Caso Ilva. Le tappe di una vicenda dal finale lungo e incerto

Roma – Da una parte ci sono coloro che fanno prevalere le ragioni dell’ambiente e della salute; dall’altra coloro che danno la priorità all’occupazione, in termini lavorativi, mettendo in secondo piano il problema dell’inquinamento. Per completare il quadro c’è anche la contrapposizione tra la magistratura e politica. Tutto questo ruota attorno alla vicenda dell’industria siderurgica Ilva di Taranto che da settimane domina le cronache dei media italiani.

Lo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto

Ultimo aggiornamento a riguardo risale a qualche ora fa: il tribunale del Riesame di Taranto ha depositato questa mattina le motivazioni in base alle quali è stato confermato il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva il 7 agosto, senza concedere la facoltà d’uso. «Il disastro – si legge nel provvedimento – è stato determinato nel corso degli anni, sino ad oggi, attraverso una costante reiterata attività inquinante posta in essere con coscienza e volontà, per la deliberata scelta della proprietà e dei gruppi dirigenti». I giudici hanno anche confermato tre degli otto arresti disposti dal gip Patrizia Todisco (quelli del direttore dello stabilimento siderurgico Luigi Capogrosso e di Emilio e Fabio Riva). Sempre nella giornata odierna dovrebbe riunirsi la commissione Ippc-Aia, presso la sede del ministero dell’Ambiente, per definire quel piano di lavoro finalizzato alla revisione dell’autorizzazione integrale ambientale.

Questo l’ultimo tassello di una vicenda che inizia il 26 luglio, quando il gip Patrizia Podisco emette un’ordinanza di sequestro di sei impianti del complesso dell’acciaio pugliese.  I sigilli sono previsti per i parchi minerali, le cokerie, l’area agglomerazione, l’area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi. Arresti domiciliari per otto dirigenti dell’Ilva, tra cui il patron Emilio Riva, suo figlio Fabio e il direttore Capogrosso. Motivo? Disastro ambientale.

Immediate le proteste di circa 12.000 operai che temono la chiusura della fabbrica: scattano i primi blocchi stradali e nel pomeriggio una dozzina di loro occupa per protesta il Municipio della città.

Le proteste degli operai proseguono anche il giorno seguente con tanto di corteo e bloccando l’entrata di uno degli impianti siderurgici più grandi in Europa. A tranquillizzarli, teoricamente, le parole del ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, secondo il quale l’Ilva riuscirà nei prossimi anni ad allinearsi agli standard europei, evitando così la chiusura.

Il 30 luglio prendono il via le procedure di sequestro da parte dei custodi nominati dal gip, iniziando le pratiche per il blocco delle specifiche lavorazioni e per lo spegnimento degli impianti a caldo. Interviene anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esortando una soluzione rapida che non comprometta la produttività dell’industria.

Nel frattempo la Fiom, Fim, Cisl e Uil scendono in campo organizzando uno sciopero generale. Anche il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola dice la sua, auspicando un rimedio celere soprattutto per quanto riguarda il diritto alla vita.

Nel primo giorno del mese di agosto la situazione (sul fronte operai) sembra apparentemente stabilizzarsi. Si torna a lavorare all’interno dell’Ilva con la rimozione dei blocchi. Dopo il sequestro preventivo, l’attività della fabbrica può procedere regolarmente (in attesa della pronuncia del tribunale del Riesame).

Due giorni dopo il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) approva, tra gli interventi di manutenzione straordinaria del territorio, anche quelli riguardanti il caso Ilva (nello specifico il risanamento del quartiere di Tamburi, dove sono stati registrati nell’ultima settimana valori di PM10 ben al di sopra limite consentito). Interviene anche il Consiglio dei Ministri che stanzia circa 336 milioni di euro necessari per le operazioni di bonifica dell’area di Taranto.

Il 7 agosto il tribunale del Riesame ribadisce il sequestro delle sei aree a rischio (respingendo la richiesta della Procura della Repubblica di rinviare il tutto a settembre) e ordina il risanamento: la fabbrica non chiuderà. Vengono anche revocati gli arresti domiciliari di cinque degli otto dirigenti dell’Ilva.

Fino ad arrivare all’11 agosto, quando il gip Todisco conferma la bonifica degli impianti sequestrati, ma senza prevedere facoltà d’uso degli stessi per finalità produttive.

Tre giorni fa l’Esecutivo decide di mandare i ministri dello Sviluppo economico, