati a fine mese. In inverno saranno invece messi in un vasto recinto vicino alla struttura delle Giacche Verdi che si trova sul Pian delle Noci, sempre in Val d’Intelvi, e saranno foraggiati con fieno. L’obiettivo è di evitare lo smembramento dei due gruppi e l’aumento eccessivo del numero degli esemplari che diventerebbe ingestibile. A fine mese i cavalli verranno portati a piedi dal Bisbino alla Valle d’Intelvi.

Le chiediamo come avverrà questo spostamento. «Questa operazione, detta della transumanza, è nello stesso tempo delicata e interessante perché tutto avverrà su strade di montagna, badando a tenere uniti i 20 cavalli (compresi 4 puledri nati negli ultimi mesi), a evitare sconfinamenti e inconvenienti di vario genere e garantendo la sicurezza di tutti. L’organizzazione è affidata al Gruppo delle Giacche Verdi e a persone altrettanto esperte di cavalli. I volontari aiuteranno invece coloro che guideranno i cavalli mettendosi ai margini dei sentieri e nei punti di incrocio per evitare che i cavalli si disperdano oppure che fuggano. Abbiamo evidentemente bisogno dell’aiuto e del sostegno costante di tutte le persone, sostegno finanziario ma anche organizzativo e di gestione. Speriamo in bene. Non sarà una passeggiata

A distanza ormai di un anno e mezzo sembra che questa storia di libertà, criniere al vento e verdi crinali, che pareva impossibile potesse riguardare una zona alle spalle di una realtà poco selvaggia come quella del lago di Como, sia giunta a un lieto fine, regalandoci il sogno di un’intatta comunione tra animali e natura che alcuni uomini hanno contribuito a difendere con determinazione e impegno.

Foto per gentile concessione di Luigia Carloni (Vice presidente Associazione Amici del Camoscio)

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L’associazione ambientalista ha ringraziato la grande società produttrice di cioccolato e snack per l’importante scelta di non acquistare più prodotti da aziende che devastano le foreste tropicali

di Roberta Colacchi

Thanks for the break”. Così Greenpeace ringrazia la multinazionale Nestlè per la decisione di non acquistare più prodotti, in particolare olio di palma, da aziende che devastano le foreste tropicali del Sud Est Asiatico, minacciando la sopravvivenza di molte specie come l’orango. Tra la lista delle società “da evitare” spicca la Sinar Mas, principale produttrice in Indonesia di olio di palma e carta, spesso accusata di violazione dei diritti umani delle comunità indigene e delle norme di rispetto ambientale.

La domanda globale di olio di palma è in costante crescita, e per far spazio alle piantagioni di palme da cui si ricava l’olio necessario per la produzione alimentare di cioccolato, snack, e cosmetici, si distruggono ettari di foreste che, come denuncia la responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia Chiara Campione, “causano disastri ambientali come il cambiamento climatico e l’estinzione degli ultimi oranghi”.

Oltre a Greenpeace, a monitorare il rispetto dell’impegno preso da Nestlè, si è impegnata anche la TFT, The Forest Trust, una fondazione nata nel 2001 al fine di proteggere quanto rimane della foresta amazzonica e indonesiana. Gli obiettivi base da rispettare riguardano la fornitura da piantagioni e aziende che operano nel rispetto delle leggi e dei regolamenti locali; la prevenzione del pericolo di estinzione degli oranghi; la protezione e la  conservazione delle zone forestali; ottenere il preventivo libero consenso delle comunità indigene locali per le attività sulle loro terre; e il controllo dell’innalzamento del valore del carbonio nelle foreste, una delle cause principali del surriscaldamento globale. Nestlè ha poi precisato che la sua politica porterà ad effettuare, entro il 2015, la totalità dei suoi acquisti di olio di palma esclusivamente da fonti sostenibili, obiettivo che si estenderà in seguito anche alle forniture per la cellulosa e la carta.

Orango Tango

Orango Tango

Ma a fronte di una battaglia vinta, c’è ancora una guerra da portare avanti. La distruzione delle ultime foreste tropicali non può essere accettata dal mercato globale e Greenpeace fa sapere che l’esempio di Nestlè dovrà essere seguito anche da altre aziende europee, come Carrefour e Wal-Mart, che continuano a rifornirsi di carta e olio provenienti da aziende “devastatrici”.

“Dobbiamo questa vittoria alle decine di migliaia di persone che in Italia ci hanno aiutato, con messaggi e altre forme di attivismo sul web, a raggiungere questo importante obiettivo”. Infatti ad Aprile Greenpeace aveva invitato ad una mobilitazione generale con la campagna Kit Kat Killer, supportata da un video choc di denuncia contro l’uccisione degli oranghi, con lo scopo di costringere Nestlè a ripulire la propria filiera di produzione, diffondendo  anche un appello da firmare e inviare direttamente alla multinazionale. E Nestlè dopo essere stata inondata di mail, lettere, e fax ha deciso di dare ascolto alle richieste. Segno evidente che far sentire la propria voce, ancora oggi, serve a qualcosa.

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Un viaggio per conoscere (ed evitare) gli animali marini più pericolosi che dimorano nei fondali marini

di Veronica Leanza

Il Conus, molto velenoso

Gli animali marini potenzialmente pericolosi per l’uomo sono moltissimi. Con la bella stagione alle porte, è bene che ogni bagnante li conosca. Essi appartengono a diversi gruppi marini.

Nelle acque salate, i rischi sono rappresentati principalmente da tracine, molluschi, meduse, pesci velenosi e squali, che però dovrebbero interessare più i subacquei rispetto ai bagnanti.

TRACINE: Generalmente camminando a piedi scalzi a pochi metri dalla battigia, può capitare di calpestare una Tracina, da cui poi si viene aggrediti. Le tracine sono molto diffuse nell’Adriatico: le loro dimensioni possono raggiungere i 40-50 cm di lunghezza ma sono più comuni gli esemplari di 20-25 cm. Le spine velenifere si trovano sulle branchie e nella spina dorsale anteriore. Il dolore provocato è immediatamente molto intenso e localizzato, ma tende ad irradiare dopo sol0 15 minuti, raggiungendo il massimo dopo 50 minuti. Il dolore può durare complessivamente dalle 16 alle 24 ore.

La tossina sembra provocare abbassamenti di pressione e alterazioni del ritmo cardiaco. In questo caso si suggerisce di immergere la parte colpita in acqua a 45 gradi centigradi o nella sabbia calda per 30-90 minuti fino ad alleviarne il dolore. È indispensabile pulire la ferita anche da eventuali frammenti di spine e disinfettarla. È consigliabile anche la profilassi antitetanica. Comunque è indispensabile ripristinare la normale circolazione sanguigna per un paio di minuti ogni dieci.

CONCHIGLIE: E’ probabile che si venga tentati di raccogliere una conchiglia in mare, chi non l’ha mai fatto, eppure alcune specie di Conus (un particolare tipo di conchiglie di pochi centimetri a forma di cono)  possono essere molto pericolose. I Conus hanno la caratteristica di avere una freccia acuminata che l’animale “scocca” quando deve attaccare o difendersi. Fate molta attenzione: la freccia può penetrare nella pelle della mano ed è velenosa quanto un cobra, infatti, può essere letale. Ci sono stati casi in cui la freccia è riuscita a penetrare il fianco di un sub attraverso la muta. E non c’è antidoto!

In caso di puntura chiamare un medico, immergere la parte colpita in acqua molto calda (40-45 gradi per un’ora o più), e bendarla strettamente.

Esiste anche un’altra conchiglia velenosa chiamata: Terebra. E’ sempre a forma di cono, ma è più allungato e fino. Quest’ ultima però è meno pericolosa del Conus.

MEDUSE: Le meduse per la loro trasparenza non vengono notate dai bagnanti che facilmente vengono colpiti. Tra tutte le specie, le più pericolose sono principalmente due: le prime sono le cosiddette Vespe di Mare. Queste meduse vivono in Australia, principalmente nel Queensland. Esse sono considerate tra gli esseri viventi più velenosi al mondo e dopo il Cobra Reale e le zanzare, sono gli animali che causano più morti, anche più degli squali.

Ogni anno alcuni bagnanti vengono urtati dai tentacoli (anche morti o a pezzi) di questo essere con conseguenze in molti casi anche mortali. “L’urto” è dolorosissimo e causa il collasso nel giro di un minuto o due. In caso di avvelenamento chiamare un medico, sciacquare la parte in acqua salata (MAI in acqua dolce), o ancora meglio con l’aceto, e non bisogna strofinare; occorre togliere gli eventuali tentacoli o pezzi dell’animale dalla pelle, con delle pinzette o del nastro adesivo.

La medusa: i suoi tentacoli sono velenosi

Il governo Australiano cerca di combatterle attivamente, per nostra fortuna le pericolose meduse Australiane in genere sono presenti solo durante la stagione estiva, cioè, quando da noi è inverno.

