Cassazione: mai più offese ai prof, carcere ai genitori per oltraggio

insultare professore

Visti i giorni d’oggi, se pensavate che insultare un professore fosse roba di poco conto, vi sbagliavate di grosso. Meglio chiudersi la bocca e non lasciarsi scappare qualche parola poco carina perché potrebbe costarvi una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale - con eventualità di pena detentiva – anziché  una multa del giudice di pace. Lo sottolinea la Cassazione (sentenza 15367 della V sezione penale) che ha disposto per Rosignano Solvay, una mamma toscana, un nuovo processo per oltraggio a pubblico ufficiale per avere offeso un’insegnante della figlia della scuola media Fattori.

MAI PIÙ OFFESE AL PROF. -  La sentenza non specifica i dettagli della querelle, ma probabilmente la professoressa avrà richiamato la figlia della donna che, per difendere la figlia, avrà affrontato l’insegnante lasciandosi scappare qualche epiteto discutibile. Nel 2012 il Giudice di pace di Cecina aveva sentenziato il non doversi procedere per il delitto di ingiuria, graziando di fatto la donna. Ma contro questa decisione la Procura di Livorno, presso la Corte d’appello di Firenze, ha fatto ricorso in Cassazione. Secondo gli ufficiali ci sarebbe stata un’errata applicazione della legge penale in relazione all’art. 341 bis c.p. che può essere esteso nell’ambito delle ingiurie nei rapporti didattici.

Sussistono tutti gli elementi – si legge nella sentenza depositata oggi – di oltraggio a pubblico ufficiale, caratterizzato dall’offesa all’onore e al prestigio del pubblico ufficiale che deve avvenire alla presenza di più persone, essere realizzata in luogo pubblico o aperto al pubblico e avvenire in un momento nel quale il pubblico ufficiale compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni.

IL REATO DI OLTRAGGIO – Nel 2005 il reato di oltraggio era stato abrogato per poi essere nuovamente reinserito nell’ordinamento nel 2009. Oggi però il reato non contempla la mera lesione in sé dell’onore e della reputazione del pubblico ufficiale, ma spiega la Cassazione “la conoscenza di tale violazione da parte di un contesto soggettivo allargato a più persone presenti al momento dell’azione, da compiersi in un ambito spaziale specificato come luogo pubblico o aperto al pubblico e in contestualità con il compimento dell’atto dell’ufficio ed a causa o nell’esercizio della funzione pubblica”. Il giudice di pace aveva quindi chiuso un occhio, o entrambi, commettendo un errore che non è passato inosservato ai togati della Suprema Corte.

UNA SENTENZA CHE FARÀ DISCUTERE –  Sempre più spesso i rapporti tra insegnati e alunni/genitori non sono proprio idilliaci. I ricevimenti, momenti in cui confrontarsi per discutere sul rendimento scolastico dei figli, si trasformano in duelli in cui volano accuse e, a volte, minacce. I genitori difendono i figli accusando i docenti di prendere di mira alcuni ragazzi e di essere poco tolleranti o troppo esigenti. Dall’altra parte i professori si scontrano con madri e padri iper-protettivi e totalmente schierati dalla parte dei figli, pronti a prendere le loro difesa anche quando indifendibili. E purtroppo i fatti di cronaca, ma basterebbero quelli del vicinato, lo confermano. Tanti gli episodi di incontri, o veri e propri match, tra genitori e prof. finiti con insulti e minacce. Per questo appare sempre più importante una vera riflessione su come fare evolvere senza reciproche accuse, ma efficacemente, il rapporto genitori-insegnanti.

Valentina Gravina

@valegravi

 

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