Caso Mineo, Renzi lo fa fuori. Un autogol che costerà caro

mineo

Corradino Mineo

Il Pd è di nuovo a rischio implosione. Dopo lo storico risultato ottenuto alle scorse elezioni Europee, nel partito di Matteo Renzi sembrava regnare un clima sereno e costruttivo fra le varie correnti interne. Tuttavia, è bastato ritirar fuori il tema delle riforme costituzionali per riaccendere le polemiche, per rimettere faccia-a-faccia renziani e antirenziani. Questa volta, la scintilla è scoccata quando la presidenza del gruppo Pd al Senato ha deciso di rimuovere Corradino Mineo (civatiano doc) dalla Commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama, estromettendolo di fatto dalla votazione sull’Italicum. Una decisione pesante, per molti giudicata “bulgara”, cui è seguita l’autosospensione di 13 senatori dem. E ora è scoppiato il caso Mineo.

MINEO VS RENZI - Corradino Mineo, ex direttore di RaiNews24, è da sempre uno dei più grandi oppositori del “Patto del Nazareno”, quell’incontro fra Renzi e Berlusconi, cui sono scaturite le basi dell’Italicum, probabile futura legge elettorale italiana. Quando l’Italicum è stato votato dalla Camera, Mineo (come tutti i civatiani) non ha usato mezzi termini per esprimere la sua insoddisfazione e ha accusato questa legge di essere deficitaria in moltissimi aspetti, fra cui la questione delle “quote rosa”. A Renzi delle critiche interne è sempre importato poco, si sa, e non ha mai titubato quando si è presentata l’occasione di imporre dei diktat ben precisi. Il suo modus operandi è così, prendere o lasciare. Ma questa volta, con Mineo, la situazione era ben più delicata.

EDITTO BULGARO - Se a opporre resistenza è uno qualsiasi della minoranza, poco importa. Ma se a creare problemi è uno che fa parte della Commissione Affari Costituzionali del Senato, dove la maggioranza è estremamente risicata, allora i guai possono essere seri. Il voto contrario di Mineo avrebbe potuto far collassare l’intero Italicum. Ecco allora che Renzi ha optato per la strada più difficile, per l’epurazione di memoria staliniana, togliendo di mezzo un voto scomodo. Così, per permettere all’Italicum di giungere in Aula senza troppi trambusti, l’ufficio di Presidenza del Pd ha deciso di sostituire Mineo con Luigi Zanda. Ciò però rappresenta un incredibile errore strategico, un autogol, poiché ha scatenato un vero e proprio caso Mineo all’interno del Pd. Adesso la situazione rischia di precipitare e con conseguenze incalcolabili.

TREDICI DISSIDENTI - La prima conseguenza del caso Mineo non è per nulla irrisoria. Tredici senatori dem hanno deciso di autosospendersi per solidarietà a Mineo e per denunciare quanto accaduto. A dichiararlo è stato il senatore Paolo Corsini (ex sindaco di Brescia) che, parlando di “epurazione delle idee non ortodosse” e di “palese violazione della nostra Carta fondamentale”, ha chiesto al Pd dei dovuti chiarimenti. Oltre a Corsini, fra i dissidenti ci sono Felice Casson, Vannino Chiti, Erica D’Adda, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Renato Turano, oltre ovviamente a Corradino Mineo. Per Pippo Civati non ci sono scuse‹‹Queste cose venivano dalla Bulgaria, ma evidentemente siamo ancora più esotici. È una scelta molto grave dal punto di vista dei rapporti interni del partito e del gruppo››.

Senato della Repubblica

Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica italiana (tg24.sky.it)

NESSUN DIRITTO DI VETO - La risposta di Renzi alle polemiche sul caso Mineo è venuta direttamente dalla Cina, dove è in visita di Stato. Per il premier non ci sarebbe nessun problema nella sostituzione di Mineo, anzi, l’ha reputa una decisione sacrosanta: ‹‹Noi non lasciamo a nessuno il diritto di veto: conta molto di più il voto degli italiani che il veto di qualche politico che vuole bloccare le riforme. E siccome contano di più i voti che i veti, vi garantisco che noi andiamo vanti a testa alta››.

MAGGIORANZA PIU’ STRETTA IN SENATO - C’è solo un piccolo dettaglio. La sostituzione di Mineo forse permetterà al Pd di far passare l’Italicum in Commissione. Ma cosa succederà quando la legge approderà in Aula? Forse Renzi dimentica che la maggioranza in Senato è di 161 voti. Lo scorso 25 febbraio, quando fu votata la fiducia al suo governo, Renzi prese 169 voti. Se a questo numero di maggioranza si tolgono i 13 dissidenti (forse in crescita nelle prossime ore), si scende a quota 156, un numero insufficiente per votare definitivamente l’Italicum. Poiché è difficile che un aiuto arriverà da Forza Italia o dai Popolari di Mario Mauro (anche lui sostituito dalla Commissione nelle scorse ore), come pensa di vincere la partita Renzi? Non resta che attendere.

Davide Iandiorio
@d_iandi

foto: giornalettismo.com; tg24.sky.it; repubblica.espresso.it

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