Un’altra medusa pericolosa (o meglio un parente stretto delle meduse) è la Caravella Portoghese, tipica per la sua sacca d’aria galleggiante visibile in superficie, i suoi lunghissimi, ma molto sottili tentacoli sono fortemente urticanti e provocano un forte abbassamento della pressione sanguigna con conseguente collasso e possibile morte negli individui più sensibili; originaria dei mari tropicali è diffusa anche lungo le coste Atlantiche spagnole. L’anno scorso, alcuni esemplari sono stati avvistati anche nel Mediterraneo.

RICCI DI MARE: Quelli velenosi sono davvero pochi, ma se calpestati o anche semplicemente sollevati in mano possono fare molto male. Esiste un tipo di riccio chiamato Riccio Fiore che se preso in mare può essere mortale per l’uomo. Questo riccio, di giorno usa mimetizzarsi con pezzetti di roccia e corallo del suo guscio.

Anche alcune Stelle marine e certe specie di Cetrioli di Mare possono essere urticanti!

POLPO BLU MACULATO: Si tratta di un piccolo polpo di pochissimi centimetri che è caratteristico per via dei suoi colori accesi, in particolare i cerchi blu. Questo animale si può incontrare anche sotto riva e va tenuto a debita distanza in quanto il suo veleno è uno dei più potenti al mondo.

SQUALI: Come non citare infine i temutissimi Squali. Bisogna dire, poiché molte persone non lo sanno, che la maggior parte degli squali è innocua per gli uomini. A quanto pare, non rientriamo nei loro menù. Le razze di squali che si possono incontrare generalmente in tutti i mari, sono soprattutto i Pinna Nera e i Pinna bianca.

Ovviamente, gli esemplari più grandi (un paio di metri, ma anche quelli piccoli) non sono da infastidire. Se ci si limita ad osservarli, anche da vicino, non ci sono problemi. Sono molto famose infatti, le escursioni di shark – feeding a cui è possibile partecipare in tutti i mari.

In caso di grandi squali pelagici, quelli che non si incontrano vicino la riva, la regola generale è: non scappare e non agitarsi (per non simulare un animale ferito), non sostare in posizione orizzontale (per non simulare la sagoma di una preda) ed affrontare l’animale frontalmente.  Comunque si consiglia di evitare di fare il bagno con una ferita sanguinante o con il ciclo mestruale, l’odore del sangue potrebbe attirare il predatore.

Infine si vuol ricordare la “Regola Generale” in caso di punture velenose: si consiglia principalmente, di sciacquare la parte “lesa” con acqua marina e di chiamare un medico appena possibile. Nell’attesa del medico, può essere ancora più utile e fondamentale immergere la parte colpita in acqua molto calda a 40 gradi o poco più per circa 30 o addirittura 90 minuti.

Buona estate a tutti!!

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Meno carne, meno Co2. Intervista a Marina Berati

Post di laura On maggio - 15 - 2010 2 COMMENTI

Dedicarsi con coraggio al servizio degli animali e della Terra è possibile. La dott. ing. Marina Berati ci spiega come

di Laura Dotti

Marina Berati

Marina Berati è coordinatrice del progetto “Dalla fabbrica alla forchetta: Sai cosa mangi?” (saicosamangi.info) e di VegFacile.info; co-promotrice di VIVO, Comitato per un consumo consapevole (consumoconsapevole.org), rappresentante del NEIC (Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione nutritionalecology.org), collaboratrice di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana e fondatrice di AgireOra edizioni. Vegana convinta, naturalmente.

Ci può spiegare in cosa consiste il suo lavoro?

Questo lavoro, che è tutto di volontariato, consiste davvero in tante cose, tante diverse attività, sia di divulgazione che di organizzazione.

Consiste nel progettare, scrivere i contenuti e realizzare materiali informativi, libri, siti web, video (originali o doppiati), campagne a manifesti o per le riviste o per le radio, nel rispondere a innumerevoli mail di richiesta informazioni, nel divulgare comunicati stampa, nel partecipare come relatrice a conferenze e presentazioni, o a lezioni nelle scuole, nonché nell’organizzare conferenze stampa. Il tutto con lo scopo di mettere al corrente le persone sul tema del rispetto per gli animali e per l’ambiente, affinché abbiano gli strumenti per decidere di cambiare comportamento, perché è attraverso la modifica di abitudini e di stili di vita delle singole persone che si possono cambiare le cose, non dipende solo dalle istituzioni o dalle industrie, il primo e maggiore responsabile è proprio il singolo individuo.

Il NEIC, di cui lei è rappresentante, ha sostenuto una campagna dal titolo: “Gli allevamenti pesano sulla terra. Meno carne, meno effetto serra”. Cosa significa?

Questa è una campagna informativa a manifesti, che ha lo scopo di spiegare quanto sia massiccio l’impatto dell’allevamento di animali sull’emissione di gas serra. È un’iniziativa a cura del NEIC e del progetto “Dalla fabbrica alla forchetta: sai cosa mangi?”, e i manifesti sono stati realizzati e diffusi da AgireOra Edizioni.

Nel manifesto è ritratto lo zoccolo di un bovino che “schiaccia” il pianeta, con la spiegazione “Gli allevamenti PESANO sulla Terra”, mentre il titolo asserisce “Meno carne, meno effetto serra”. Il testo esplicativo sottostante spiega quanto influisca l’allevamento di animali sul problema dell’effetto serra: come percentuale impatta tanto quanto l’industria, e ben di più dell’intero settore dei trasporti – 18% contro il 13,5% – ed è quindi un obiettivo prioritario, e alla portata di tutti, su cui intervenire.
Abbiamo distribuito gratuitamente i manifesti a tutti gli attivisti – singoli o in gruppi – che si sono impegnati a organizzare un’affissione nel proprio Comune.  Fino ad ora sono stati affissi quasi 3000 manifesti in 36 diversi Comuni.

Con questa campagna vogliamo far sì che si sappia che la scelta più potente che ognuno può fare in prima persona per diminuire il proprio peso sull’effetto serra è quella di diminuire drasticamente il consumo di carne, o meglio ancora diventare vegetariani.

Quindi un’ulteriore conferma che non sia necessario mangiare carne, anzi…

Mangiare carne, pesce, e altri prodotti animali (come latte, latticini e uova) non è e non è mai stato necessario, e oggi questa abitudine è invece un grosso problema da ogni punto di vista: per il numero astronomico di animali uccisi, per il devastante impatto sull’ambiente, per le ripercussioni negative sulla nostra salute.

Il nostro corpo non è fatto per mangiare carne e altri cibi animali a ogni pasto come si fa oggi, è solo in grado di nutrirsi di questi “ingredienti” occasionalmente senza averne più di tanto danno, ma, appunto li può assumere,  non li deve assumere. Mentre un consumo quotidiano come avviene oggi è gravemente dannoso da ogni punto di vista. Ed è dovuto sostanzialmente a una riuscitissima “campagna pubblicitaria” da parte degli allevatori, copiata in gran parte dal modello statunitense. L’idea che abbiamo bisogno della carne degli animali e delle loro secrezioni (latte e uova) è un mito creato ad arte dall’industria dell’allevamento per ricavare enormi profitti. Il nostro “bisogno” di proteine animali è pari a zero. Da sempre e fino a qualche decennio fa, praticamente tutta la popolazione era quasi-vegan, e i nostri nonni e bisnonni lavoravano di certo molto più duramente di noi, dal punto di vista fisico, eppure la loro alimentazione fatta in questo modo li sostentava benissimo (l’unico problema era quando non c’era abbastanza da mangiare come quantità, ma questa è un altra questione): tant’è che molti di loro arrivano sani fino in tarda età, mentre oggi il numero di persone che muoiono giovani o che rimangono invalide per le malattie “croniche” o “degenerative” (le cosiddette “malattie del benessere”, che sono le più diffuse, invalidanti e mortali che colpiscono i Paesi ricchi) è in costante aumento. Queste malattie sono l’arteriosclerosi, il sovrappeso-obesità, il diabete mellito, l’ipertensione arteriosa, il cancro, l’osteoporosi e sono tutte legate allo stile di vita e in particolare all’alimentazione. Possono essere prevenute, e in diversi casi anche curate, con una dieta a base vegetale.

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Il nostro amico a 4 zampe ci migliora e allunga la vita

Post di claudia.vallini On maggio - 13 - 2010 1 COMMENTO

Sempre più intenso il rapporto tra uomo e animale e numerosi i reciproci benefici: si stima infatti che in Italia vi siano 45 milioni di animali domestici e tra questi 15 milioni di cani e gatti

di Claudia Vallini

I PRINCIPALI BENEFICI – Un numero sempre maggiore di italiani sceglie di condividere la propria vita con un animale da compagnia e lo fa per le più svariate ragioni, affetto, compagnia, difesa. Nella maggioranza dei casi questi animaletti sono circondati di attenzioni, coccole e affetto e a volte sono addirittura viziati. Questo fenomeno è presente in tutto il mondo occidentale, dall’Italia agli Stati Uniti, all’Europa dell’est. I benefici della loro presenza tra le mura domestiche sono sotto gli occhi tutti, a cominciare dalla sferzata di buon umore che riescono a trasmetterci quando ci corrono incontro festosi e scodinzolanti al nostro rientro dopo una giornata lavorativa magari pesante e storta! Quante volte ci siamo detti che a questo esercito di amici pelosi manca solo la parola!

Accarezzare un cane o un gatto, prendersi cura delle loro necessità e giocare con loro aiuta a regolarizzare il respiro, rallentare il battito cardiaco, ridurre la pressione e l’ansia e contribuisce a superare la depressione. Recenti ricerche hanno dimostrato che le persone anziane proprietarie di cani hanno meno problemi di salute dei coetanei senza compagni a 4 zampe e questo anche perché i cani, avendo bisogno delle cure dell’uomo, forniscono ai loro padroni attempati una ragione in più per vivere. E’ fuori di dubbio quindi che avere un animale domestico influisce in modo positivo sul benessere psicologico, o meglio psicofisico. Addirittura si è stimato che tra gli infartuati la percentuale di sopravvissuti tra quelli che posseggono un cane è di 4 volte superiore rispetto a chi non ne possiede.

La convivenza con il nostro pet contribuisce alla produzione di ossitocina, comunemente chiamato ormone delle coccole che contribuisce a migliorare lo stato d’animo e la predisposizione alla cordialità e all’empatia verso gli altri. Per chi si sente un po’ solo e giù di morale una passeggiata al parco col proprio cane può essere un vero toccasana e un’occasione per fare nuove conoscenze scambiando due parole con persone che, senza il pretesto del cane, non si sarebbero mai conosciute.

Una ricerca condotta dall’Università di Deakin (Australia) ha evidenziato che prendersi cura di un animale domestico contribuisce a ridurre il sovrappeso e l’obesità infantile, giocare spesso con loro e portarli a correre al parco sono attività che piacciono molto a bambini e a ragazzi che in questo modo si divertono e fanno un po’ di sano movimento. La Pet Therapy, in italiano zooterapia, che utilizza i benefici derivanti dalla compagnia degli animali, ha dato risultati positivi con persone anziane, disabili, malati cronici e bambini autistici. Questa terapia, quando utilizzata in modo professionale, dovrebbe coinvolgere non solo paziente e amico animale, ma anche una equipe di medici, veterinari, psicologi ed educatori.

AMORE, CURE E RISPETTO VERSO IL NOSTRO PET – Prendere un animale forse non è proprio da tutti. E’ anche questione di carattere, di amore per gli animali e della capacità di sviluppare una particolare e reciproca simpatia. Non bisogna lasciarsi trascinare dalla moda del momento, ma farsi consigliare da un esperto, da un veterinario, quale animale potrebbe essere più adatto alle nostre esigenze e di quali cure ha bisogno per essere sano e felice.

Un animale è, o dovrebbe essere, per sempre. Accogliere in casa un amico a 4 zampe significa prendersene cura per tutta la sua vita che, grazie alla migliore alimentazione e cure veterinarie, si aggira ormai tra i 14 e i 18 anni. Sin da cuccioli cani e gatti vanno vaccinati contro le principali malattie infettive e portati dal veterinario almeno due volte all’anno per una visita e i richiami periodici delle vaccinazioni. Il gioco e le coccole quotidiane sono indispensabili per il loro benessere e i cani necessitano di almeno tre passeggiate al giorno di 20, 30 minuti l’una. E’ importante che vivano in ambienti puliti e disinfettati, la cuccia va pulita regolarmente, la sabbia del gatto cambiata quotidianamente e spazzole, pettinini e ciotole tenuti sempre puliti. Bisogna curare la loro alimentazione, preparando i pasti in casa su consiglio del veterinario o utilizzando cibi industriali adatti a loro e alle più svariate esigenze di salute e di palato dei nostri amici. Non dimentichiamo la ciotola dell’acqua, sempre a disposizione, fresca e pulita.  Controllare spesso orecchie, denti e mantello e soprattutto d’estate usare antiparassitari adeguati e di buona qualità, collari specifici e in zone con molte zanzare, fare dormire il nostro pet al chiuso.

Per i cani esiste l’obbligo del guinzaglio, del microchip e della registrazione all’anagrafe canina per contrastare il triste fenomeno dell’abbandono e il randagismo. Di fronte a tanti cani di cui i padroni si sono perdutamente innamorati ne esistono infatti molti altri che al contrario conducono purtroppo una vera e propria “vita da cani”, maltrattati e malati, rinchiusi in strutture che troppo spesso invece che ricoveri assomigliano a dei lager. Si tratta di mettere in atto una rivoluzione culturale, una presa di coscienza da parte dell’uomo nei confronti degli animali, che non sono cose, ma esseri viventi degni di rispetto e che possono darci tantissimo in cambio.

Foto | via www.sxc.hu

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Il 9, 16 e 23 maggio più di cento oasi naturali e protette in tutta Italia resteranno aperte gratuitamente al pubblico allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della biodiversità

di Adriano Ferrarato

Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo

Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo

«Dobbiamo riuscire a far diventare la tutela dell’ambiente un valore che deve essere considerato non come una ideologia politica, ma che va diffuso trasversalmente in modo che i cittadini ne siano consapevoli. E il WWF è l’associazione ambientalista per eccellenza». Con queste parole il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha inaugurato, nella sala Arazzi della sede della Rai di Viale Mazzini, l’iniziativa ecologica della “Festa delle oasi”. Il 9, 16 e 23 maggio infatti, più di cento oasi naturali e protette in tutta Italia, grazie al lavoro dell’ente più famoso in termini ecologici, resteranno aperte gratuitamente al pubblico allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica su importanti temi come ad esempio quello della biodiversità.

Proprio per l’onorevole quest’ultimo punto rappresenterebbe un grande problema poichè: «in questo 2010, anno in cui celebriamo la biodiversità a livello internazionale, ne stiamo purtroppo perdendo la conoscenza. Il governo tuttavia ha finalmente messo insieme molto materiale, raccolto dati ed opinioni, analizzato studi e ricerche, realizzando una importante strategia nazionale». Questo piano di azione sarà reso noto, sempre a Roma, alla fine del mese di maggio. «Ciò», ha continuato la Prestigiacomo, «si tradurrà in politiche, linee guida rivolte a governi europei ed enti locali, con un approccio multidisciplinare che permetterà di divulgare a tutti, con semplici parole, le modalità di impiego delle risorse allo scopo”. Il ministro ha poi espresso enorme soddisfazione per la carta redatta lo scorso anno a Siracusa durante il G8 Ambiente, annunciando inoltre la protezione di nuove aree, di cui 4 marine.

Il ministro ha poi messo in guardia i rischi di una possibile errata comprensione dei problemi ambientali: «dobbiamo stare molto attenti, perché bisogna valutare il modo con cui gli enti considerano le oasi» e la tutela naturalistica. «Pensiamo alla tragedia avvenuta in Messico, che ci deve tenere sempre all’erta».

Molti gli ospiti presenti dell’illustre evento: il simpaticissimo moderatore e conduttore televisivo di “Geo & GeoFrancesco Petretti, che ha salutato con enorme soddisfazione la forte collaborazione della Rai con il WWF, identificandola come una sorta di «grande passaggio della natura» in uno spazio dove essa ha più possibilità di essere guardata e riconosciuta. E quindi preservata. Parole simili sono anche venute dal direttore del segretariato sociale della Rai, Carlo Romeo: “la Rai non si richiude in sé stessa, non è arrogante. Fare comunicazione sociale non è facile. Ma la gente vede la Rai protagonista, perché l’ambiente e il sociale corrispondono tra loro al 100%”. Non a caso sulla televisione nazionale a partire da questo weekend verrà trasmesso un bellissimo spot sulla bellissima manifestazione a sostegno della natura, insieme a numerosi approfondimenti all’interno dei programmi televisivi e radiofonici.

Altre parole di approvazione, soprattutto nei confronti dell’onorevole Ministro dell’ambiente, sono venute poi dal presidente onorario del WWF , Fulco Pratesi: «Bisogna saper coordinare la bellezza umana con quella della natura». E non è un obiettivo semplice, essendoci comunque dei costi elevati da sostenere: «Non è facile immergersi in cose che molto spesso non hanno un immediato riscontro economico. Ma per noi rappresenta la presenza capillare dell’uomo sul territorio che difende anche l’insetto più piccolo dall’estinzione».

«Le oasi protette sono il nostro biglietto da visita», ha commentato successivamente Stefano Leoni, presidente del WWF in Italia «dalla prima riserva naturale del lago di Burano, nel 1976, siamo riusciti a salvare più di trentamila ettari di territorio. Una sorta di “federalismo” in cui abbiamo tutelato ogni identità culturale e locale, un senso del sentirsi italiani restando attaccati al territorio». Proponendo in aggiunta «un altro modo di vivere l’ambiente. Conservarlo e preservarlo infatti non significa affermare che la natura non muti, ma è fare in modo che venga rispettato il suo corso. Le oasi in questo senso sono un punto di promozione delle aree, creando anche nel contempo un economia di contorno» a favore del turismo ecologico.

Pratesi e il ministro Prestigiacomo durante la conferenza stampa

Pratesi e il ministro Prestigiacomo durante la conferenza stampa

In progetto ci sono ulteriori 25 cantieri appena aperti, che si occuperanno di ripopolamento ,nidi, reintroduzione, biodomesticità. Molte specie come la lontra e il cervo sardo grazie a questa tipologia di intervento non rischiano più l’estinzione e permettono a tutti di poter condividere la biodiversità. E non solo. Il WWF sta cercando di sperimentare un approccio di affiliazione, in cui soggetti esterni potranno direttamente partecipare, secondo le direttive dell’ente ambientalista, alla gestione del sistema delle oasi.

E a conclusione della conferenza, una divertentissima battuta offerta da due ospiti di eccezione: Marco Presta e Antonello Dose, i due conduttori radiofonici della trasmissione radiofonica  “Il ruggito del coniglio”: «Bisognerebbe rendere Montecitorio area protetta, dato il rischio di estinzione della corrente finiana». Ecco come tutelare l’ambiente con il sorriso sulle labbra.

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Sensazionale scoperta della NASA in cerca di prove sulla vita extra-terrestre

di Mara Guarino

Jellyfish Swim Aquarium
Una medusa nuota in profondità

Antartide, Mare di Ross – C’è ancora da stupirsi? Che la natura fosse una sorpresa continua si era capito da tempo. Sempre stupefacente è però vedere come spesso riesca addirittura ad andare oltre la già fervida immaginazione dell’uomo. Come in Antartide, dove alcuni ricercatori della NASA sono riusciti nell’impresa di catturare le immagini di un lontano parente dei gamberetti, appartenente alla famiglia  Lysianassidae.

Non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che il crostaceo anfipode si trovava nelle gelide acque del Mare di Ross,  a circa 180 metri di profondità. Di colore rosso e lungo non più di 7 centimetri, il gamberetto si era spinto a 20 chilometri dalla costa, dove godeva inoltre di ottima compagnia: all’interno del pozzo scavato dai ricercatori, nelle stesse identiche condizioni, è stata immortalata anche una medusa.

Il ritrovamento ha colpito la stessa Agenzia spaziale americana, che, come rivela il glaciologo Robert Bindschadler, era abbastanza sicura che la ricerca della vita al di sotto dei ghiacci polari non avrebbero portato a nessun esito: “Stavamo lavorando nella convinzione che non avremmo trovato niente. Invece, abbiamo trovato un gambero”. Nemmeno chi per primo ha creduto nel progetto è dunque riuscito a nascondere la propria incredulità. Per questa ragione, fotografie ed immagini sono state poste all’attenzione dell’Unione Geofisica Americana, riunita in un convegno nel mese di marzo scorso, nella città di Baltimora.

Il clamore è dovuto al fatto che si tratta del primo caso documentato di forme animali relativamente complesse capaci di colonizzare un habitat tanto estremo. In precedenza, l’estremofilia – ovvero la possibilità di vivere in situazioni ambientali estreme – era stata a lungo ritenuta una proprietà esclusiva di alcune specie di  batteri ed archea, organismi con un’organizzazione ben distinta da quella degli animali superiori. I microrganismi estremofili sono infatti unicellulari e recano cellule di tipo procariote, morfologicamente e funzionalmente ben distinte da quelle eucariote, che contraddistinguono tutte le forme viventi pluricellulari. Ad ogni modo, nemmeno batteri ed archea sembrano ad oggi in grado di tollerare temperature tanto basse.

Paesaggio antartico

Gli scenari che si aprono a seguito di questa scoperta sono molteplici.

Scartata l’ipotesi che gli animali si trovassero a tale profondità per un puro caso, fondamentale per i biologi sarà comprendere quali adattamenti comportamentali e fisiologici hanno reso possibile la colonizzazione di una nicchia ecologica inospitale ai più. D’altro canto, segnano un punto a loro favore anche i sostenitori della vita extra-terrestre. Si pensi ad esempio all’acqua ghiacciata rinvenuta su Marte, o ai ghiacci spessi centinaia di chilometri che si estendono su gran parte di Europa, una delle lune satelliti di Giove.

A questo punto, come si può escludere a priori che non possano aver ospitato o ospitare la vita? Di certo, rispondere alla domanda chiamando in causa i climi proibitivi di questi pianeti non basterà più.

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In vista delle elezioni che si terranno a maggio in Gran Bretagna, il chitarrista del Queen ha lanciato la campagna Save Me, contro il possibile ripristino della caccia alla volpe, al cervo e alla lepre

di Chiara Collivignarelli

Brian May

Dal titolo di uno dei più grandi successi mondiali dei Queen, Save me per l’ appunto, Brian May ha lanciato una campagna d’informazione su vasta scala per tentare di impedire che alcune forme di caccia tornino a essere legali nella campagna inglese.

L’iniziativa Save-me fa appello all’opinione pubblica britannica, perché gli elettori riflettano sulle conseguenze che il loro voto avrà sul benessere degli animali, in particolare sulla regolamentazione della caccia alla volpe, al cervo e alla lepre. Il primo manifesto della campagna è stato affisso dallo stesso May a Londra, in Cromwell Road.

L’iniziativa vuole essere una risposta diretta a un recente annuncio di David Cameron. Il candidato dei Tories ha infatti affermato che, se i conservatori saranno eletti, entro il primo mese della loro legislatura metteranno ai voti in Parlamento la revoca dell’Hunting Act del 2004, che ha reso illegale la caccia con cani agli animali selvatici.

Save-Me chiede ai cittadini di manifestare il loro supporto alla causa registrandosi al sito web www.save-me.org.uk e si pone come obiettivo quello di raccogliere almeno un milione di adesioni entro il giorno delle elezioni. Ai sostenitori del progetto viene chiesto in particolare di esigere che i candidati locali esprimano un’esplicita presa di posizione, a favore o contro la caccia alla volpe, prima delle elezioni, e che dichiarino quale sarà il loro voto in Parlamento se dovesse essere proposta la revoca dell’Hunting Act.

«È evidente che la grande maggioranza della popolazione britannica ama gli animali – ha dichiarato Brian May – e inorridisce davanti alla crudeltà della caccia con le mute di cani.  Per questo l’Hunting Act è stato democraticamente approvato nel 2004. Siamo convinti che ogni elettore abbia il diritto di sapere in anticipo se il suo candidato voterà per la demolizione di questa legge in difesa degli animali. Stiamo sollecitando tutti quanti a dare il loro supporto solo a quei candidati che si impegneranno a opporsi alla revoca, per mantenere la legge in vigore e nel tempo eliminare completamente questa barbarie dalle nostre campagne.»

Il musicista ha già contattato i tre candidati per conoscere la loro posizione in merito. Alla vigilia delle elezioni, ognuno dei sostenitori registrati sul sito della campagna riceverà da May un messaggio personalizzato, per confermare la posizione dei candidati, nel relativo collegio, sulla questione della caccia alla volpe. Un’informazione fondamentale per decidere a chi dare la preferenza.

May continua: «Il nostro scopo è dar voce agli animali. C’è la sensazione diffusa che moltissimi elettori siano stanchi e per niente convinti di tutti questi dibattiti in corso in merito a quale partito sia meglio in grado di rimettere in moto l’economia, e possano semplicemente non sentirsi motivati a votare.  Speriamo che questa iniziativa invogli invece tutti quanti ad andare alle urne e a sostenere davvero,  forse per la prima volta, gli animali.  Daremo il nostro supporto a qualsiasi candidato, di qualsiasi partito, che si impegni a votare per mantenere in vigore le leggi contro la caccia.» Diversi altri personaggi noti si sono già mobilitati per partecipare a Save-me e dichiareranno pubblicamente il loro sostegno nel corso delle prossime settimane.

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Maggioranza e opposizione sembrano pensarla allo stesso modo: “Fare spettacolo senza animali in gabbia si può”. Quattro proposte di legge sono già pronte e approvate, ma per Roger Falk, il più giovane domatore d’Europa, “senza tigri ed elefanti il circo muore”

di Veronica Leanza

Gli elefanti nello spettacolo circense

Sono state approvate quattro proposte di legge contro lo sfruttamento degli animali negli spettacoli circensi. Esse sono state presentate all’inizio della legislatura da parte del PDL e PD e inserite nel provvedimento per la riforma della legge quadro per lo spettacolo dal vivo; ora sono all’esame della commissione Cultura di Montecitorio.

Ogni anno, il Ministero dei Beni Culturali, elargisce agli spettacoli circensi, quasi 7 milioni di euro. Di queste cifre beneficiano centinaia di circhi che appartengono al capitolo spesa del FUS, il Fondo Unico dello Spettacolo, uno strumento finanziario che sostiene le attività del cinema e gli spettacoli dal vivo.

Gran parte dei circhi italiani basano i loro spettacoli sull’esibizione degli animali; questo con l’andare del tempo ha aumentato la sensibilità delle persone verso questa realtà. Negli ultimi anni, infatti, molte amministrazioni hanno addirittura vietato la sosta di circhi con animali nei loro territori, schierandosi a favore delle associazioni animaliste.

D’altra parte, il Cirque du Soleil, il Circus Oz e molti altri famosi circhi hanno dimostrato come il successo e la redditività del circo non richieda l’uso di animali. Eliminare lo sfruttamento di questi nei circhi, significa semplicemente un aumento di artisti umani, non la fine della tradizione circense.  

La deputata Gabriella Giammarco, una delle prime ad aver firmato la legge bipartisan,  ha dichiarato: “Da oltre un quarto di secolo lo spettacolo circense è messo sotto accusa dalla crescente sensibilità dei cittadini nei confronti dei diritti degli animali, una sensibilità divenuta ormai vera e propria acquisizione culturale, che sta conducendo il circo italiano verso un inesorabile declino, nonostante la stessa attività circense,  sia apprezzabile per i contenuti artistici rappresentati da clown, giocolieri, acrobati, trapezisti e illusionisti. E’ l’uso degli animali, però, che l’ha confinato nel vicolo dell’ anacronismo”.

“Per la loro intera esistenza – prosegue la deputata – gli animali sono obbligati in angusti spazi, in molti casi con l’ausilio di mezzi coercitivi tipici dei peggiori orrori della tortura, come le catene. D’altra parte, esistono vari esempi nel mondo di spettacoli circensi di grande prestigio e successo che non utilizzano gli animali, primo fra tutti il “Cirque du soleil”. Il circo senza animali,  non solo è  possibile,  ma è necessario per recuperare un rapporto tra uomo e natura, tra bambini e animali. Non è  un caso che l’Italia abbia il più alto numero di condanne per i circhi tra i Paesi dell’ Ue”.

Roger Falk, il più giovane domatore d'Europa

L’Italia non è il primo paese ad aver approvato questa legge, anzi altri quindici paesi prima di noi hanno proibito, del tutto o parzialmente, l’esibizione di circhi con animali. Tuttavia, ovviamente, queste accuse non bastano a convincere chi, con tigri, leoni ed elefanti ci lavora, e passa gran parte del tempo.

E’ il caso di Roger Falk, il più giovane domatore d’Europa. Egli difende senza riserve la sua professione: “La mia famiglia lavora nel circo da sette generazioni. Gli elefanti e le tigri sono i miei animali da compagnia. Sono nati in cattività, e conoscono solo questo. Siamo sempre con loro, hanno bisogno del contatto umano. E’ bene che vi siano controlli ancora più  severi per la tutela di questi animali. Ma senza di loro il circo muore”.

Un’altra associazione, l’ECA, European Circus Association, ritiene invece che l’esibizione di animali nei circhi sia educativa e divertente per i bambini. Inoltre rivela che oggi, la maggior parte degli animali che vivono nei circhi sono nati già in cattività e sono quindi sempre stati abituati a vivere con le persone, che non vengono maltrattati e che sono sottoposti a controlli veterinari frequenti. Infine, l’ECA dichiara che i suoi membri hanno il diritto ad esibire i loro animali.  

Queste dichiarazioni però, non faranno cambiare idea ai parlamentari che hanno sottoscritto la legge. Queste proposte stabiliscono anche che, ai circhi che rinunceranno agli animali andranno i finanziamenti del FUS. Per quanto riguarda invece coloro che violeranno la legge, essa prevede sanzioni con multe che possono arrivare fino a 150 mila euro e la reclusione fino a 5 anni, con la sospensione dell’autorizzazione agli spettacoli circensi per 15 mesi.  

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Mortal Wombat. Carini, coccolosi e…letali

Post di Francesco Guarino On aprile - 7 - 2010 4 COMMENTI

Un sessantenne a Flowerdale ha rischiato la vita per l’improvviso attacco di un wombat, un marsupiale australiano goffo e particolarmente lunatico

di Francesco Guarino

Un piccolo Wombat

I pinguini di Madagascar hanno finalmente trovato pane per i loro denti. Il monopolio pinnato degli animali carini e coccolosi, ma solo in apparenza, è stato intaccato pochi giorni fa dal wombat: un marsupiale tozzo e muscoloso (un metro scarso di lunghezza, per un peso che varia dai 20 ai 35 kg), tipico dell’Australia sud-orientale, che qualche giorno fa ha inspiegabilmente assalito un sessantenne dello stato di Victoria, procurandogli profonde escoriazioni al volto, nonché ferite e fratture agli arti. Provvidenziale è stato l’intervento di un vicino dell’uomo, che è stato costretto ad uccidere l’animale.

Ad un primo sguardo il wombat non può non ispirare simpatia: la postura goffa, a metà strada tra un tasso e un koala, gli occhi piccoli e neri, la coda quasi inesistente. Si aggiunga al quadro fin troppo rassicurante, che il marsupiale in questione è anche erbivoro e dal metabolismo particolarmente pigro (due settimane per completare l’intero processo digestivo di un pasto!). «Alla vista è un animale grazioso, ispira tenerezza e viene voglia di coccolarlo – spiega James Woodford, autore dell’ormai imperdibile libro “La vita segreta del wombat” – Quando sono cuccioli, fino ai due anni, sono davvero affettuosi con le persone.» Ebbene, quale sarà mai il difetto del wombat? Facile: è terribilmente lunatico.

L’animale, infatti, si presta alla vita in cattività e in patria è venerato alla stregua di una star. Una città, una squadra di calcio e persino un portale internet portano il suo nome. Il tenero marsupiale, però, è fin troppo estroverso. Non teme minimamente il contatto con l’uomo e basta infastidirlo appena più del dovuto per provocarne reazioni di una violenza incontrollabile. Gli stessi gestori degli zoo che lo ospitano, hanno ritenuto opportuno assegnargli un “alert” inferiore solo a quello dei leoni e degli orsi. Perché tutta questa cautela? Il wombat sarà anche pigro e coccoloso, ma è in grado di scattare in pochissimi secondi fino a 40 km/h e di tenere la velocità per ben novanta secondi.  

Un esemplare adujltoUn po’ come se Usain Bolt facesse più di due giri di pista alla stessa velocità con cui corre i 100 metri piani. L’impatto col marsupiale in piena corsa sarebbe pari a quello con un barile di 120 kg in pieno petto. Roba da stendere chiunque, come è successo al povero Bruce Kringle. Il signor Kringle, ahilui, durante una passeggiata per i boschi è incappato in un wombat con la luna storta. L’animale lo ha scaraventato al suolo e si è avventato con violenza sul corpo del sessantenne, provvidenzialmente soccorso da un vicino attirato dalle urla. L’unico modo per distogliere il wombat dal suo attacco omicida è stato assestargli un colpo d’ascia, che è risultato fatale per l’animale e salvifico per il povero Bruce, ricoverato nel nosocomio di Flowerdale con gravi ferite al collo, alle braccia e alle gambe.

Il Sidney Morning Herald ha dato ampio risalto alla notizia, corredando il servizio con immagini del wombat in atteggiamenti di assoluta confidenza con l’uomo. L’avvertenza arriva solo a fine articolo: «Attenzione. Pericolo è il suo secondo nome». Chi avrebbe mai immaginato che da Mortal Kombat a Mortal Wombat il passo potesse essere così breve?

 

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Che vita da cani, questa

Post di Nadia_Galliano On marzo - 30 - 2010 2 COMMENTI

“Un cane ferito si presenta al pronto soccorso”: potrebbe sembrare l’inizio di una buona barzelletta, se non fosse, invece, pura realtà

di Nadia Galliano

“Le porte della misericordia sono aperte a chiunque, ma pure quelle del pronto soccorso”- deve aver pensato il cane, protagonista dell’episodio in questione.

Sabato scorso, a Farmington, nel New Mexico, un bastardino di pastore tedesco si è presentato al Centro Medico Regionale San Juan, speranzoso di farsi curare le ferite al muso e ad una zampa riportate, probabilmente, a seguito di un morso.

I veterinari, chiamati dai medici della struttura, dopo averlo diligentemente visitato, hanno dichiarato che, nonostante le ferite, l’animale appariva calmo e, probabilmente, aveva preso lui stesso, motu proprio e con molta lucidità, la decisione di recarsi in ospedale.

Curate le ferite, il cane è stato dapprima affidato a Robin Loev, referente del canile locale, per poi essere spostato al Farmington Animal Shelter , non presentando traumi evidenti o patologie compromettenti.

Ma se pensate che il tragicomico episodio finisca qui, vi sbagliate di grosso.

L’animale, che al momento del ritrovamento indossava solamente un collare verde, senza piastrina, stava per essere inserito nelle liste di adozioni (e sicuramente sarebbe stato un candidato ideale), quando, il giorno successivo, al padrone Randy Juckes è quasi preso un colpo, riconoscendo il suo fido in foto, sul giornale che aveva tra le mani.

Per fortuna “tutto è bene, quel che finisce bene”: ora Scottie (il nome del cane) è tornato a casa sano e salvo, dal padrone che si spera, questa volta, abbia maggior considerazione per lui.

Ormai anche i cani hanno preso le abitudini dei loro padroni: mangiano male, fanno poco movimento e ora vanno pure al pronto soccorso.

Chissà se anche noi arriveremo mai ad ispirarci a qualche buona consuetudine praticata dai nostri fedeli amici a quattro zampe.

Nell’attesa di scoprirlo, però, meglio controllare di non versare i croccantini nel nostro piatto!

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L’orso polare? È in vendita sul web

Post di Laura Guerrato On marzo - 24 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

La Conferenza Internazionale sulla biodiversità lancia un nuovo e inquietante allarme: la vendita di cuccioli, e non solo, di specie protette tramite la rete

di Laura Guerrato

Alla CITES (Convention on Internazional Trade en Endangered Species) conferenza internazionale cui aderiscono 175 Paesi, che si svolge quest’anno a Doha in Qatar dal 14 al 25 Marzo, si discute della messa a punto di una Convenzione internazionale sul commercio delle specie protette che dovrà definire la messa al bando della caccia, della pesca e della commercializzazione di diversi animali a rischio di estinzione, dal tonno rosso agli elefanti.

E’ stato lanciato un nuovo allarme dai partecipanti: internet è la maggior minaccia alla sopravvivenza delle specie a rischio e in via di estinzione. Il web, infatti, è il modo più semplice e veloce per comprare e vendere esemplari appartenenti a specie protette.

Paul Todd, membro dell’International Fund for Animal Welfare, afferma che migliaia di specie a rischio sono regolarmente scambiate tramite internet, che permette, mediante aste on-line, annunci privati e chat room, a domanda e offerta di incontrarsi con il favore dell’anonimato e con l’azzeramento delle distanze.

La conferenza internazionale dovrebbe, secondo Todd, oltre a cercare un accordo sui suoi temi chiave, avanzare proposte per regolare i commerci in rete. Questo mercato della vergogna infatti comprende tutti i Paesi, dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Europa, passando per l’Asia, fino all’Australia. Mercato che si arricchisce grazie alla vendita di leoncini, cuccioli di orsi polari, gioielli in corallo e addirittura di un vino fatto con le ossa di tigre.

Il web è naturalmente solo il mezzo, non la minaccia diretta, ma tramite la rete si è potuto creare un nuovo modo per commercializzare la merce.

Durante la conferenza, nonostante il problema sia stato portato alla luce più volte, non si è arrivati a oggi a una vera e propria conclusione, così come non si è trovato l’accordo per il mercato del tonno rosso, tema che vede su fronti opposti da un lato il Giappone e dall’altro USA e Unione Europea, unite a favore di una moratoria della pesca per un periodo di tempo almeno sufficiente alla ripopolazione della specie, osteggiata invece dal Giappone, poiché  il tonno è l’ingrediente fondamentale per il sushi.

Sembra invece che si sia arrivati a un accordo per quanto riguarda il commercio dellavorio: Zambia e Tanzania si sono viste rifiutare la proposta di rivedere il documento che nel 1989 aveva messo al bando il traffico internazionale dell’avorio e renderlo nuovamente legale.

E gli elefanti ringraziano, ma il problema della pericolosità del web rimane per tutte quelle specie a rischio che vengono vendute tutti i giorni per arrivare poi nei giardini privati o nei salotti di chi se li può permettere per mostrarli ad amici e parenti.

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Negli abissi il segreto dell’immortalità

Post di Adriano Ferrarato On febbraio - 24 - 2010 2 COMMENTI

La “Turritopsis Nutricula” è un invertebrato che può modificare il proprio ciclo biologico una volta arrivato all’età adulta, tornando nuovamente giovane

di Adriano Ferrarato

Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges diceva: “Essere immortale è cosa da poco: tranne l’uomo, tutte le creature lo sono, giacché ignorano la morte; la cosa divina, terribile, incomprensibile, è sapersi immortali”. Il problema di vivere oltre il tempo stabilito è un tema centrale all’interno della cultura della società di oggi. Tutti vorrebbero prolungare più a lungo la propria esistenza, e il progresso scientifico (soprattutto in campo medico) ha fatto enormi passi avanti in direzione di questo. Negli ultimi cento anni, la durata media di sopravvivenza di un essere umano è aumentata moltissimo.

Tuttavia una vita “fisica” eterna  rimane un’utopia per l’uomo. Ma non per il regno acquatico, che ancora una volta, mostra la sorprendente bellezza della natura. Proprio dagli abissi potrebbe infatti celarsi il mistero dell’immortalità, così come hanno potuto appurare due scienziati italiani: il professor Ferdinando Boero (docente all’Università di Lecce di zoologia e biologia marina) e Stefano Pir (dell’Istituto Talassografico CNR “A.Cerruti” di Taranto) hanno infatti scoperto la presenza di una particolare specie di medusa, la Turritopsis Nutricula, in grado di non morire mai.

La straordinaria creatura è infatti in grado di “invertire” il proprio ciclo cellulare biologico una volta giunta alla vecchiaia, tornando di nuovo allo stadio giovanile e ricominciando, in poche parole, un nuovo percorso vitale. Ed il processo può essere ripetuto per un numero indefinito di volte. L’invertebrato può quindi andare all’altro mondo soltanto se mangiato da altri predatori del mare.

I due studiosi avevano scoperto l’esistenza di questa specie già alcuni anni fa, ma le ricerche a riguardo, nonostante l’entusiasmo, furono interrotte improvvisamente e l’organismo ha potuto svilupparsi e riprodursi in tranquillità, diventando numericamente molto pericoloso per l’ecosistema marino. Il rischio concreto è quello di una invasione di Turritopsis a danno di molte specie, e a cui bisogna ricorrere ai ripari immediatamente. Ecco allora come l’immortalità può diventare terribilmente mortale per qualcun altro. Chissà che questo, sotto un certo punto di vista, non rappresenti una sorta di avvertimento indiretto agli uomini a non sfidare le leggi del tempo e di Madre Natura.

 

 

 

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Gatto in umido, Bigazzi sospeso

Post di Nicola Gilardi On febbraio - 17 - 2010 4 COMMENTI

Dopo le polemiche è arrivata la sospensione. A seguito della sua “poco felice” ricetta su come cucinare i gatti, il gastronomo Beppe Bigazzi è stato lasciato a casa dall’azienda

di Nicola Gilardi

Beppe Bigazzi

Stavolta sulla griglia ci è finito Beppe Bigazzi. Dopo la ricetta su come cucinare i gatti, il giornalista de “La prova del cuoco”, è stato sospeso dalla Rai. Il caso aveva suscitato molte polemiche ed il provvedimento era nell’aria dato che molte associazioni erano insorte. L’Enpa, infatti, ha accusato il gastronomo toscano di istigare la violenza sugli animali, mentre il sottosegretario alla Salute, Francesca Mancini, ha ricordato come i gatti siano tutelati dalla legge, essendo animali d’affezione.

«A volte Bigazzi dice delle stupidate» ha commentato Antonella Clerici, oggi presentatrice del Festival di Sanremo, ma già volto storico del mezzogiorno di Rai 1. In effetti è difficile darle torto. I gatti sono, oggi, compagni di vita di molte persone che vi si affezionano fortemente. L’idea di poterli mangiare mette i brividi.
La gastronomia italiana, poi, ha una varietà di prodotti talmente vasta, che l’aggiunta della carne di gatto sembra essere davvero fuori luogo.

A farci storcere il naso è anche la leggenda sui ristoranti cinesi. In molti sostengono che questi cucinino proprio i gatti, voci che non hanno ancora trovato fondamento. In ogni parte del mondo esistono particolarità culinarie che ci fanno accapponare la pelle come le lucertole essiccate del Giappone oppure i bruchi cotti del Botswana. Si tratta di tradizioni gastronomiche ancora socialmente accettate da questa tipologia di popolazione locale. Non si può certo dire lo stesso dei gatti in Italia dove il gatto, infatti, è diventato un animale domestico da compagnia che riveste un ruolo affettivo molto importante per le persone.

Questa ricetta è stata decisamente sfortunata per Bigazzi.

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Quando i gatti entrano nei libri

Post di Laura Dabbene On febbraio - 13 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Nel panorama narrativo mondiale, da Esopo a Bulgakov, ricorrono indimenticabili figure “gattesche” tutte da riscoprire

di Laura Dabbene

17 febbraio: Festa del gatto

Il 17 febbraio, con una festa appositamente dedicata, si celebra il più affascinante e nobile degli animali domestici: il gatto. La scelta della data non è affatto casuale. Febbraio è, secondo il calendario astrologico, il mese dell’acquario, segno che denota uno spirito libero ed anticonformista, proprio come quello del nostro amico a quattro zampe. Sul giorno, il 17, esistono diverse interpretazioni. Chi lo dice legato alla volontà di sfatare il mito della sfortuna ascritto a questo numero e alla figura che della “jella” è il simbolo prediletto, il gatto nero, chi invece chiama in causa la cifra romana XVII e il suo anagramma VIXI, traducibile dal latino all’italiano come “ho vissuto”, alludendo quindi alle proverbiali sette vite di questo felino.

