Thursday, July 29, 2010

ROMA, 21.07.2010 – Greenpeace lancia oggi nuovi dati scandalosi sul Santuario dei Cetacei che indicano una forte contaminazione da batteri fecali in alto mare, con livelli che arrivano a superare quelli normalmente tollerati a riva per la balneazione. Proprio nell’area che dovrebbe garantire la tutela di balene e delfini oggi dovremmo mettere cartelli con la scritta “divieto di balenazione”!

Nel Santuario Greenpeace ha potuto, inoltre, registrare – durante il suo ultimo tour nell’agosto 2009 – un notevole traffico navale che in estate può arrivare a una media di circa 200 imbarcazioni al giorno, tra cui navi passeggeri (con traghetti che corrono a ben a oltre 38 nodi!), tanker  e cargo, spesso con sostanze pericolose. Questo traffico, per non parlare delle competizioni motonautiche come quella prevista tra l’Isola d’Elba e l’Argentario, rappresenta un fattore di disturbo molto intenso per i cetacei, non solo per il rumore e per le possibili collisioni, ma anche per problemi di contaminazione.

Le analisi delle acque superficiali condotte l’anno scorso nel Santuario confermano le nostre preoccupazioni: delle 28 stazioni campionate ben 6 hanno riscontrato una pesante contaminazione da coliformi e streptococchi fecali, più del 20% dei campioni, in aumento rispetto al 10% dell’anno precedente. Si tratta di batteri tipici degli scarichi fognari, che non dovrebbero essere presenti in alto mare. Eppure in ben 4 campioni i valori accertati sono talmente alti che se ci trovassimo a riva sarebbe vietato fare il bagno. Nessuna sorpresa, quindi, se le osservazioni raccolte durante il nostro ultimo tour sembrano confermare il preoccupante calo di cetacei nel Santuario registrato da Greenpeace, e confermato da altri, nel 2008.

«Questi batteri non possono provenire da scarichi fognari terrestri e la fonte di contaminazione più verosimile – sostiene Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace – sono gli scarichi di grandi navi traghetto e da crociera, che usano il Santuario come vera e propria discarica».

Anche se questi sversamenti sono previsti dalla legislazione vigente, è scandaloso che siano permessi anche in un Santuario dei Cetacei: ancora una volta tutto ciò che vale fuori dal Santuario è valido anche dentro. Greenpeace da anni denuncia che il Santuario dei cetacei è una “scatola vuota”: il piano di gestione sviluppato nel 2004 non è mai stato attuato! Lo scorso novembre all’ultimo incontro delle Parti sembrava che finalmente fossero stati fatti dei passi avanti, con l’approvazione di dieci raccomandazioni per far fronte alle principali problematiche del Santuario. Purtroppo a ben otto mesi dall’incontro nulla è cambiato, anzi da gennaio non esiste più neanche un Segretariato, organo preposto ad amministrare il Santuario.

Considerata l’inerzia del Ministero dell’Ambiente, Greenpeace ha contattato gli Assessori all’Ambiente di Liguria, Toscana e Sardegna esponendo le problematiche legate al traffico navale e chiedendo loro un confronto in tempi rapidi sulla questione degli scarichi delle navi passeggeri e, in generale, dell’impatto ambientale del sistema trasporti nel Santuario.

«L’economia della fascia costiera di Liguria, Toscana e Sardegna dipende dal mare: è ora che le Regioni che si affacciano sul Santuario  prendano l’iniziativa per tutelare un patrimonio in pericolo- conclude Monti -. Non possiamo aspettare che tutto il Santuario si trasformi in una fogna e balene e delfini scompaiano prima che si faccia qualcosa».

Link rapporto “Divieto di balneazione”:
http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/report-divieto-balenazione

Link Rapporto “Balene a Perdere”:
http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/report-integrale-su-santuario

CONTATTI:
Ufficio stampa Greenpeace, 06 68136061 int. 211/239
Maria Carla Giugliano, ufficio stampa, 3496066159
Giorgia Monti, resp. campagna Mare, 3455547228

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Un lieto fine per i cavalli del Bisbino

Post di laura On luglio - 2 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Ecco come i cavalli del Bisbino, ai quali anche il più prestigioso giornale di Ginevra, la Tribune, ha dedicato un servizio di un’intera pagina, hanno raggiunto la zona dove potranno muoversi in piena libertà durante il periodo estivo

di Laura Dotti

Foto di Luigia Carloni

A fine maggio avevamo lasciato i cavalli del Bisbino in procinto di partire per la transumanza che li avrebbe condotti nell’area a loro destinata per la stagione estiva.

E così è avvenuto, come ci racconta Luigia Carloni.

Sabato 29 maggio, un’ottantina di persone, tra ticinesi e italiani, dalle sei del mattino alle otto di sera hanno compiuto l’attesa e difficile transumanza dalla cima del Monte Bisbino all’Alpe Squadrina appena trecento metri sotto il Generoso, sul versante italiano.

L’organizzazione era affidata alle Giacche Verdi e alla protezione civile italiana di Ronago.

I volontari precedevano i cavalli, mettendosi nei punti critici, gli esperti li spingevano e giovani su motocross impedivano che gli animali si disperdessero nei boschi o sui prati rendendo impossibile l’operazione.

Del gruppo di venti cavalli facevano parte anche quattro puledrini, di cui uno appena nato e ancora traballante sulle gambe. Tutti quanti hanno percorso i difficili trenta chilometri su mulattiere e sentieri montani. Nessun cavallo si è fatto male e i puledrini hanno mostrato una resistenza davvero straordinaria. Qualche sosta intermedia (a Pian delle Alpi, nella bella piana di Orimento in Val d’Intelvi) ha permesso agli animali di bere, rifocillarsi e riprendere poi con lena il difficile cammino. Questo si è concluso senza intoppi verso le 20.00 sui grandi prati delle Alpi di Pesciò e Squadrina, cosparsi di narcisi e delle prime genziane, in un ambiente naturale meraviglioso appena sotto i bastioni rocciosi del Monte Generoso.

I cavalli si muovono in questo territorio, facendo qualche sporadica apparizione nei pressi del Barco dei Montoni. Da quando sono stati portati sono nati due puledri, un maschio e una femmina (in tutto quest’anno sono nati sei piccoli). La veterinaria Mariachiara Lietti, presidente dell’Associazione Cavalli del Bisbino, ha provveduto alla castrazione chimica degli stalloni (tre in tutto di cui due di soli pochi anni).

Foto di Luigia Carloni

Lassù, in un vero paradiso, i cavalli resteranno in libertà fino al prossimo inverno quando saranno nuovamente raccolti e condotti al Pian delle Noci (Lanzo d’Intelvi) per passare, nutriti e accuditi, la brutta stagione.

Non è facile occuparsi della salute e del sostentamento di ventidue cavalli che adesso si trovano all’alpeggio ma che durante i sei mesi invernali bisognerà foraggiare con il fieno. Sarà necessario inoltre preparare il recinto, fare le visite sanitarie obbligatorie per legge, pagare le assicurazioni.

Per chi volesse dare un contributo per sostenere le varie associazioni ambientaliste e animaliste che stanno lavorando per dare un futuro a questi splendidi animali può farlo effettuando un versamento su:

Conto corrente italiano:

IT 67 B 08618 10900 000000601015

c/o Bcc di Lezzeno Ag.6 di Como

Via Caniggia 7/9

22100 Como

oppure

Conto postale svizzero:

CCP 65-262456-4

Cavalli del Bisbino ONLUS

Mendrisio

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Nel capolugo ligure la sede della Capitaneria di Porto più evoluta, moderna e tecnologica del Mediterraneo. Conseguita la prestigiosa registrazione ambientale Emas, rilasciata per la prima volta in Europa

di Anna Gugliandolo

L'Ammiraglio Ispettore Ferdinando Lolli e l’Ing. Raffaele Vedova

Nasce a Genova la sede della Capitaneria di Porto più evoluta, moderna e tecnologica dell’intero Mediterraneo. Una serie di interventi – sia strutturali che impiantistici – condotti grazie a vari lotti di Finanziamenti Statali hanno consentito all’edificio, situato nel cuore del Porto Antico del capoluogo ligure (in via Magazzini Generali 4), di guadagnarsi questo importantissimo primato. Mentre è in corso d’opera l’ultimo cantiere, quello relativo alle camerate – agli ultimi due piani del palazzo – sono invece completamente operativi i primi due piani, sia per la parte aperta al pubblico che per quella di pertinenza militare.

Ruolo decisivo, in questo restyling totale della Capitaneria di Porto, è stato ricoperto dall’Ammiraglio Ispettore Ferdinando Lolli e dall’Ing. Raffaele Vedova, Coordinatore Tecnico dell’Edilizia demaniale Opere Marittime del Provveditorato Interreregionale OO.PP. Lombardia-Liguria (Ufficio n. 7 Provveditorato di Genova), ma anche dal Geom. Pasquale Meringolo della Edilpiemme S.R.L. (Via Tomaso Invrea 18/1, tel. 010 518145), una delle principali imprese appaltatrici.

«Al Provveditorato Opere Pubbliche, anzitutto, va il mio sentito ringraziamento – afferma l’Amm. Ferdinando Lolli – Questa ristrutturazione della Capitaneria era necessaria, a diciotto anni dalla sua inaugurazione. Siamo nel cuore del Porto Antico, e quindi rappresentiamo un biglietto da visita per la città». Tra gli aspetti sui quali ci si è concentrati maggiormente, quello della flessibilità degli uffici e della sicurezza. «I nostri uffici pubblici – prosegue l’Amm. Lolli – hanno la necessità di interfacciarsi costantemente con l’utenza, anche nelle ore notturne. Per questo i servizi sono stati potenziati, creando un front desk che, oltre tutto, dà un forte senso di accoglienza e di ricettività. Sono stati poi creati dodici sportelli, in modo da ricevere il pubblico in base alle varie esigenze, abbattendo i tempi di attesa. È stato avviato, all’uopo, anche un grosso processo di informatizzazione interna, che va di pari passo con l’informatizzazione dell’intera area portuale, attraverso il progetto del Port Management Information System».

Per la sicurezza, « – Spiega Lolli – è stata creata, ai piedi dell’ingresso principale, una cancellata, perfettamente armoniosa con il progetto firmato dall’Arch. Renzo Piano: questa impedisce, durante le ore notturne, l’accesso al mosaico e alla discesa, che era diventata una pista per gli amanti dello skateboard. Si è lavorato, inoltre, sull’impianto di videosorveglianza. Per quanto riguarda la parte privata, invece, sono state create nuove sale riunioni, tecnologiche e ad elevata capacità multimediale. Il fiore all’occhiello è rappresentato dalla Sala Porto Antico, il cui progetto è firmato dall’Arch. Fulvio La Torre: una sala a forma di nave, destinata alle riunioni di rappresentanza e ai convegni. Penultimo intervento – conclude Lolli – è stata la ristrutturazione completa della Sala Mensa e delle Cucine, in grado di fornire, ogni giorno, circa trecento pasti. Sono infine in corso i lavori per creare, agli ultimi due piani, trentasei camerate, ognuna con i propri servizi, per allontanarsi sempre più dal concetto di caserma e appropriarsi di quello di casa». Molto importante infatti, secondo l’Ammiraglio, «è la massima soddisfazione degli operatori, perché poi si lavora tutti più volentieri». «Grazie a tutti questi interventi – ricorda l’Ing. Raffaele Vedova la Capitaneria di Porto di Genova ha recentemente ottenuto due importantissime certificazioni: ISO 14001 e Registrazione Ambientale EMAS».

TUTTI GLI INTERVENTI ESEGUITI

Gli uffici pubblici. I nuovi uffici destinati alla ricezione del pubblico della Capitaneria di Porto di Genova sono stati realizzati dalla ditta Edilpiemme S.R.L. del. Geom. Pasquale Meringolo (Via Tomaso Invrea 18/1, tel. 010 518145). I nuovi uffici sorgono su un open space di circa mille metri quadrati e sono destinati, tra l’altro, agli sportelli per il rilascio delle patenti e delle licenze nautiche. «Una volta in questi spazi – afferma il Geometra Pasquale Meringolo – si trovavano gli alloggi dei marinai. Questi lavori hanno permesso di razionalizzare la struttura, con uffici funzionali e dotati delle tecnologie più avanzate. Si è operato su più fronti, sia nel corpo centrale dell’edificio che nelle ali laterali». I lavori sono durati un anno e sono stati portati a termine nei tempi prestabiliti. «Il restauro – prosegue Pasquale Meringolo – comprende una nuova pavimentazione in resina, ampie vetrate antisfondamento, tecnologie avanzate per quanto riguarda Internet, con l’introduzione di postazioni wireless». Tutti gli interventi sono avvenuti seguendo i criteri della bioedilizia. I lavori, per un totale di 380mila euro, sono stati interamente finanziati dal Provveditorato alle Opere Pubbliche. Responsabile del procedimento, l’Ingegner Raffaele Vedova, dell’Ufficio Tecnico del Provveditorato stesso.

Gli uffici destinati ai militari. Sono stati eseguiti lavori di rifunzionalizzazione interna del primo e del secondo piano, adibiti a uffici e sala polifunzionale. L’intervento è stato commissionato dal Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti. Direttore dei lavori, l’Ing. Raffaele Vedova, progettista l’Arch. Fulvio La Torre. I lavori sono stati realizzati dalla Bettini Costruzioni S.R.L. e dalla Mbb S.R.L. per la parte impiantistica, in collaborazione con la Edilpiemme S.R.L. (Via Tomaso Invrea 18/1, tel. 010 518145) per la parte di opere murarie e finiture interne. A seguire il cantiere, il geometra di Edilpiemme Simone Meringolo. L’intervento alla Capitaneria di Porto è stato reso necessario a seguito delle mutate esigenze logistiche avvenute negli ultimi mesi. Sono stati creati uffici modulari con implementazione di pareti mobili a tutta altezza, in cristallo temperato ed è stata ridefinita, a livello architettonico, l’ex sala di rappresentanza, con la creazione di una sala polifunzionale.

La logica adottata dal progetto era quella di migliorare qualitativamente l’ambiente di lavoro, con una migliore massimizzazione degli spazi a disposizione. È stato anche costruito un nuovo sistema di controsoffittature, con illuminazione di tipo plafoniera a incasso. Quanto alla sala polifunzionale, l’Arch. Fulvio La Torre, spezzando l’originaria simmetria dell’ambiente, ha creato una sorta di “nave” che entra nell’involucro edilizio della Capitaneria e si propone come elemento distintivo. Pregiati i materiali utilizzati: dal gres fine porcellanato – di colorazione blu – per le piastrellature, al legno teak per il parquet. Rinnovata anche tutta la parte impiantistica, alla luce delle più recenti tecnologie. Sull’intera sala, poi, è stato effettuato un lavoro di insonorizzazione. Una parte della zona, infine, ha visto la collocazione di un wc per disabili, ricavato in una porzione dei bagni per le donne. Tutti i corridoi sono stati abbelliti con l’affissione di Scudi in legno e Gagliardetti legati alla Marina. L’importo complessivo dei lavori, compresi delle opere impiantistiche e di condizionamento, è stato di poco meno di 400mila euro, suddivisi tra opere edili e impianto elettrico.

La mensa e le cucine. Al piano terreno è stata creata una nuovissima sala mensa da cento posti a sedere, con nuova controsoffittatura e bancone per la somministrazione. Di fronte, la cucina della Capitaneria di Porto, capace di preparare circa trecento pasti a pranzo e duecento a cena. I lavori, sempre finanziati dal Provveditorato alle Opere Pubbliche, sono stati eseguiti dalla Edilpiemme.

LA REGISTRAZIONE AMBIENTALE EMAS

La Capitaneria di Porto di Genova ha conseguito nel Maggio del 2009 l’importante Certificato di Registrazione Ambientale di cui al Regolamento Comunitario 761/2001, denominato EMAS II. Si tratta di una vera e propria certificazione di qualità, attestante il massimo livello di affidabilità di un Sistema di Gestione Ambientale implementato ai sensi della Norma ISO 14001, riferita al Circondariato marittimo di Genova per le importanti attività istituzionali svolte, quali la Tutela ambientale, la ricerca e il soccorso, la sicurezza della navigazione, la security, la vigilanza sulla pesca marittima, l’attività di presidio territoriale della Marina Militare con compiti di difesa costiera, nonché la gestione delle Unità navali e degli automezzi in dotazione. La Capitaneria di Porto di Genova, pertanto, ha raggiunto per prima il massimo traguardo europeo di eccellenza in campo ambientale, sia come Comando militare che come Organo periferico della Pubblica Amministrazione, ed entra a pieno diritto a far parte degli organismi autorizzati a fregiarsi del prestigioso marchio. «Si tratta di un risultato storico – afferma l’Amm. Lolli – una scelta di coerenza comportamentale e di buon esempio, da parte di un corpo che da sempre è in prima linea nell’attuare e nel far rispettare le Leggi che regolano il delicato settore della tutela dell’ambiente e del mare».

Foto e testi Anna Gugliandolo

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Dall’acqua al trasporto, dai rifiuti alla biodiversità: le misure adottate nella rassegna iridata nell’ambito della prevenzione dell’inquinamento fuori e dentro gli stadi

di Adriano Ferrarato

Un evento di portata internazionale come questi campionati del mondo di calcio sudafricani, che hanno purtroppo visto uscire (con enorme mestizia) la nostra nazionale campione in carica, non implica solamente problematiche di tipo logistico o del controllo della sicurezza negli stadi. L’organizzazione e la gestione delle strutture, il rapporto con i tifosi e i turisti che accorrono da ogni parte del globo per ammirare le squadre più blasonate infatti vanno sempre strettamente a collegarsi, soprattutto in maniera inconsapevole, con le dinamiche ambientali che interessano l’intero pianeta Terra.

E’ stato calcolato che la quantità di emissione nocive prodotti nell’arco di tempo di tutto il torneo iridato si aggirerà, alla sua conclusione, intorno alle 900 mila tonnellate di anidride carbonica. A questa grande quantità si deve poi aggiungere un altro milione di CO2, prodotto dagli spostamenti che i tifosi stanno effettuando per raggiungere giornalmente i luoghi della manifestazione. Un impatto durissimo, incrementato anche dal fatto che la collocazione del Sudafrica, assai lontana rispetto alle grandi città internazionali, ha aumentato la necessità dei voli a lungo raggio e il consumo energetico per il soggiorno di tutti i partecipanti.

La bandiera "verde" del Sudafrica
La bandiera “verde” del Sudafrica

Tuttavia, proprio per risolvere questo problema, il governo sudafricano, in collaborazione con la FIFA e l’UNEP (il programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) ha formulato e attivato un interessantissimo programma ecologico, che già nei mondiali giocati nel 2006 in Germania era stato sperimentato con successo: definito simpaticamente “Green Gol” dovrebbe rendere in questi giorni di sport e solidarietà nazionale un notevole servizio per la tutela terrestre e ridurre al minimo i danni causati dall’inquinamento.

Toccando tutti i campi possibili (e non solo quelli calcistici), dall’acqua al trasporto, dai rifiuti alla biodiversità, il Green Goal prevede una serie di utili innovazioni: la fornitura di acqua piovana per tutti gli stadi, un aumento dell’impiego e del personale dei mezzi pubblici per favorirne l’utilizzo in alternativa a quelli privati. All’interno delle tribune degli spettatori, i cibi che verranno forniti saranno, per la durata di tutta la rassegna, confezionati in contenitori riciclabili e biodegradabili, allo scopo di limitare la produzione di rifiuti.

Illuminazione ad energia eolica
Illuminazione ad energia eolica

Il miglioramento della viabilità non si è poi limitato ai sistemi pubblici: in Sudafrica essa è stata infatti notevolmente sviluppata in questi ultimi anni grazie ad ingenti interventi di riparazione del manto stradale e la creazione di piste ciclabili e pedonali, con aree prontamente attrezzate e polifunzionali. Sono già operativi numerosi taxi ecologici a gpl e l’illuminazione notturna è possibile grazie all’alimentazione tramite energia eolica. E’stato inoltre fatto un notevole lavoro di vivaio e rimboschimento, in concomitanza ad una battaglia serrata contro l’infestazione da parte di animali come ad esempio insetti e topi.

E per sensibilizzare tutti i supporter alla protezione della natura, verrà consegnato ad ognuno di loro un importante Green Pass con tutte le informazioni più utili su come stare nel verde anche senza trovarsi sul campo da gioco. Perfino gli ipermercati della Coop si sono sensibilizzati alla causa ecologica, distribuendo magliette “dedicate” prodotte dal commercio equo solidale, con cotone proveniente dal Mali, adeguatamente finanziato e quindi di conseguenza sostenuto nel suo sviluppo alla produttività.

Anche se purtroppo non possiamo più tifare per i nostri azzurri, quindi, possiamo comunque far sentire la nostra voce a sostegno di un pianeta che ha bisogno del contributo di ciascuno di noi per non andare in rovina. E anche se molti non andranno in Sudafrica a seguire le prossime partite, (prossimi ormai alle gare ad eliminazione diretta), abbiamo comunque il dovere di dare il buon esempio cominciando dal fondamentale rispetto di casa nostra.

Foto: via sxc.hu; vivicentro.org

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Tutela dei Beni Culturali con il Progetto MAMBA

Post di Fabrizio Giona On giugno - 9 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

MAMBA, un progetto per il monitoraggio ambientale per la conservazione dei Beni Culturali in ambito museale, bibliogrfico e archivistivo. L’Ingegnere Violanti: “L’intento è ridurre il degrado in cui l’opera va incontro”. Monitorato anche l’Ipogeo dei Volumni

di Fabrizio Giona

Beni Culturali

ROMA – I Beni Culturali rappresentano una delle punte di diamante dell’Italia. Monumenti, edifici storici, musei, siti archeologici e di rilevanza storico-artistica, tutte attrazioni che portano alle casse dello Stato milioni di euro grazie al turismo, ma che al contempo hanno un costo non indifferente, per quanto riguarda la loro restaurazione e conservazione.

Molto delicata è poi la situazione del Patrimonio bibliografico e archivistico, anch’esso in continuo bisogno di restauro. Tanti i provvedimenti presi in questi anni proprio per la sua tutela, molti i progetti a sostegno delle attività di salvaguardia ad opera del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Tra questi spicca il Progetto MAMBA.

MAMBA è un progetto di ricerca scientifica finalizzato all’implementazione di tecniche per il monitoraggio ambientale, la valutazione e la diagnostica dello stato di conservazione dei Beni Culturali in ambito museale, bibliografico ed archivistico. È nato all’interno delle Attività di Ricerca del Dipartimento di Scienze Moderne della Libera Università Telematica Arti e Scienze Moderne (LUniASM) e prende le mosse da un brevetto personale dell’Ingegnere Valter Violanti, Presidente C.T.O. LUniASM nonché responsabile del progetto.

“Attraverso un sistema di impianti, un modello di calcolo matematico-gestionale e un centro remoto di elaborazione dati – afferma l’Ingegner Violanti – noi controlliamo che le condizioni ambientali presenti nella struttura ospitante il ‘bene’ siano comprese entro determinati standard che assicurano la conservazione delle opere, con l’intento di ridurre il degrado in cui l’opera stessa va incontro. Il sistema che supporta il progetto – continua Violanti – viene localizzato sulla sede dell’Ente, ‘contenitore’ dei beni culturali; l’impianto memorizza i dati che poi vengono trasmessi al centro di elaborazione. In questo modo è possibile valutare l’efficienza e la funzionalità, sia dal punto di vista strutturale che impiantistico, del ‘contenitore’ del bene, quindi la sua attitudine a contenere e conservare in maniera ottimale l’opera”.

Il progetto MAMBA prende avvio nel 2002, a seguito della pubblicazione, ad opera del Ministero dei Beni Culturali, del Decreto n. 238 del 10 maggio 2001 “Atto di indirizzo sui criteri tecnico scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei”, seguito poi dal Decreto Legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004 recante il “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”. Negli anni 2006-2007 il progetto è stato poi rielaborato e riorganizzato, ereditando tutto ciò che era stato fatto e rilevato in precedenza.  

Ipogeo dei Volumni

MAMBA è attuato sul tutto il territorio nazionale ma vede una ricca attività soprattutto nel Lazio. Al momento sono 19 gli enti che hanno aderito; di questi, 17 sono del Ministero. “La cosa più importante – spiega l’Ingegner Violanti – è che per gli Enti che aderiscono è tutto completamente gratuito in quanto il progetto si fonda esclusivamente sull’apporto dei privati (non ricevendo sovvenzioni pubbliche).

Tra i tanti Enti, MAMBA ha monitorato anche l’Ipogeo dei Volumni, la tomba etrusca scoperta il 4 febbario del 1840 (a sud-est di Perugia in località San Giovanni), che verrà festeggiata in occasione del convegno “L’Ipogeo dei Volumni. 170 anni dalla scoperta”, in programma il 10 e l’11 giugno a Perugia. Nel corso della manifestazione verranno illustrati i dati della scoperta, attraverso i documenti d’archivio, oltre agli aspetti archeologici e quelli legati alla conservazione. In questa occasione interverrà anche L’ingegnere Valter Violanti che illustrerà i risultati del monitoraggio ambientale nell’Ipogeo: “I dati che noi presenteremo sono solo un sunto di tutta quella che è l’opera di monitoraggio che abbiamo realizzato. I risultati integrali verranno pubblicati a breve in un volume insieme alla Sovraintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria”.

Per tutti coloro che vogliono acquisire maggiori informazioni sul progetto MAMBA http://www.progettomamba.uniasm.it/

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Bhopal, processo a 25 anni dalla strage

Post di SabinaS On giugno - 9 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Sono 8 gli imputati che devono rispondere della catastrofe che causò la morte di migliaia di persone. Rischiano una pena massima di due anni. Troppo pochi secondo i familiari delle vittime che chiedono la «pena capitale»

di Sabina Sestu

È passato un quarto di secolo, ma ancora oggi le vittime  del disastro di Bhopal non hanno visti soddisfatti i propri diritti. E ora si prospetta una sentenza che è uno schiaffo morale alla dignità umana. Gli otto imputati, tutti dipendenti indiani della fabbrica, accusati di aver provocato il grave incidente che costò la vita a circa 20mila persone e l’intossicazione di oltre 500mila, rischiano infatti una pena massima di due anni. Troppo pochi per una strage di tali dimensioni. «Chiediamo la pena capitale» hanno dichiarato le migliaia di vittime, che aspettano da tanti anni giustizia. Ma il principale responsabile della tragedia, Warren Anderson, all’epoca presidente della Union Carbide una multinazionale americana, non figura tra gli imputati in quanto latitante.

Il disastro si è consumato poco dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984, mentre la città dormiva. Le prove raccolte in questi anni dimostrano che la disgrazia poteva essere facilmente evitata se si fossero applicate le procedure di sicurezza di cui la struttura era dotata. I deflettori, se fossero stati in funzione avrebbero potuto impedire l’infiltrazione dell’acqua che mischiata alle 63mila tonnellate di isocinato di metile, che si trovava stivato nei sotterranei, provocò un gayser altissimo che formò una nube nociva che avvolse la città. Ma non furono utilizzati, così come non lo furono i refrigeratori che erano fuori uso e le torri anticendio, che avrebbero potuto impedire la fuga di gas. Ma anche dopo la fuoriuscita chi di dovere si disinteressò alla tragedia, mettendo gli interessi economici prima di quelli della popolazione civile. I medici locali, infatti, non vennero informati della natura del gas, che non è mai stata rivelata, impedendo di fatto i trattamenti sanitari e la conseguente pianificazione degli interventi. La maggioranza dei morti e dei feriti fu causata da edema polmonare, ma il gas causò tutta una serie di diversi disturbi.

Ma oltre la mancanza di prevenzione e di successiva gestione dell’emergenza, i cittadini di Bhopal sono stati beffati anche dal punto di vista legale. Infatti il governo indiano, tramite il Bhopal gas leak Act, si è arrogato il diritto di rappresentare le vittime in giudizio, impedendo di fatto agli interessati ad agire personalmente a tutela dei propri diritti ed interessi davanti a qualsiasi tribunale del mondo.

Warren Anderson

Il governo indiano ha avuto paura che l’azione legale dei singoli avrebbe potuto incrinare i rapporti commerciali con gli statunitensi. Si è persino accontentato di un risarcimento esiguo, 470 milioni di dollari. Le vittime si sono viste risarcire 300 dollari a testa, una volta pagati gli avvocati e le tangenti di rito, ma solo a quelle che furono colpite dal gas.

La magistratura indiana non ha mai formalizzato la domanda di estradizione di Warren Anderson, che oggi ha 81 anni, agli Stati Uniti. Il presidente della Union Carbide non ha neanche mai visto un mandato d’arresto, in quanto è si stato trasmesso dalla magistratura alla polizia il 31 luglio 2009, ma non è mai stato eseguito. Oggi la fabbrica chimica di Bhopal è abbandonata ma dentro le sue mura ancora giacciono pericolosi  elementi che continuano a inquinare. «Un disastro nel disastro» dicono gli ambientalisti, l’acqua potabile è avvelenata così come l’aria.

Foto via:

http://carlaspace.altervista.org

http://mynethome.net

http://www.cbc.ca

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Torna Milano SaporBio, il weekend tra gusto e natura

Post di Valentina Gravina On giugno - 4 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Nel capoluogo lombardo, dall’11 al 13 giugno, cultura dell’alimentazione e rispetto per l’ambiente s’incontrano in una grande vetrina per la filosofia bio ecologica

di Valentina Gravina

Marco Columbro, testimonial di SaporBio

Si rinnova anche quest’anno l’atteso appuntamento con SaporBio 2010, la manifestazione bio-ecologica ideata dal noto attore e presentatore Marco Columbro e dalla sua compagna Stefania Santini. “Milano SaporBio”, dall’ 11 al 13 giugno 2010, si svolgerà al Parco Sempione in collaborazione con Parco in…Comune (PinC), promosso dall’Assessorato Arredo, Decoro Urbano e Verde del Comune di Milano (Assessore Maurizio Cadeo), con un importante evento ideato per avvicinare il grande pubblico al bio e alla natura.

Milano SaporBio nasce per promuovere il biologico come scelta sana e responsabile, ma anche per favorire stili di vita, di piacere e di consumo sostenibili. Testimonial è Marco Columbro, impegnato da sempre nella diffusione di uno stile di vita naturale basato sul rispetto per l’ambiente e sui sapori genuini della nostra terra. “Il successo dello scorso anno ci ha portato a rinnovare la collaborazione con PinC, una straordinaria manifestazione che rende SaporBio un evento ancor più ricco e completo. Una regione come la Lombardia, tra le prime per produttività e consumi bio, in attesa anche dell’Expò 2015 – sottolinea Columbro -, può quindi contare sul ruolo delle Istituzioni, come ha dimostrato l’assessore Cadeo, e lavorare per soddisfare le esigenze dei cittadini. Tutto questo perché – conclude – i consumatori sono sempre più orientati verso scelte consapevoli, preferendo prodotti ‘intelligenti’ e genuini”.

La manifestazione, in un’atmosfera frizzante e divertente, pensata per le famiglie e per i più giovani, abbraccerà il mondo ecosostenibile in tutte le sue sfaccettature. Le degustazioni enogastronomiche, con tante novità per quest’anno, daranno risalto ai sapori e alla genuinità di una alimentazione sana e biologica, ma ampia visibilità verrà data anche al settore delle energie rinnovabili e dell’eco-design, grazie alla partecipazione di Greenbuilding. Tra le new  entry Sma Simply Market che, con Gruppo Sistemi 2000, metterà in mostra, attraverso alcune installazioni, il nuovo concept ecosostenibile dei loro punti vendita, e AquaTherapy, linea di acque minerali addizionate a elementi fitoterapici, presente con un proprio dietologo pronto a dare preziosi consigli su salute e benessere al pubblico dei visitatori.

A tutto questo si aggiungerà il mondo dell’abbigliamento sostenibile e della fitocosmesi, un settore in crescita rispetto alla cosmesi di laboratorio, che “cura” l’ambiente con la bellezza.

Infine, tra le grandi novità di questa edizione, anche la presentazione del libro “I magnifici 20” del giovane ricercatore e scrittore Marco Bianchi, una lista non scontata e super argomentata dei cibi che fanno davvero bene, e SaporbiOlio, un concorso dedicato ai migliori produttori di olio biologico. Organizzato dal dott. Gino Celletti, capo panel COI, la premiazione dei primi tre migliori oli bio sarà ospitata all’interno dell’area conferenze di Milano SaporBio e sarà accompagnata da una degustazione guidata degli oli vincitori.

Preziosa poi la partnership con EcoWorldHotel, la prima catena alberghiera italiana eco-friendly, che raggruppa diverse tipologie di strutture alberghiere (agriturismi, b&b, hotels, wellness-resort, casali, case vacanza, ect.) che permetterà agli espositori e i visitatori di Milano SaporBio di usufruire di una convenzione con strutture a 3 e 4 stelle di Milano, con prenotazione diretta dal sito www.saporbio.com.  

Dopo i successi della scorsa edizione, con punte di 100.000 visitatori, Milano SaporBio farà del capoluogo lombardo, tra i primi in Italia in termini di produttività e consumi bio, la città cardine del settore. In vista dell’Expo 2015, Milano si prepara infatti ad essere la capitale mondiale in tema di sicurezza e qualità alimentare, diventando in tal modo luogo ideale di eventi, spettacoli e dibattiti che puntano i riflettori sull’esaltazione e sulla diffusione dei prodotti ecosostenibili e alimentari di qualità. Anche per questo, preziosa è la collaborazione con Milano Food Week, la settimana dedicata all’enogastronomia che si terrà nella città meneghina dal 5 al 13 giugno 2010

 Tra le attività:

Villaggio Bio

Villaggio Bio-Ecologico”: la vetrina per gli operatori del settore dove promuovere i prodotti attraverso uno scambio di cultura enogastronomica ed ambientale con i consumatori. Le aziende, alcune delle quali dall’Alto Adige con degustazioni dei loro migliori prodotti locali, tra cui il tipico pane alto atesino e il famoso speck, e abruzzesi, a dimostrazione della loro volontà di ricominciare dopo il terribile sisma di un anno fa, metteranno a disposizione dei visitatori i loro prodotti bio e i modelli sostenibili sviluppati per vivere in sintonia con l’ambiente circostante.

Per i più piccoli SaporBio propone anche quest’anno tante attività divertenti per imparare a rispettare l’ambiente e a mangiare bene giocando, in compagnia degli animatori di NaturaSì e di EcoGiò.

Columbro durante una lezione Bio

Eco Talk in Area Conferenze”: allestita da Puzzle4peace con un “muro” di puzzle realizzato da artisti vari, sarà il centro nevralgico per dibattiti e momenti di confronto sulle politiche del biologico e dell’eco-sostenibile con esperti del settore, realizzati in collaborazione con la rivista di settore BioEcoGeo. Il pubblico sarà coinvolto con approfondimenti sull’ecologia ambientale, l’alimentazione, il risparmio energetico ed eco-compatibilità, la cura del corpo, tutte tematiche legate alla cultura del vivere bene secondo natura. Tra i moderatori anche la nota giornalista e conduttrice Tessa Gelisio che si occuperà di bio-cosmesi e bellezza naturale, parlando dei benefici dell’aloe, mentre per dare un Occhio allo spreco, direttamente da Striscia la Notizia, relatore di eccezione sarà Cristina Gabetti.

Inoltre, dal 7 al 13 giugno, grazie alla collaborazione col Gruppo Ethos, ristoratori guidati dalletica e dalla passione proprietari di 4 ristoranti, sarà possibile provare il buonissimo Menù SaporBio, un insieme di piatti biologici di alta qualità che i clienti potranno gustare per tutta la settimana dedicata all’evento. Coinvolto nel progetto anche S.Event, nuovissimo locale con prodotti e servizi di qualità per soddisfare le esigenze di tutti, anche vegetariani e vegani, che offrirà ai suoi clienti il Cocktail SaporBio.

Milano SaporBIO  sarà l’11, il 12 e il 13 giugno 2010 a Parco Sempione (ingresso Viale Gadio), nel cuore verde della città, per ricordare che il biologico è buono per la natura, è buono per l’uomo.

 

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Michelangelo Pistoletto tra Cielo e Terra

Post di Benedetta Rutigliano On giugno - 2 - 2010 2 COMMENTI

L’artista biellese interviene con il “Terzo Paradiso” nel Bosco di San Francesco ad Assisi

di Benedetta Rutigliano

Una veduta della Basilica di San Francesco, Assisi

AssisiIl 27 maggio il FAI ha aperto ufficialmente il cantiere di restauro del Bosco di san Francesco ad Assisi, donato alla Fondazione nell’ottobre 2008 da Intesa Sanpaolo, celebrando questo importante momento con un gesto simbolico altamente evocativo: la realizzazione dell’opera “Il Terzo Paradiso” di Michelangelo Pistoletto, seconda opera di Land Art italiana per estensione dopo il Cretto di Gibellina di Burri. L’artista, ormai affermato sulla scena contemporanea mondiale, esponente di spicco dell’Arte Povera degli anni Sessanta e Settanta, interviene su un luogo simbolo del paesaggio italiano, quello in cui San Francesco lanciò il suo messaggio di armonia fra Uomo e Natura, immortalato anche nelle opere di Giotto.

Il territorio su cui opera Pistoletto è all’apparenza solo un bellissimo uliveto. A guardarlo meglio, però, si estende su un’area di 90 x 35 metri (per un totale di oltre 3.000 metri quadrati) ed è solcato da tre cerchi che ricordano il simbolo dell’infinito; è costituito dallo sviluppo di un doppio filare di 160 ulivi, ciascuno alto circa 3 metri e con una fronda di 2 metri e mezzo, che forma un percorso ombreggiato. Nel centro dell’opera, un’asta d’acciaio dell’altezza di sei metri, a significare l’unione tra Cielo e Acqua, che si trova nel sottosuolo.

Il nuovo segno di infinito, simbolo del Terzo Paradiso, tracciato sulla terra, 51. Biennale di Venezia, Isola di San Servolo, 2005 (foto di L.Ogryzko)

L’artista biellese si propone di far riflettere i “pellegrini del XXI secolo” sui tre diversi atteggiamenti dell’uomo con la natura: il Terzo Paradiso infatti, nelle intenzioni di Pistoletto, è la fusione tra il Primo Paradiso, in cui la vita sulla Terra è totalmente regolata dalla natura, e il Secondo Paradiso, creato dall’uomo e basato su bisogni, prodotti, piaceri e comodità artificiali. Il Terzo Paradiso è la sintesi tra questi due mondi, ovvero la possibilità di restituire vita alla Terra attraverso quegli strumenti come la scienza, la tecnologia, l’arte e la cultura, che caratterizzano la vita interiore dell’uomo.

Questa lastra autografata verrà regalata a chi adotterà un ulivo

Dichiara Pistoletto, che per tracciare il solco utilizza un carro trainato da buoi, continuando la sinergia con la natura: «Credo nei simboli e mi piacerebbe che questa traccia fosse il segno fondatore d’una diversa civiltà. Il mio lavoro ha l’ambizione di travalicare la dimensione fisica e diventare un vettore che conduca a una nuova realtà sociale dentro la quale ognuno sappia assumersi una personale responsabilità».

Il FAI, per l’occasione, lancia una campagna di adozione dei 160 ulivi (al costo di mille euro ciascuno): un modo per legare il nome del donatore a un’opera d’arte che sarà patrimonio dell’Italia e del mondo.
L’artista, a coloro che adotteranno l’ulivo, regalerà una lastra specchiante autografata con il disegno del Terzo Paradiso.

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I cavoletti di Bruxelles

Post di Silvia Nosenzo On maggio - 30 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Energia e cambiamento climatico: come l’Ue dovrà fronteggiare la sfida

di Silvia Nosenzo

Energia: quali le posizioni dell’UE?

Aumentano i bisogni, diminuiscono le risorse: è un dato di fatto. Si parla da anni di investire in nuove fonti di energia, c’è stato il meeting di Copenaghen, ma nella realtà non si sono attuati piani concreti per invertire la tendenza.

E l’Unione Europea? Qual è la sua posizione?

Entro il 2030, se non si prenderanno misure in merito, la dipendenza dell’Ue da paesi terzi in termini di gas, carbone e petrolio passerà dal 50% circa al 60%. Una percentuale che copre circa l’80% del consumo energetico europeo totale. Per altro, i Paesi fornitori sono quelli politicamente più instabili, cosa che determina un’estrema vulnerabilità economica della Comunità Europea: se a causa di qualche conflitto ci venisse bloccato l’accesso ai combustibili fossili, l’impatto potrebbe essere così devastante da eclissare anche l’attuale crisi economica.

Perciò, l’Ue si sta ponendo come obiettivo quello di ridefinire il suo modello sociale ed economico, di crescita e di sviluppo del territorio, delle città e dei trasporti, definendo una “strategia industriale” che punti sulle cosiddette “tecnologie verdi” e su procedure industriali compatibili con uno sviluppo duraturo. Questo cambiamento non può essere lasciato alla discrezione dei singoli Stati, ma è necessario un coordinamento europeo che proceda per step:

  • Primo: adottare un testo di legge europeo che regoli l’innovazione industriale, incentivi i  finanziamenti e permetta all’Istituto europeo d’innovazione e tecnologia di mettere a punto programmi congiunti nel quadro dell’Ue;
  • Secondo: ridurre l’impatto negativo di agricoltura, allevamento e industria sull’ambiente, e studiare campagne di sensibilizzazione ai temi ambientali ed energetici per i consumatori;
  • Terzo: selezionare o creare dei centri di ricerca europei che studino l’utilizzo di fonti di energia rinnovabile e strategie per l’efficienza energetica, promuovendo la transizione verso un’economia a bassa emissione di CO2.

L’Ue dovrà poi applicare norme più severe per industrie, navi, macchine ed elettrodomestici, scoraggiando l’utilizzo delle vecchie tecnologie, e garantendo finanziamenti e incentivi a chi invece decida di “convertirsi al risparmio energetico”.

Meno combustibili fossili per ridurre le emissioni di anidride carbonica

È necessario in primis cercare di dar vita a una produzione d’energia elettrica più durevole. C’è un largo ventaglio di opzioni per diminuire la dipendenza dal petrolio: dall’eolico, al solare, alle biomasse, passando per i biocarburanti e la costruzione di veicoli elettrici e ibridi, capaci di limitare al minimo le dispersioni di corrente. Deve poi scoraggiare l’uso del carbone, uno dei maggiori responsabili dell’emissione di CO2, introducendo una tassa sulle emissioni, e incoraggiando al contempo la ricerca e l’acquisto di tecnologie verdi. Alcuni stati l’hanno già fatto; per questo l’Ue deve solo coordinare l’adozione di tali misure fiscali in tutti gli altri Stati membri. Infine, l’agricoltura, che è alla base di circa il 14% delle emissioni mondiali di gas serra, deve cambiare, orientandosi verso un sistema di coltivazione più rispettoso del suolo.

Poiché l’Ue dipende dal’esterno per il 90% del suo petrolio, per l’80% del suo gas e per il 50% del suo carbone, dovrebbe sostenere e sviluppare la sua produzione interna di gas, permettendo gli investimenti nelle zone ancora non sfruttate come l’Artico. In più, le risorse di energia non convenzionale, come lo scisto bituminoso, lasciano intravedere considerevoli opportunità sia nell’Europa centrale che in Nord Europa, permettendo di attenuare la vulnerabilità europea di fronte agli choc esterni.

Esempio di coltivazione biologica

Il discorso sul risparmio e l’indipendenza energetica è legato a doppio filo con quello del cambiamento climatico. Amaro è il risultato del Summit Onu di Copenaghen, che ha dimostrato come l’Ue non sia ancora accettata come interlocutore e attore indispensabile a livello mondiale, nonostante l’obiettivo di ridurre le sue emissioni da qui al 2020.

Questo prova che prima di poter esercitare la sua influenza sull’esterno, Bruxelles deve rafforzare il suo ruolo di controllo e coordinamento all’interno, ponendosi come reale punto di riferimento per tutti gli Stati membri dell’Unione.

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Anno 2300: Metà della Terra sarà inabitabile

Post di Veronica Leanza On maggio - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Lo sostiene un recente studio dell’Università del Nuovo Galles del sud di Sydney. Il responsabile? Il riscaldamento globale ad opera dell’effetto serra 

di Veronica Leanza 

 Lo studio dell’ University of  New South Wales in Sydney, con la collaborazione della Purdue University in Usa, ha pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, lo studio di una ricerca dove, stando ai suoi risultati, sembra che in circa 300 anni la metà del nostro pianeta diverrà “troppo calda” per l’uomo.  

Questo  team di ricercatori dell’Università americana e australiana, hanno basato la loro ricerca su una serie di scenari tra i peggiori prodotti a partire dai modelli climatici. Le loro conclusioni finali sono state particolarmente inquietanti. 

Il surriscaldamento terrestre è la causa principale non solo di questo, ma anche dell’aumento delle piogge torrenziali, e dei più recenti tifoni, uragani e cicloni. 

Il vortice, il cui andamento rotatorio è dovuto alla rotazione della Terra, produce venti fortissimi in grado di raggiungere una velocità di 200 k/h. L’origine principale degli uragani  dunque, è l’acqua calda, ed è per questo che molti esperti ritengono che il riscaldamento terrestre abbia causato, negli ultimi anni, un’intensificazione del fenomeno

Se l’umanità non sarà in grado di ridurre le dimissioni di gas ad effetto serra, le temperature globali potrebbero aumentare del 10-12% entro il 2300; conseguenza: la totale inabitabilità della Terra. 

Il professor Tony McMichael dell’Australian National University in un’intervista al quotidiano inglese Telegraph, ha dichiarato: «Gran parte del dibattito sui cambiamenti climatici è basato sul fatto che il mondo riuscirà a mantenere il riscaldamento globale al livello relativamente sicuro di soli due gradi centigradi entro il 2100. Ma il cambiamento climatico non si fermerà nel 2100, e nell’ambito di scenari realistici fino al 2300  potremmo essere di fronte ad aumenti di temperatura di 12 gradi o anche di più. Se questo accadrà, le nostre preoccupazioni attuali circa il livello dei mari, ondate di calore e incendi occasionali, perdita di biodiversità e le difficoltà agricole, impallidiranno accanto ad una delle principali minacce, tanto che la metà del globo abitato attualmente potrà semplicemente diventare troppo caldo per le persone che ci vivranno. C’e’ bisogno di concentrare l’attenzione dei governi sull’impatto dell’aumento delle temperature sulla salute, affermano gli studiosi, ed è possibile che le istituzioni esistenti sottovalutino il fenomeno». 

Gli effetti del surriscaldamento della crosta

Gli effetti del surriscaldamento della crosta

 

Riguardo alle proiezioni del Panel intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico (Ipcc), essi avvertono che «negli avvertimenti per il futuro viene usato un linguaggio mite con stime conservative sugli impatti, questo e’ appropriato per un ente scientifico, aggiungono, ma i governi del mondo debbono essere onesti con i loro cittadini sull’intera gamma dei pericoli potenziali posti da emissioni incontrollate e dagli estremi di cambiamento climatico che inevitabilmente ne seguirebbero».  

I ricercatori sostengono infine che lo sviluppo di tecnologie energetiche pulite, sia l’investimento più importante da fare in questo momento. Ci vorrebbe una maggiore attenzione da parte dei media, dell’opinione pubblica e delle istituzioni verso pratiche ecosostenibili  un po’ in tutti i settori. 

Noi da semplici esseri umani, tifiamo per un maggiore interesse ed una maggiore cura da parte di tutti per la conservazione del nostro bel pianeta!! 

  

  

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Scavi di Pompei più accessibili

Post di Benedetta Rutigliano On maggio - 28 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Un percorso di rampe e raccordi per chi ha difficoltà motorie. Finalmente superate le barriere architettoniche di uno dei più affascinanti itinerari archeologici del mondo

Di Benedetta Rutigliano

NAPOLI- Finalmente una maggiore accessibilità e percorribilità dei luoghi della nostra cultura: l’iniziativa “Friendly Pompei”, infatti, inaugurata domenica 23 maggio, consiste in un percorso facilitato di tre ore, ideato per spettatori con ridotte capacità motorie: bambini nel passeggino, anziani e diversamente abili. Fa parte del programma PompeiViva, realizzato dal Commissario delegato per l’emergenza dell’area archeologica di Napoli e Pompei, Marcello Fiori.
«I marciapiedi e le strade dell’antica città possono essere un ostacolo al piacere della scoperta di Pompei. Da oggi, rampe e appositi raccordi renderanno più agevole il cammino dei visitatori – spiega Fiori – diventano facilmente accessibili luoghi simbolo come la Necropoli di Porta Nocera o l’Orto dei Fuggiaschi e alcune delle domus più importanti. Friendly Pompei è un modo facile e agevole di visitare una delle aree archeologiche più importanti al mondo, il nostro impegno sarà di ampliare il percorso ad altre aree entro l’anno».

Un’apposita e visibile segnaletica indica il percorso che parte da piazza Anfiteatro, per arrivare ad ammirare la Necropoli di Porta Nocera, le cui tombe raccontano le storie delle ricche famiglie di nobili e liberti. Si giunge, poi, all’Orto dei Fuggiaschi, al Vigneto della Domus della Nave Europa, un’area di 1500 metri quadri, ricoltivata com’era all’epoca dell’eruzione con le piante collocate accanto ai calchi originali delle 416 antiche radici.
Il percorso prosegue verso la  Caupona di Euxinus (osteria) per giungere alla meravigliosa Domus del Menandro, una casa delle più grandi case di Pompei (con una superficie di quasi 1800 mq), con raffinati apparati decorativi e un’ampia zona termale. La successiva tappa è la Domus dei Quattro Stili, che prende il nome dai quattro stili pittorici che caratterizzano gli ambienti, unico esempio del genere a Pompei.

Tra i siti recentemente restaurati per “Friendly Pompei” anche il Thermopolium di Lucius Vetutius Placidus, per la prima volta interamente accessibile al pubblico. Facilmente raggiungibile per tutti è la Domus di Giulio Polibio: qui un’installazione tecnologica ricostruisce virtualmente la figura di Polibio, che “accoglie” i visitatori. All’interno della domus sono stati ricostruiti in legno alcuni arredi della casa, quali armadi, tavoli e letti tricliniari.

Ma non è finita qui: sabato 29 maggio inaugura nella stessa area “Pompei Bike” il primo percorso  ciclo-pedonale di circa 5 km (tra andata e ritorno), che si estende da Piazza Anfiteatro a Villa dei Misteri: l’itinerario ciclabile più bello del mondo, tra archeologia, natura e scorci panoramici, dalle rovine al mare.
Per accedere al percorso (che rientra nel costo del biglietto) è possibile usare la propria bicicletta o noleggiarla gratuitamente, completa di casco, all’ingresso di Piazza Anfiteatro.
Lungo il tragitto sono presenti aree di verde attrezzate e punti di osservazione panoramica, rastrelliere e tabelle informative che consentono ai ciclo-turisti di lasciare la bici ed entrare facilmente nella città antica per visitare luoghi di grande suggestione.
«Con Pompei Bike proponiamo un modo veramente nuovo di vivere l’area archeologica per tutta la famiglia», spiega il commissario straordinario Marcello Fiori. «Ci teniamo a ringraziare i sindacati dei lavoratori degli scavi che ci hanno consentito di effettuare le tante riaperture ed arricchire così l’offerta turistica estiva di Pompei come mai era accaduto».

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È una storia affascinante, iniziata nel gelido inverno del 2008-2009, quella dei “cavalli del Bisbino” che ha portato persino alla nascita della prima associazione no profit transfrontaliera. È l’avventura – per fortuna a lieto fine – di due branchi di cavalli di razza avelignese che da anni pascolano sulle pendici del Bisbino, la vetta più nota del gruppo montuoso incuneato tra la Valle di Muggio (nel sud del Canton Ticino), la Val d’Intelvi e il lago di Como

di Laura Dotti

Como – Tutto è cominciato nello scorso rigido inverno quando, attraverso un articolo apparso il 10 gennaio 2009 sul quotidiano comasco La Provincia, si venne a sapere che un gruppo di undici cavalli affamati, guidati da una mula, dal monte Bisbino, sopra il lago di Como, era sceso a Rovenna, una frazione di Cernobbio, in cerca di cibo, accontentandosi addirittura di nutrirsi dei fiori del cimitero. Si è cercato così di ricostruire la loro storia.

Questi cavalli erano appartenuti a un contadino che da sempre li aveva lasciati vivere in una condizione di semi-libertà, accudendoli solamente durante il periodo invernale. Alla sua morte però si era creata una situazione ereditaria piuttosto confusa e i cavalli avevano continuato a vivere liberi sul Bisbino senza creare particolari problemi.

Gli avvenimenti, però, presero una piega differente con le abbondanti nevicate dell’inverno 2009 che costrinsero i poveri animali ad avvicinarsi ai centri abitati alla disperata ricerca di cibo. Le autorità locali si allarmarono immediatamente, minacciando anche interventi drastici.

Successivamente si scoprì che i gruppi di questi cavalli erano due: quello guidato dalla Mula giunse, come riportato da La Provincia, in prossimità di Cernobbio sul versante italiano, quello con a capo la Bionda, una magnifica cavalla capobranco, si mosse, invece, verso Sagno, sul versante svizzero, anch’esso alla ricerca di cibo.

Con l’arrivo della primavera e dell’erba fresca i cavalli risalirono al Bisbino.

I due branchi non si incontravano mai anche se spesso si scambiavano il territorio. Gli stalloni vigilavano sui loro rispettivi gruppi senza che ci fosse uno scontro diretto tra i due.

All’inizio di giugno un giovane maschio venne espulso dal branco della Mula e scese a Rovenna. Lo si vedeva spesso sotto un pino, vicino alla chiesa oppure lungo la strada, in compagnia di alcuni bambini che lo avevano soprannominato Pupi. A inizio agosto, però, fu caricato su un camion e trasferito in un maneggio di Varese. Successivamente, in circostanze poco chiare, perse la vita lo stallone del gruppo della Bionda.

A questo punto fu sempre più chiaro il rischio che correvano questi cavalli non molto ben voluti soprattutto dai contadini della zona: non solo quello di perdere la loro libertà, ma addirittura la vita.

Molte sono le associazioni italiane e svizzere che si sono mosse per proteggerli. Apparivano addirittura sulla stampa prese di posizione di personalità importanti come Fulco Pratesi del WWF, di Giorgio Celli, noto etologo, di un biologo esperto di cavalli come Francesco di Giorgio, di associazioni italiane come la LAV, la Legambiente, l’Associazione Aurora, l’ENPA e dell’ATRA del Ticino.

Tutti loro sostenevano  che i cavalli dovevano rimanere liberi nel loro ambiente naturale dove erano vissuti in questi anni dimostrando di essere animali forti e resistenti, in grado di procurarsi il cibo anche in condizioni molto difficili.

C’era bisogno di unire le forze: fu un grande risultato la collaborazione tra autorità e associazioni svizzere e italiane.

L’Associazione Cavalli del Bisbino ONLUS è stata costituita all’incirca un mese fa ed è diventata proprietaria dei cavalli. I componenti di questa associazione italo-svizzera e i suoi organi direttivi sono costituiti per metà da comaschi e per metà da ticinesi ed è appoggiata da persone e da numerose associazioni tra cui la SPAB di Bellinzona, il CdA, l’Associazione degli amici dei camosci del Monte Generoso per il Ticino, e per l’Italia dall’ENPA, da Legambiente, dalla LAV, dall’OIPA, dalle Giacche Verdi, etc.

Luigia Carloni, vice-presidente dell’Associazione Amici del Camoscio, ci racconta dell’impegno profuso per garantire ai cavalli un futuro nel rispetto del loro benessere e della loro libertà, libertà che sarà garantita sul pascolo estivo della Valle d’Intelvi, dove i cavalli verranno portati a fine mese. In inverno saranno invece messi in un vasto recinto vicino alla struttura delle Giacche Verdi che si trova sul Pian delle Noci, sempre in Val d’Intelvi, e saranno foraggiati con fieno. L’obiettivo è di evitare lo smembramento dei due gruppi e l’aumento eccessivo del numero degli esemplari che diventerebbe ingestibile. A fine mese i cavalli verranno portati a piedi dal Bisbino alla Valle d’Intelvi.

Le chiediamo come avverrà questo spostamento. «Questa operazione, detta della transumanza, è nello stesso tempo delicata e interessante perché tutto avverrà su strade di montagna, badando a tenere uniti i 20 cavalli (compresi 4 puledri nati negli ultimi mesi), a evitare sconfinamenti e inconvenienti di vario genere e garantendo la sicurezza di tutti. L’organizzazione è affidata al Gruppo delle Giacche Verdi e a persone altrettanto esperte di cavalli. I volontari aiuteranno invece coloro che guideranno i cavalli mettendosi ai margini dei sentieri e nei punti di incrocio per evitare che i cavalli si disperdano oppure che fuggano. Abbiamo evidentemente bisogno dell’aiuto e del sostegno costante di tutte le persone, sostegno finanziario ma anche organizzativo e di gestione. Speriamo in bene. Non sarà una passeggiata

A distanza ormai di un anno e mezzo sembra che questa storia di libertà, criniere al vento e verdi crinali, che pareva impossibile potesse riguardare una zona alle spalle di una realtà poco selvaggia come quella del lago di Como, sia giunta a un lieto fine, regalandoci il sogno di un’intatta comunione tra animali e natura che alcuni uomini hanno contribuito a difendere con determinazione e impegno.

Foto per gentile concessione di Luigia Carloni (Vice presidente Associazione Amici del Camoscio)

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L’associazione ambientalista ha ringraziato la grande società produttrice di cioccolato e snack per l’importante scelta di non acquistare più prodotti da aziende che devastano le foreste tropicali

di Roberta Colacchi

Thanks for the break”. Così Greenpeace ringrazia la multinazionale Nestlè per la decisione di non acquistare più prodotti, in particolare olio di palma, da aziende che devastano le foreste tropicali del Sud Est Asiatico, minacciando la sopravvivenza di molte specie come l’orango. Tra la lista delle società “da evitare” spicca la Sinar Mas, principale produttrice in Indonesia di olio di palma e carta, spesso accusata di violazione dei diritti umani delle comunità indigene e delle norme di rispetto ambientale.

La domanda globale di olio di palma è in costante crescita, e per far spazio alle piantagioni di palme da cui si ricava l’olio necessario per la produzione alimentare di cioccolato, snack, e cosmetici, si distruggono ettari di foreste che, come denuncia la responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia Chiara Campione, “causano disastri ambientali come il cambiamento climatico e l’estinzione degli ultimi oranghi”.

Oltre a Greenpeace, a monitorare il rispetto dell’impegno preso da Nestlè, si è impegnata anche la TFT, The Forest Trust, una fondazione nata nel 2001 al fine di proteggere quanto rimane della foresta amazzonica e indonesiana. Gli obiettivi base da rispettare riguardano la fornitura da piantagioni e aziende che operano nel rispetto delle leggi e dei regolamenti locali; la prevenzione del pericolo di estinzione degli oranghi; la protezione e la  conservazione delle zone forestali; ottenere il preventivo libero consenso delle comunità indigene locali per le attività sulle loro terre; e il controllo dell’innalzamento del valore del carbonio nelle foreste, una delle cause principali del surriscaldamento globale. Nestlè ha poi precisato che la sua politica porterà ad effettuare, entro il 2015, la totalità dei suoi acquisti di olio di palma esclusivamente da fonti sostenibili, obiettivo che si estenderà in seguito anche alle forniture per la cellulosa e la carta.

Orango Tango

Orango Tango

Ma a fronte di una battaglia vinta, c’è ancora una guerra da portare avanti. La distruzione delle ultime foreste tropicali non può essere accettata dal mercato globale e Greenpeace fa sapere che l’esempio di Nestlè dovrà essere seguito anche da altre aziende europee, come Carrefour e Wal-Mart, che continuano a rifornirsi di carta e olio provenienti da aziende “devastatrici”.

“Dobbiamo questa vittoria alle decine di migliaia di persone che in Italia ci hanno aiutato, con messaggi e altre forme di attivismo sul web, a raggiungere questo importante obiettivo”. Infatti ad Aprile Greenpeace aveva invitato ad una mobilitazione generale con la campagna Kit Kat Killer, supportata da un video choc di denuncia contro l’uccisione degli oranghi, con lo scopo di costringere Nestlè a ripulire la propria filiera di produzione, diffondendo  anche un appello da firmare e inviare direttamente alla multinazionale. E Nestlè dopo essere stata inondata di mail, lettere, e fax ha deciso di dare ascolto alle richieste. Segno evidente che far sentire la propria voce, ancora oggi, serve a qualcosa.

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Piante esotiche sulle Alpi

Post di Veronica Leanza On maggio - 22 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Piante esotiche ad alta quota. I colpevoli? Il cambiamento climatico, il turismo ma anche le strade e le ferrovie

di Veronica Leanza  

Piante esotiche

L’emergenza climatica del pianeta è un problema che tocca tutti da molto vicino. Le specie vegetali che prima vivevano in un angolo “estremo” delle Alpi e dell’Appennino ora sono sempre più strette nei loro incavi. A rischio sono la biodiversità montana e la distruzione di importanti ecosistemi.  

L’invasione biologica degli ecosistemi da parte di specie esotiche, animali e vegetali, è un problema sempre più rilevante a livello di conservazione ed è oggi riconosciuta a livello mondiale come una delle più gravi minacce alla biodiversità, seconda solo alla perdita ed alla frammentazione degli habitat. Questo fenomeno, essendo legato alla globalizzazione, è in progressivo accrescimento in tutte le zone del mondo.

L’aumento del traffico e del turismo, insieme al cambiamento climatico, hanno innescato un’autentica invasione di piante “aliene” – cioè estranee al loro habitat naturale - lungo i pendii delle catene montuose. Lo sconvolgimento climatico si manifesta in modi diversi, in questo caso si parla appunto della presenza di piante esotiche lì dove non dovrebbero esistere, cioè sulle Alpi.

Uno studio, frutto della collaborazione internazionale tra botanici ed ecologi specialisti dei rilievi montuosi, sostiene che circa 1000 specie esotiche si sono insediate alle alte quote delle catene montuose del pianeta. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Frontiers in Ecology and the Environment, rappresenta il primo sforzo per la raccolta delle osservazioni sulle migrazioni di specie arboree verso l’alto.

E’ una migrazione che avviene in ogni continente, dalle Alpi alle isole delle Canarie, dalle Montagne Rocciose alla catena andina, dalle Alpi australiane fino alle isole del Pacifico.

In Italia, questa invasione da parte di piante esotiche è sempre più evidente. E’ stata oggetto, a livello nazionale, di un recente progetto finanziato dal Ministero dell’Ambiente e, in Piemonte, da un Piano triennale finanziato dalla Regione e dal settore Pianificazione Aree Protette, condotto poi dal Dipartimento di Biologia Vegetale dell’Università di Torino. Il progetto ha come scopo l’individuazione delle specie esotiche presenti, della loro distribuzione sul territorio, degli habitat che risultano maggiormente alterati e delle cause dell’invasione.

Sulla base dei dati pubblicati negli anni scorsi e dei rilevamenti effettuati nell’ambito del progetto, è emerso che la flora del Piemonte è costituita da 371 entità e le specie esotiche rappresentano il 10,5%.  

Paesaggio di montagna

Due mesi fa,  la CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) avvertiva che la vegetazione alpina era, ed è tuttora, gravemente minacciata. Secondo la Commissione il 45% delle specie è a rischio di estinzione e scomparirà entro il 2100. “Le piante di montagna sono strette tra due fuochi –  spiegano i ricercatori – da una parte sono in fuga verso altitudini maggiori, all’inseguimento di freddo e neve. Il problema in questo caso è che oltre ad una certa quota non si sale: la montagna finisce. Dall’altra parte, queste piante vedono il loro delicato ecosistema lentamente invaso da specie giunte dalle quote più basse”.  

Gli studiosi, si sono organizzati in un network chiamato MIREN (Network di Ricerca per le Invasioni Montane) e avvertono che il clima accresce un problema in parte naturale e in parte di origine umana. Tra i maggiori responsabili ci sono le infrastrutture antropiche, ovvero quelle infrastrutture mediante il quale l’uomo modifica l’ambiente naturale per renderlo più consono ai propri fini. Un esempio è la fittissima rete stradale e ferroviaria che facilita l’intrusione delle specie invasive nei rilievi montuosi.

Esistono anche alcune piante che sono state introdotte per errore in alcune regioni, ed hanno poi scalzato le più delicate specie locali. Nei paesi più poveri è l’agricoltura, praticata a quote sempre maggiori, a favorire la migrazione.

Le Alpi sono la regione più ricca di flora dell’Europa centrale, ma è anche la più colpita dai cambiamenti climatici a causa del riscaldamento superiore alla media europea. “Il numero di specie aliene continua ad aumentare – concludono gli studiosi – ma visto le aspre condizioni ambientali dell’alta montagna, ciò sta avvenendo più lentamente che in altri ecosistemi”. 

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Un viaggio per conoscere (ed evitare) gli animali marini più pericolosi che dimorano nei fondali marini

di Veronica Leanza

Il Conus, molto velenoso

Gli animali marini potenzialmente pericolosi per l’uomo sono moltissimi. Con la bella stagione alle porte, è bene che ogni bagnante li conosca. Essi appartengono a diversi gruppi marini.

Nelle acque salate, i rischi sono rappresentati principalmente da tracine, molluschi, meduse, pesci velenosi e squali, che però dovrebbero interessare più i subacquei rispetto ai bagnanti.

TRACINE: Generalmente camminando a piedi scalzi a pochi metri dalla battigia, può capitare di calpestare una Tracina, da cui poi si viene aggrediti. Le tracine sono molto diffuse nell’Adriatico: le loro dimensioni possono raggiungere i 40-50 cm di lunghezza ma sono più comuni gli esemplari di 20-25 cm. Le spine velenifere si trovano sulle branchie e nella spina dorsale anteriore. Il dolore provocato è immediatamente molto intenso e localizzato, ma tende ad irradiare dopo sol0 15 minuti, raggiungendo il massimo dopo 50 minuti. Il dolore può durare complessivamente dalle 16 alle 24 ore.

La tossina sembra provocare abbassamenti di pressione e alterazioni del ritmo cardiaco. In questo caso si suggerisce di immergere la parte colpita in acqua a 45 gradi centigradi o nella sabbia calda per 30-90 minuti fino ad alleviarne il dolore. È indispensabile pulire la ferita anche da eventuali frammenti di spine e disinfettarla. È consigliabile anche la profilassi antitetanica. Comunque è indispensabile ripristinare la normale circolazione sanguigna per un paio di minuti ogni dieci.

CONCHIGLIE: E’ probabile che si venga tentati di raccogliere una conchiglia in mare, chi non l’ha mai fatto, eppure alcune specie di Conus (un particolare tipo di conchiglie di pochi centimetri a forma di cono)  possono essere molto pericolose. I Conus hanno la caratteristica di avere una freccia acuminata che l’animale “scocca” quando deve attaccare o difendersi. Fate molta attenzione: la freccia può penetrare nella pelle della mano ed è velenosa quanto un cobra, infatti, può essere letale. Ci sono stati casi in cui la freccia è riuscita a penetrare il fianco di un sub attraverso la muta. E non c’è antidoto!

In caso di puntura chiamare un medico, immergere la parte colpita in acqua molto calda (40-45 gradi per un’ora o più), e bendarla strettamente.

Esiste anche un’altra conchiglia velenosa chiamata: Terebra. E’ sempre a forma di cono, ma è più allungato e fino. Quest’ ultima però è meno pericolosa del Conus.

MEDUSE: Le meduse per la loro trasparenza non vengono notate dai bagnanti che facilmente vengono colpiti. Tra tutte le specie, le più pericolose sono principalmente due: le prime sono le cosiddette Vespe di Mare. Queste meduse vivono in Australia, principalmente nel Queensland. Esse sono considerate tra gli esseri viventi più velenosi al mondo e dopo il Cobra Reale e le zanzare, sono gli animali che causano più morti, anche più degli squali.

Ogni anno alcuni bagnanti vengono urtati dai tentacoli (anche morti o a pezzi) di questo essere con conseguenze in molti casi anche mortali. “L’urto” è dolorosissimo e causa il collasso nel giro di un minuto o due. In caso di avvelenamento chiamare un medico, sciacquare la parte in acqua salata (MAI in acqua dolce), o ancora meglio con l’aceto, e non bisogna strofinare; occorre togliere gli eventuali tentacoli o pezzi dell’animale dalla pelle, con delle pinzette o del nastro adesivo.

La medusa: i suoi tentacoli sono velenosi

Il governo Australiano cerca di combatterle attivamente, per nostra fortuna le pericolose meduse Australiane in genere sono presenti solo durante la stagione estiva, cioè, quando da noi è inverno.

Un’altra medusa pericolosa (o meglio un parente stretto delle meduse) è la Caravella Portoghese, tipica per la sua sacca d’aria galleggiante visibile in superficie, i suoi lunghissimi, ma molto sottili tentacoli sono fortemente urticanti e provocano un forte abbassamento della pressione sanguigna con conseguente collasso e possibile morte negli individui più sensibili; originaria dei mari tropicali è diffusa anche lungo le coste Atlantiche spagnole. L’anno scorso, alcuni esemplari sono stati avvistati anche nel Mediterraneo.

RICCI DI MARE: Quelli velenosi sono davvero pochi, ma se calpestati o anche semplicemente sollevati in mano possono fare molto male. Esiste un tipo di riccio chiamato Riccio Fiore che se preso in mare può essere mortale per l’uomo. Questo riccio, di giorno usa mimetizzarsi con pezzetti di roccia e corallo del suo guscio.

Anche alcune Stelle marine e certe specie di Cetrioli di Mare possono essere urticanti!

POLPO BLU MACULATO: Si tratta di un piccolo polpo di pochissimi centimetri che è caratteristico per via dei suoi colori accesi, in particolare i cerchi blu. Questo animale si può incontrare anche sotto riva e va tenuto a debita distanza in quanto il suo veleno è uno dei più potenti al mondo.

SQUALI: Come non citare infine i temutissimi Squali. Bisogna dire, poiché molte persone non lo sanno, che la maggior parte degli squali è innocua per gli uomini. A quanto pare, non rientriamo nei loro menù. Le razze di squali che si possono incontrare generalmente in tutti i mari, sono soprattutto i Pinna Nera e i Pinna bianca.

Ovviamente, gli esemplari più grandi (un paio di metri, ma anche quelli piccoli) non sono da infastidire. Se ci si limita ad osservarli, anche da vicino, non ci sono problemi. Sono molto famose infatti, le escursioni di shark – feeding a cui è possibile partecipare in tutti i mari.

In caso di grandi squali pelagici, quelli che non si incontrano vicino la riva, la regola generale è: non scappare e non agitarsi (per non simulare un animale ferito), non sostare in posizione orizzontale (per non simulare la sagoma di una preda) ed affrontare l’animale frontalmente.  Comunque si consiglia di evitare di fare il bagno con una ferita sanguinante o con il ciclo mestruale, l’odore del sangue potrebbe attirare il predatore.

Infine si vuol ricordare la “Regola Generale” in caso di punture velenose: si consiglia principalmente, di sciacquare la parte “lesa” con acqua marina e di chiamare un medico appena possibile. Nell’attesa del medico, può essere ancora più utile e fondamentale immergere la parte colpita in acqua molto calda a 40 gradi o poco più per circa 30 o addirittura 90 minuti.

Buona estate a tutti!!

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Salvare l’ambiente con l’erotismo: arriva L’Eco-sesso

Post di Adriano Ferrarato On maggio - 17 - 2010 AGGIUNGI COMMENTO

Dalle nuove frontiere dell’ambientalismo le interessanti opere di Stefanie Iris Weiss e Marc Dannam sul fare l’amore con ecologia

di Adriano Ferrarato

Eco-sex, il libro di Stefanie Iris Weiss

"Eco-sex", il libro di Stefanie Iris Weiss

Fare l’amore restando al verde. Ma non in senso economico.

L’attività più bella e salutare preferita da uomini e donne comporta spesso controindicazioni negative in termini di impatto ambientale: se ad esempio un preservativo gettato nel water rischia di giungere in mare passando attraverso il dedalo delle fogne, l’uso di particolari cosmetici e saponi non fa altro che peggiorare la situazione, essendo composti addirittura da derivati petroliferi, siliconi e sostanze non biodegradabili. Si vuole essere più belli per il proprio partner, ma non si fa altro che inquinare ancora di più.

Ma una soluzione a tutto questo è possibile, e viene dalle nuove frontiere dell’ambientalismo. Andando infatti ben oltre quelle che sono le più comuni regole di rispetto ecologico, l’innovativo modo di vivere verde è arrivato anche a modificare le abitudini sessuali delle persone: è l’Eco-sesso, l’erotismo che tutela anche la natura. Che non significa ovviamente andare a letto con delle piante o vivere nella giungla come Tarzan e Jane.

E’ Stefanie Iris Weiss, autrice americana di successo a spiegare questo simpatico approccio nel suo ultimo libro, intitolato per l’appunto “Eco-sex”: «Penso che sia arrivato il momento per il sesso verde. Le persone stanno ora capendo che la loro vita di ogni giorno, le loro abitudini più intime, sono strettamente connesse alla terribile crisi in cui siamo». Vegetariana per 20 anni, nella sua opera la scrittrice propone alcune interessanti soluzioni pratiche per un sessualità vivace e all’insegna dell’ecologia: fare uso di preservativi biodegradabili, cene afrodisiache per stimolare al meglio l’attività erotica, magari su dei comodi materassi in lattice, acquistare fiori di stagione in negozi locali (in modo da ridurre il loro trasporto aereo, altamente nocivo per l’atmosfera).

Anche l’attività riproduttiva deve essere vivamente collegata ai costi ambientali: «la cosa più importante che le persone possano fare», spiega la Weiss, «è avere meno figli, o non averne proprio», in risposta ai gravi problemi di sovrappopolazione nel Terzo Mondo e anche in alcune aree più industrializzate.

"Osex...le sexe ècolo", il lavoro di Marc Dannam

"Osex...le sexe ècolo", il lavoro di Marc Dannam

Se tuttavia questo testo è abbastanza forte nei contenuti e può apparire addirittura eccessivo in alcuni suoi punti, più divertente (e assai stimolante) nei contenuti è invece il lavoro del francese Marc Dannam intitolato “Osex…le sexe ècolo”, nella cui copertina compare una vignetta umoristica in cui una ragazza getta il proprio giovane compagno nei bidoni della spazzatura da riciclare. Nelle sue pagine l’autore propone una lunga serie di pratiche sessuali, bizzarre e non, tutte nel totale principio di protezione del verde: riviste pornografiche in carta riciclata, amoreggiare in mezzo alla natura, uscire a fare nuove conoscenze utilizzando la bicicletta. Ultimo, ma non per importanza, quello di fare uso di giocattoli erotici alimentati da batterie ricaricabili.

Proposte divertenti, che dopo anni e anni in cui si discute di energie rinnovabili, consumi ridotti ed elettrodomestici a basso costo, argomenti interessanti ma assai poco sessualmente stuzzicanti, stabiliscono una nuova misura dei rapporti umani. Che anche in questa occasione, sono guidati dall’incredibile forza dell’amore.

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Meno carne, meno Co2. Intervista a Marina Berati

Post di laura On maggio - 15 - 2010 2 COMMENTI

Dedicarsi con coraggio al servizio degli animali e della Terra è possibile. La dott. ing. Marina Berati ci spiega come

di Laura Dotti

Marina Berati

Marina Berati è coordinatrice del progetto “Dalla fabbrica alla forchetta: Sai cosa mangi?” (saicosamangi.info) e di VegFacile.info; co-promotrice di VIVO, Comitato per un consumo consapevole (consumoconsapevole.org), rappresentante del NEIC (Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione nutritionalecology.org), collaboratrice di Società Scientifica di Nutrizione Vegetariana e fondatrice di AgireOra edizioni. Vegana convinta, naturalmente.

Ci può spiegare in cosa consiste il suo lavoro?

Questo lavoro, che è tutto di volontariato, consiste davvero in tante cose, tante diverse attività, sia di divulgazione che di organizzazione.

Consiste nel progettare, scrivere i contenuti e realizzare materiali informativi, libri, siti web, video (originali o doppiati), campagne a manifesti o per le riviste o per le radio, nel rispondere a innumerevoli mail di richiesta informazioni, nel divulgare comunicati stampa, nel partecipare come relatrice a conferenze e presentazioni, o a lezioni nelle scuole, nonché nell’organizzare conferenze stampa. Il tutto con lo scopo di mettere al corrente le persone sul tema del rispetto per gli animali e per l’ambiente, affinché abbiano gli strumenti per decidere di cambiare comportamento, perché è attraverso la modifica di abitudini e di stili di vita delle singole persone che si possono cambiare le cose, non dipende solo dalle istituzioni o dalle industrie, il primo e maggiore responsabile è proprio il singolo individuo.

Il NEIC, di cui lei è rappresentante, ha sostenuto una campagna dal titolo: “Gli allevamenti pesano sulla terra. Meno carne, meno effetto serra”. Cosa significa?

Questa è una campagna informativa a manifesti, che ha lo scopo di spiegare quanto sia massiccio l’impatto dell’allevamento di animali sull’emissione di gas serra. È un’iniziativa a cura del NEIC e del progetto “Dalla fabbrica alla forchetta: sai cosa mangi?”, e i manifesti sono stati realizzati e diffusi da AgireOra Edizioni.

Nel manifesto è ritratto lo zoccolo di un bovino che “schiaccia” il pianeta, con la spiegazione “Gli allevamenti PESANO sulla Terra”, mentre il titolo asserisce “Meno carne, meno effetto serra”. Il testo esplicativo sottostante spiega quanto influisca l’allevamento di animali sul problema dell’effetto serra: come percentuale impatta tanto quanto l’industria, e ben di più dell’intero settore dei trasporti – 18% contro il 13,5% – ed è quindi un obiettivo prioritario, e alla portata di tutti, su cui intervenire.
Abbiamo distribuito gratuitamente i manifesti a tutti gli attivisti – singoli o in gruppi – che si sono impegnati a organizzare un’affissione nel proprio Comune.  Fino ad ora sono stati affissi quasi 3000 manifesti in 36 diversi Comuni.

Con questa campagna vogliamo far sì che si sappia che la scelta più potente che ognuno può fare in prima persona per diminuire il proprio peso sull’effetto serra è quella di diminuire drasticamente il consumo di carne, o meglio ancora diventare vegetariani.

Quindi un’ulteriore conferma che non sia necessario mangiare carne, anzi…

Mangiare carne, pesce, e altri prodotti animali (come latte, latticini e uova) non è e non è mai stato necessario, e oggi questa abitudine è invece un grosso problema da ogni punto di vista: per il numero astronomico di animali uccisi, per il devastante impatto sull’ambiente, per le ripercussioni negative sulla nostra salute.

Il nostro corpo non è fatto per mangiare carne e altri cibi animali a ogni pasto come si fa oggi, è solo in grado di nutrirsi di questi “ingredienti” occasionalmente senza averne più di tanto danno, ma, appunto li può assumere,  non li deve assumere. Mentre un consumo quotidiano come avviene oggi è gravemente dannoso da ogni punto di vista. Ed è dovuto sostanzialmente a una riuscitissima “campagna pubblicitaria” da parte degli allevatori, copiata in gran parte dal modello statunitense. L’idea che abbiamo bisogno della carne degli animali e delle loro secrezioni (latte e uova) è un mito creato ad arte dall’industria dell’allevamento per ricavare enormi profitti. Il nostro “bisogno” di proteine animali è pari a zero. Da sempre e fino a qualche decennio fa, praticamente tutta la popolazione era quasi-vegan, e i nostri nonni e bisnonni lavoravano di certo molto più duramente di noi, dal punto di vista fisico, eppure la loro alimentazione fatta in questo modo li sostentava benissimo (l’unico problema era quando non c’era abbastanza da mangiare come quantità, ma questa è un altra questione): tant’è che molti di loro arrivano sani fino in tarda età, mentre oggi il numero di persone che muoiono giovani o che rimangono invalide per le malattie “croniche” o “degenerative” (le cosiddette “malattie del benessere”, che sono le più diffuse, invalidanti e mortali che colpiscono i Paesi ricchi) è in costante aumento. Queste malattie sono l’arteriosclerosi, il sovrappeso-obesità, il diabete mellito, l’ipertensione arteriosa, il cancro, l’osteoporosi e sono tutte legate allo stile di vita e in particolare all’alimentazione. Possono essere prevenute, e in diversi casi anche curate, con una dieta a base vegetale.

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Il nostro amico a 4 zampe ci migliora e allunga la vita

Post di claudia.vallini On maggio - 13 - 2010 1 COMMENTO

Sempre più intenso il rapporto tra uomo e animale e numerosi i reciproci benefici: si stima infatti che in Italia vi siano 45 milioni di animali domestici e tra questi 15 milioni di cani e gatti

di Claudia Vallini

I PRINCIPALI BENEFICI – Un numero sempre maggiore di italiani sceglie di condividere la propria vita con un animale da compagnia e lo fa per le più svariate ragioni, affetto, compagnia, difesa. Nella maggioranza dei casi questi animaletti sono circondati di attenzioni, coccole e affetto e a volte sono addirittura viziati. Questo fenomeno è presente in tutto il mondo occidentale, dall’Italia agli Stati Uniti, all’Europa dell’est. I benefici della loro presenza tra le mura domestiche sono sotto gli occhi tutti, a cominciare dalla sferzata di buon umore che riescono a trasmetterci quando ci corrono incontro festosi e scodinzolanti al nostro rientro dopo una giornata lavorativa magari pesante e storta! Quante volte ci siamo detti che a questo esercito di amici pelosi manca solo la parola!

Accarezzare un cane o un gatto, prendersi cura delle loro necessità e giocare con loro aiuta a regolarizzare il respiro, rallentare il battito cardiaco, ridurre la pressione e l’ansia e contribuisce a superare la depressione. Recenti ricerche hanno dimostrato che le persone anziane proprietarie di cani hanno meno problemi di salute dei coetanei senza compagni a 4 zampe e questo anche perché i cani, avendo bisogno delle cure dell’uomo, forniscono ai loro padroni attempati una ragione in più per vivere. E’ fuori di dubbio quindi che avere un animale domestico influisce in modo positivo sul benessere psicologico, o meglio psicofisico. Addirittura si è stimato che tra gli infartuati la percentuale di sopravvissuti tra quelli che posseggono un cane è di 4 volte superiore rispetto a chi non ne possiede.

La convivenza con il nostro pet contribuisce alla produzione di ossitocina, comunemente chiamato ormone delle coccole che contribuisce a migliorare lo stato d’animo e la predisposizione alla cordialità e all’empatia verso gli altri. Per chi si sente un po’ solo e giù di morale una passeggiata al parco col proprio cane può essere un vero toccasana e un’occasione per fare nuove conoscenze scambiando due parole con persone che, senza il pretesto del cane, non si sarebbero mai conosciute.

Una ricerca condotta dall’Università di Deakin (Australia) ha evidenziato che prendersi cura di un animale domestico contribuisce a ridurre il sovrappeso e l’obesità infantile, giocare spesso con loro e portarli a correre al parco sono attività che piacciono molto a bambini e a ragazzi che in questo modo si divertono e fanno un po’ di sano movimento. La Pet Therapy, in italiano zooterapia, che utilizza i benefici derivanti dalla compagnia degli animali, ha dato risultati positivi con persone anziane, disabili, malati cronici e bambini autistici. Questa terapia, quando utilizzata in modo professionale, dovrebbe coinvolgere non solo paziente e amico animale, ma anche una equipe di medici, veterinari, psicologi ed educatori.

AMORE, CURE E RISPETTO VERSO IL NOSTRO PET – Prendere un animale forse non è proprio da tutti. E’ anche questione di carattere, di amore per gli animali e della capacità di sviluppare una particolare e reciproca simpatia. Non bisogna lasciarsi trascinare dalla moda del momento, ma farsi consigliare da un esperto, da un veterinario, quale animale potrebbe essere più adatto alle nostre esigenze e di quali cure ha bisogno per essere sano e felice.

Un animale è, o dovrebbe essere, per sempre. Accogliere in casa un amico a 4 zampe significa prendersene cura per tutta la sua vita che, grazie alla migliore alimentazione e cure veterinarie, si aggira ormai tra i 14 e i 18 anni. Sin da cuccioli cani e gatti vanno vaccinati contro le principali malattie infettive e portati dal veterinario almeno due volte all’anno per una visita e i richiami periodici delle vaccinazioni. Il gioco e le coccole quotidiane sono indispensabili per il loro benessere e i cani necessitano di almeno tre passeggiate al giorno di 20, 30 minuti l’una. E’ importante che vivano in ambienti puliti e disinfettati, la cuccia va pulita regolarmente, la sabbia del gatto cambiata quotidianamente e spazzole, pettinini e ciotole tenuti sempre puliti. Bisogna curare la loro alimentazione, preparando i pasti in casa su consiglio del veterinario o utilizzando cibi industriali adatti a loro e alle più svariate esigenze di salute e di palato dei nostri amici. Non dimentichiamo la ciotola dell’acqua, sempre a disposizione, fresca e pulita.  Controllare spesso orecchie, denti e mantello e soprattutto d’estate usare antiparassitari adeguati e di buona qualità, collari specifici e in zone con molte zanzare, fare dormire il nostro pet al chiuso.

Per i cani esiste l’obbligo del guinzaglio, del microchip e della registrazione all’anagrafe canina per contrastare il triste fenomeno dell’abbandono e il randagismo. Di fronte a tanti cani di cui i padroni si sono perdutamente innamorati ne esistono infatti molti altri che al contrario conducono purtroppo una vera e propria “vita da cani”, maltrattati e malati, rinchiusi in strutture che troppo spesso invece che ricoveri assomigliano a dei lager. Si tratta di mettere in atto una rivoluzione culturale, una presa di coscienza da parte dell’uomo nei confronti degli animali, che non sono cose, ma esseri viventi degni di rispetto e che possono darci tantissimo in cambio.

Foto | via www.sxc.hu

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Un vulcano nascosto ci ucciderà tutti?

Post di Adriano Ferrarato On maggio - 12 - 2010 9 COMMENTI

Una camera magmatica enorme pronta ad esplodere e a devastare l’intera penisola. L’allarme lanciato dal geologo più importante d’Italia, Enzo Boschi: «Potrebbe accadere anche domani»

di Adriano Ferrarato

Eruzione vulcanica

Eruzione vulcanica

«La casa, infatti, vacillava per le frequenti e violente scosse di terremoto, e, quasi divelta dalle sue fondamenta, pareva ondeggiare ora qui ora là, e poi ricomporsi di nuovo in quiete. D’altronde, all’aperto si temeva la caduta di lapilli, anche se lievi e corrosi. Tuttavia si confrontarono i rischi e si scelse di uscire all’aperto. In lui pensiero su pensiero prevalse, negli altri paura su paura. Mettono dei guanciali sul capo e li legano fortemente con teli: in tal modo si difendevano dalla pioggia di lapilli. Già altrove era giorno, lì era notte: una notte più fitta e più nera di tutte le notti. Tuttavia la rischiaravano molte bocche di fuoco e varie luci. Deliberarono di raggiungere la spiaggia e di vedere dal punto più vicino possibile se ormai il mare consentisse un tentativo di fuga. Ma il mare ancora grosso continuava ad essere contrario». Sono le parole di Plinio il Giovane, che descrisse lo spettacolare orrore dell’eruzione del Vesuvio nell’anno 79 dopo Cristo.

Fin dai tempi antichi, l’uomo si è dovuto sempre confrontare con la forza della natura e la potenza dei suoi cataclismi: intere civiltà sono state decimate dalla furia omicida di eventi catastrofici e ancora oggi terremoti, tornado, tsunami sono responsabili diretti di devastazione e morte anche nelle più grandi città del mondo. La moderna tecnologia ha intanto compiuto passi da gigante, permettendo (soprattutto in campo meteorologico) la previsione e il monitoraggio dell’andamento di alcuni di questi incredibili fenomeni, ai quali una volta si attribuiva la causa agli dei. Ora è possibile seguire ad esempio il percorso di un uragano, di una tempesta, di un maremoto. Ma la maggior parte delle volte, purtroppo, si deve fare i conti con l’imprevedibile. E come accadde tanti anni fa a Pompei, gli effetti devastanti sono praticamente fuori da ogni logica di previsione.

Proprio i vulcani, come i terremoti, rientrano in questa categoria nefasta. In Italia, come è noto, ci sono ancora molti “coni” ancora attivi (come, ad esempio, l’Etna o lo stesso Vesuvio), giganti dormienti che spesso destano preoccupazione, ma che finora rimangono sempre al di sotto del livello di guardia. Lo scoppio di una camera magmatica può avvenire in diverse modalità: effusiva, in cui la lava fusa scorre sui fianchi della parete vulcanica, o pliniana (esplosiva), in grado di proiettare verso l’alto una pericolosissima nube di cenere e lapilli. Questo secondo tipo è ancora più dannoso perché lancia verso l’altro prodotti piroclastici (rocce, frammenti, scorie) dall’effetto bomba. La più potente fuoriuscita lavica che sia stata conosciuta nella storia è quella che nel 1815 vide esplodere il vulcano Tambora, in Indonesia. Le vittime furono più di novantamila. Nel 1883 invece, il vulcano Krakatau uccise circa quarantamila persone.

Il vulcano sottomarino Marsili

Il vulcano sottomarino Marsili

Sono numeri da capogiro, ma la cosa che desta più preoccupazione è che anche in Italia, sotto gli occhi di tutti, giace sepolto nel mare un colosso in grado di distruggere l’intera penisola. E non è per nulla chiaro di come l’autorità scientifica cerchi di mettere in allarme tutti mentre i media sembrano essere presi da argomenti, come ad esempio le elezioni e le baraonde politiche, considerati paradossalmente di maggior importanza vitale per la nazione.

Situato a circa 150 chilometri dalle coste della Campania, nel Mar Tirreno, la caldera del “Marsili” sorge dagli abissi e nei suoi tremila metri di profondità si estende per più di duecento chilometri quadrati. Secondo recenti studi del Consiglio nazionale delle Ricerche (il Cnr) e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, c’è un enorme rischio che erutti. Le sue pareti infatti si stanno progressivamente disgregando e sono prossime al crollo: se ciò accadesse si scatenerebbe un enorme terremoto e un potente tsunami che cancellerebbe in un solo colpo Napoli e tutte le sue isole. A questa prima fase ne seguirebbe poi una seconda ancora più catastrofica, perché il magma dentro contenuto (una massa gigantesca che ribolle in pressione da anni in attesa di essere liberata) avrebbe maggior facilità a fuoriuscire (non incontrando più la resistenza delle pareti ormai franate) scatenando il più grande inferno mai documentato, in grado di oscurare il sole per giorni, uccidere senza alcuna pietà e i cui effetti disastrosi e climatici sconvolgerebbero, oltre che l’Italia, anche l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente.

Si tratterebbe di una tragedia colossale, la cui conferma è data da uno dei più grandi esperti del nostro paese, Enzo Boschi, che ha parlato senza mezzi termini di un rischio altissimo quanto imminente: «Potrebbe accadere anche domani. Le ultime indagini compiute dicono che l’edificio del vulcano non è robusto e le sue pareti sono fragili. Inoltre abbiamo misurato la camera di magma che si è formata negli ultimi anni ed è di grandi dimensioni. Tutto ci dice che il vulcano è attivo e potrebbe eruttare all’improvviso». Ma anche se il pericolo c’è, se ne parla praticamente pochissimo (ne ha fatto qualche giorno fa un breve cenno un articolo apparso sul “Corriere della Sera”): ma fino a quando tutto questo verrà ignorato e occultato? Viene da pensare che il vero vulcano siamo noi: si, ma di stupidità.

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di Sergio Baffoni

La denuncia dell’associazione ambientalista: “Anche le aziende italiane usano carta sporca, quella prodotta e lavorata dal colosso Asia Pulp and Paper”

L’ultima bizzarra campagna pubblicitaria delle Cartiere Paolo Pigna? Il gigantesco striscione apparso lunedì in Piazza Venezia a Roma che ha lasciato perplessi i passanti citava: “Per deforestare abbiamo carta bianca, le cartiere Pigna contribuiscono ogni giorno alla distruzione delle foreste secolari. Partecipa ance tu, scegli carta Pigna!”. Ovviamente era una beffa, che ha preso spunto dal rapporto Le Tigri di Carta pubblicato dall’Associazione ambientalista Terra! sulla distruzione delle foreste indonesiane. Secondo Terra! il mercato italiano è sommerso dall’afflusso di carta proveniente dalla deforestazione di quelle foreste. Il punto è che secondo l’associazione, anche le Cartiere Paolo Pigna acquistano carta e prodotti lavorati dal colosso cartario asiatico Asia Pulp and Paper (APP): questo gruppo è l’attore principale della drammatica conversione delle foreste torbiere in piantagioni.

Secondo Terra!, la APP si appresterebbe a conquistare il mercato italiano ed europeo, anche vendendo carta a produttori italiani. L’Italia infatti è divenuta oramai il principale acquirente europeo di carta indonesiana, con importazioni che superano le 77.000 tonnellate tra carta, cartone, cellulosa, per un valore di oltre 40 milioni di euro. Nel 2009 editori, tipografie e rivenditori italiani di carta, ne hanno acquistata oltre 40.000 tonnellate soltanto dalle cartiere indonesiane del gruppo APP. Fonti di Terra! Hanno scoperto che anche le Cartiere Paolo Pigna acquistano prodotti da imprese del gruppo APP per diverse migliaia di euro.

La conversione in piantagioni per l’industria cartaria è tra le prime cause della distruzione delle foreste pluviali torbiere dell’Indonesia e una minaccia per il clima globale. Quando vengono abbattute e drenate, la torba si decompone e fino a 300 tonnellate di carbonio per ettaro tornano in atmosfera, tanto che l’Indonesia è diventata il terzo Paese per emissioni dopo Stati Uniti e Cina.

Secondo calcoli del WWF, dal suo anno di nascita nel 1984, il gruppo APP, avrebbe trasformato in carta un milione di ettari di foreste pluviali nella sola isola di Sumatra, senza risparmiare aree ricche di carbonio con gravi conseguenze sul clima globale. L’azienda è divenuta il principale gruppo cartario indonesiano, ha esteso la propria area di attività al Borneo, e progetta di abbattere le foreste in Papua.

Nei mesi passati una campagna congiunta di Terra! e del Rainforest Action Network ha portato importanti imprese della moda come Gucci, Versace o Ferragamo, a interrompere ogni legame con la APP, proprio a causa delle sue pratiche distruttive.

Foto Terra

Leggi il rapporto Tigri di Carta

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Butterfly zone, il senso della farfalla

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