Quale miglior tributo a questi intriganti animali se non ricercare nella tradizione letteraria alcuni loro simili? Tra i racconti di Esopo, favolista greco vissuto tra VII e VI secolo a. C., Il gatto e i topi ricorda lo stratagemma dell’affamata bestiola che, per stanare i roditori dal loro nascondiglio, si finge morta, senza considerare quando l’esperienza abbia insegnato ai saggi topini, che non si lasciano certo ingannare e obbligano il predatore a rimanere a bocca asciutta. Più astuto e fortunato è Il Gatto con gli stivali, soprattutto nelle versione della fiaba restituita dalla penna dei fratelli Grimm. Misera eredità lasciata da un padre al più giovane dei suoi figlioli, lo scaltro felino sarà l’artefice della fortuna del suo padrone, cui riuscirà a conquistare l’amore, la ricchezza e la gloria.

Se il Gatto con gli stivali vince il premio intraprendenza ed audacia, la palma d’oro della simpatia va senza dubbio allo Stregatto creato nel 1895 da Lewis Carroll. Elemento chiave dell’infinita schiera di bizzarre creature che popolano il mondo descritto in Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, è sufficiente citare uno scambio di battute tra la ragazzina e il curioso animale per comprendere la portata filosofica di questo personaggio. Al timido approccio di Alice: “Volevo solo chiedere che strada devo prendere”, il dispettoso Stregatto risponde sibillino “Tutto dipende da dove vuoi andare”.

Un gatto nero. Porta davvero sfortuna?

Non meno ambiguo è il grosso gatto parlante Behemoth, assistente di Satana/Woland nel capolavoro di Bulgakov, Il Maestro e Margherita. Alla trama del romanzo, completamente oscura e surreale nonostante la fedele corrispondenza tra i luoghi descritti e la topografia della città di Mosca, si adatta perfettamente questo individuo, principe di perfidia e supponenza, che presenta però tratti divertenti, essendo incline al riso e allo scherzo, pur accompagnandosi al Diavolo in persona. Nulla a che spartire con tale losco figuro ha invece Lev, il gatto della portinaia Renée Michel ne L’eleganza del riccio: un pacifico ed innocuo “quadrupede obeso con baffi vibranti”. Un’immagine che non rende onore alla sua gloriosa e voluta omonimia con il grande Tolstoj.

Ma il gatto è stato animale prediletto di molti altri scrittori, anche quando non ne hanno tratto un personaggio parlante e attivo, bensì un soggetto di poesie o racconti. Accanto ai celebri componimenti di Baudelaire hanno cantato l’eleganza felina anche Paul Verlaine o Ernest Hemingway come ci ricorda un delizioso libricino dell’editore Il Labirinto: Gattesca. Quale migliore lettura nel giorno della Festa del micio?

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Avvistato mostro marino…no, è il pesce remo!

Post di giovannamiceli On febbraio - 12 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Il pesce remo può essere lungo fino a 17 metri. Visto anche nei mari italiani

di Giovanna Miceli

Il pesce remo

Per la prima volta è stato filmato da una telecamera il pesce remo, nome scientifico Regalecus glesne, strana creatura degli abissi marini che vive tra i 300 e i 1.000 metri di profondità.

Non è però nuovo agli oceanografi. E’ stato, infatti, ritrovato spesso spiaggiato, senza vita, in varie parti del mondo. La sua presenza è stata documentata nell’Oceano Pacifico, in quello Indiano ed anche nel Mediterraneo; in particolare, sembra sia stato avvistato nel Mar Ligure e nel Mar Adriatico. Questa però è la prima volta che viene osservato dal vivo, nel suo habitat naturale.

C’è riuscito un team di oceanografi statunitensi, capeggiati dal professor Mark Benfield della Lousiana State University. Lo hanno ripreso nel Golfo del Messico, a 1.500 metri di profondità. Per fare il filmato, gli scienziati hanno utilizzato un Rov, un veicolo pilotato a distanza, munito di telecamere, in grado di scendere fino a grandi profondità marine. Il professor Benfield non si aspettava di ottenere un risultato del genere: “All’inizio sembrava solo una luce bianca - ha affermato – poi ci si è resi conto che stavamo filmando questo strano animale”.

Nel video sembra di colore bianco ma in realtà il pesce remo ha un corpo di colore argenteo, una testa azzurrognola e una pinna dorsale rosso vivo. Possiede poi 2 lunghe pinne pelviche che sono simili a remi, da cui il nome “pesce remo”. Questre strane creature abissali sono lunghe dai 3 a 11 metri, ma possono raggiungere fino ai 17 metri. L’esemplare filmato, secondo le stime degli scienziati, è lungo tra i 5 e i 10 metri.

Il pesce remo è molto probabilmente all’origine di molte leggende sui mostri marini.

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La nuova moda dei parchi zoologici in Cina: dare in pasto animali vivi per la gioia dei turisti

di Chantal Cresta

Una tigre in cattività

Si chiama live animal feeding ed è un intrattenimento che riscuote sempre maggior successo turistico nello zoo di Harbin, città della Manciuria al confine tra Russia e Corea del Nord.

Il divertimento consiste nel gettare animali da cortile vivi all’interno di un recinto e lasciare che essi vengano sbranati da tigri siberiane. A rendere ancora più cruento l’avvenimento è il fatto che i turisti, all’ingresso dello zoo, possono acquistare le prede e poi assistere da vicino allo spettacolo di vederle inseguire e dilaniare dai felini.

Lo zoo, infatti, ha provveduto affinché l’attrattiva avesse il sapore di un safari e il momento del pasto delle tigri un esempio di wild life. I turisti vengono caricati su dei bus, condotti nel recinto delle tigri e a quel punto non resta che attendere che gli addetti dello zoo portino le prede.

Le scene sono brutali e stanno facendo il giro del mondo su You Tube: una jeep entra nella recinzione, si ferma e getta fuori una gallina. La bestia ha solo il tempo di tentare la fuga e viene sbranata. Successivamente è la volta di un camioncino blu che trasporta un vitello o una capra. Il portello posteriore si apre, il pannello si inclina e l’animale scivola fuori suo malgrado. E’ un attimo e le tigri vi si avventano contro.

Tutto ciò accade tra il compiacimento e lo stupore dei turisti paganti, invogliati ad assistere allo “show” anche per i prezzi accessibili: comprare una gallina da far straziare costa solo 4 euro in più rispetto al costo del biglietto d’ingresso. Per una capra si richiede poco di più, mentre per un vitello si sfiorano i 150 euro. Cifra, tuttavia, che il gruppo turistico può dividersi comodamente.

Non si deve ritenere, però, che solo lo zoo di Harbin pratichi il live feeding. In vari parchi zoologici cinesi è possibile guardare da vicino il supplizio – oltre che dei già citati vitelli, galline e capre – anche di bovini, cavalli, struzzi, anatre, faraone e conigli, bufali, iene e orsi.

La gabbia dei leoni in un giardino zoologico

A onor del vero, pare che le autorità cinesi – almeno a parole – non siano affatto contente della pratica. Nel 1999, quando il fenomeno del live feeding stava cominciando a diventare un’abitudine negli zoo del continente asiatico, gli organi competenti divulgarono un comunicato con il quale si proponeva un’indicazione di comportamento. Nella circolare si affermava che l’alimentazione con animali vivi, usata come forma di intrattenimento, “sarebbe vietata”. Cao Qingyao, del Chinese State Forestry Administration, nell’ottobre del 2007, ammise: “In Cina, non esiste una normativa sul benessere degli animali  attraverso la quale sia possibile imporre sanzioni”. Dunque, resta solo l’indicazione al buon senso e alla buona volontà dei gestori dei parchi zoologici per tentare di regolarizzare quella che, ormai, è sempre più una consuetudine.

I gestori chiamati in causa giustificano la prassi come attività di “inselvaticamento”, adottata solo per quegli animali che sono destinati a tornare in libertà e solo accidentalmente usata come forma d’intrattenimento.

Dunque, il problema rimane soprattutto per l’enorme interesse dei turisti di tutte le età convinti di trovarsi di fronte allo “spettacolo della natura”. Al contrario, vi è ben poco di naturale in ciò che viene offerto in questo show. E’ vero che gli equilibri evolutivi hanno implicato una millenaria lotta per la sopravvivenza tra le specie, ma ciò è accaduto all’interno dei diversi contesti biologici nei quali ciascuna tipologia animale si è sviluppata. Inoltre, ogni forma di vita è il risultato delle proprie capacità adattative, ma deve essere messa nelle condizioni di poterle utilizzare all’interno dell’ambiente che le compete.  Gettare animali vivi in un recinto di tigri è un massacro, non un avvenimento naturale.

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“I danni cagionati da animali: responsabilità e tutele”, dal 29 gennaio 2010 in tutte le edicole con il quotidiano economico Italia Oggi in collaborazione con Nuova Giuridica

di Marco Di Cosmo

La convivenza uomo – animale implica delle responsabilita’ disciplinate da una folta normativa di cui molto spesso ignoriamo i contenuti.

copertina del libro

“I danni cagionati da animali:  responsabilità e tutele” vuole assolvere il compito di infomare, in materia, tutti gli italiani proprietari di animali d’affezione . Si tratta di un volume a 360° per scoprire “il come e il dove” in merito alla presenza degli animali negli spazi condominiali comuni e alla responsabilità legata al malgoverno degli stessi.

La guida fornisce uno strumento pratico per la risoluzione del caso concreto, attraverso la predisposizione di un formulario e l’indicazione dei principali quesiti risolti in materia.

Ne abbiamo parlato con gli autori e avvocati Cosimo Martino e Mariantonietta Crocitto

 Come nasce l’idea di scrivere un libro che raccolga tutte le informazioni legislative su tale tema?

 (Avv. Cosimo Martino): “L’idea di pubblicare una guida in tema di detenzione di animali-non umani e relative responsabilità, nasce innanzitutto dal mio impegno come referente della Lega Nazionale per la Difesa del Cane che mi ha dato occasione di constatare la persistenza di tanti pregiudizi in merito alla convivenza uomo-animale, dovuti, in molti casi, alla scarsa conoscenza della normativa in materia di animali d’affezione”.

(Avv. Mariantonietta Crocitto): “In effetti, le problematiche connesse alla detenzione di animali sempre più spesso diventano oggetto di contenzioso, sia in sede civile che penale; e per questo, abbiamo ritenuto opportuno dare il nostro contributo alla conoscenza della materia ed alla risoluzione di concrete problematiche”.

 Il tema degli animali d’affezione in appartamento e negli spazi condominiali spesso è oggetto di diatribe tra vicini di casa, cosa consigliate in casi del genere?

 (Avv. Cosimo Martino): ”In questi casi, ritengo sia sempre opportuno osservare delle semplici regole di prudenza, quali per esempio, quelle stabilite dall’Ordinanza Martini del 03/03/2009, ricordando, comunque, a tutti, che il rumore prodotto dal normale comportamento di un animale non costituisce sic et simpliciter alcun illecito né civile,  né penale”.

(Avv. Mariantonietta Crocitto): “In ogni caso, nell’ambito di un condominio, occorre sempre tenere conto delle norme previste dal regolamento condominiale, qualora esistente. Molte volte, infatti, i regolamenti condominiali contrattuali contengono norme che disciplinano la detenzione degli animali all’interno del condominio e che vanno, in ogni caso, rispettate”.

 Secondo voi, l’animale d’affezione, in appartamento, soffre? 

(Avv. Cosimo Martino e Avv. Mariantonietta Crocitto): “Gran parte degli animali d’affezione si adatta tranquillamente a vivere all’interno di un appartamento; ciò che più conta per l’animale è ricevere l’affetto da parte della famiglia in cui viene accolto”.

 Che cosa manca ancora alle leggi in vigore che servirebbe per il benessere degli animali?

 (Avv. Martino e Avv. Crocitto): “In realtà, la normativa in tema di animali d’affezione è sostanzialmente adeguata anche se non esaustiva. Il vero problema risiede, in realtà, nella difficoltà di dare applicazione alle norme stesse, in particolare a quelle che tutelano il benessere degli animali.  Vi è da dire, poi, che soprattutto la prevenzione e la repressione dei reati contro il sentimento per gli animali soffrono delle carenze proprie del sistema giudiziario italiano”.

 Che cosa consigliate a proprietari di animali d’affezione ai quali viene vietato, per esempio, l’accesso col cane in ascensore o addirittura di affittare una casa se seguiti dal proprio fido?

 (Avv. Martino): “Relativamente alle limitazioni all’uso dell’ascensore condominiale, va detto che solo in rari casi la Corte di Cassazione ne ha ritenute legittime le limitazioni, ad esempio nei casi di oggettivo rischio di deterioramento dello stesso o di oggettiva impossibilità di utilizzo da parte del condominio. Quindi, l’uso dell’ascensore in compagnia di un animale, se quest’ultimo è condotto regolarmente, non arreca alcun disturbo agli altri condomini, anzi una limitazione in tal senso rappresenterebbe una lesione  del diritto del detentore dell’animale al pieno uso delle cose comuni”.

(Avv. Crocitto): “E’ ovvio, comunque, che ci si auspica che i detentori di animali d’affezione, i quali tengano i propri animali in condominio, abbiano un comportamento ispirato al buon senso, sempre nel rispetto delle regole poste alla base di una civile convivenza; quindi, ad esempio, se si conduce l’animale in ascensore, è bene prestare attenzione al fatto che questo non sporchi e non arrechi danno alle cose comuni”.

 Voi avete animali d’affezione in appartamento? E come vi comportate per non recare disturbo ai vostri vicini?

 (Avv. Crocitto): “Personalmente, sono proprietaria di un cane di grossa taglia, ma, abitando in una casa in campagna, ovviamente non ho alcun problema di vicinato.

(Avv. Martino): “Io convivo in un appartamento in condominio con Camilla e Pallina, due cagnette di taglia media. Posso testimoniare che si sono perfettamente adattate alla vita in appartamento e, al di là del fatto di rispondere abbaiando a forti ed improvvisi rumori esterni, non creano alcun disagio al vicinato.

Si ricorda, infine, che adottare un animale è un grande gesto d’amore e che, invece, abbandonarlo non è solo un atto d’egoismo ma anche un reato punibile dalla legge.

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Cani: fedeli oltre la morte!

Post di Landolfi On febbraio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Compie 600 km per ritrovare il suo padrone: la storia di un pastore tedesco di nome Rocky

di Claudia Landolfi

Un pastore tedesco

Rocky è un pastore tedesco. Ancora cucciolo viene adottato da Ibrahim Fwal, un siriano che vive nel pisano. Tra i due si crea un legame inscindibile. È il legame della riconoscenza, un patto inalienabile che difficilmente un essere umano sarebbe in grado di garantire.

Fedeli per la vita, ed oltre la vita! Questo cane, ci ha dimostrato con la sua prova di coraggio, di quanto possa essere capace un animale pur di restare vicino al suo padrone.

Rocky infatti tre anni fa viene rapito durante una gita al mare. Non se ne ha la certezza, ma si pensa che a prenderlo sia stato un gruppo di zingari. Da qui comincia l’odissea di Rocky. Da Pisa a Salerno. Una nuova famiglia trova il cane, probabilmente perchè abbandonato dagli stessi che per primi l’avevano rapito. Viene nuovamente adottato, ma l’animale non riesce a sostituire il suo vecchio padrone. Così, dopo tre anni di assenza, anni in cui Ibrahim non aveva mai smesso di cercare il suo “fido”, Rocky ritorna.

A trovarlo un gruppo di volontari. Il cane si aggirava per le strade con pelo arruffato e polpastrelli insanguinati. Sono 600 km quelli percorsi da Rocky. Due mesi di lungo vagabondare per ritrovare la strada di casa. A dare una svolta alle ricerche il tatuaggio che si trova sulla coscia, passaporto identificativo del cane, che ha permesso ai volontari di risalire al suo primo padrone.

Una storia che ha dell’incredibile. Eppure quella di Rocky non è una vicenda isolata. Pochi mesi fa al cinema è stata presentata un’altra storia di fedeltà: “Hachiko: a Dog’s Story”, diretto dal regista Lasse Hallstrom. Il film è tanto più commuovente quando si pensa che la trama narra una vicenda realmente accaduta. Ambientata nel Giappone degli anni Venti, la vera storia di Hachiko è entrata ormai nella memoria di questo paese. L’otto aprile d’ogni anno una ricorrenza celebra la memoria di questo cane, diventato simbolo di lealtà.

Lo sguardo fedele di un cucciolo

Il cane attese ogni giorno, per dieci anni, l’arrivo del suo padrone morto. In suo onore fu eretta una statua presso la ferrovia di Shibuya, luogo dove l’animale aspettò a lungo il rientro dell’uomo, ed un’altra simile fu posizionata nel suo paese natale, ad Odate.

Ma anche in Italia, più esattamente a Borgo San Lorenzo in Toscana, vi è una statua raffigurante un cane. È la dell’omonimo vicenda dell’Hachiko italiano. Strappato alla strada ancora cucciolo da Carlo Soriani, i due diventarono inseparabili. Ogni mattina il cane accompagnava il suo padrone alla corriera ed ogni sera era lì ad aspettare il suo rientro. Quando l’uomo rimase vittima di un incidente nella fabbrica in cui lavorava il suo “fido” non smise di aspettarlo, vegliando per ben quattordici anni.

Il cane, miglior amico dell’uomo, troppo spesso vittima di maltrattamenti e di torture incivili, diviene lo specchio del suo padrone. “Tutti gli animali diffidano dell’uomo e non a torto, ma una volta sicuri che non gli si vuol nuocere, la loro fiducia diventa così assoluta, che bisogna essere un barbaro per abusarne.” JJ Rosseau


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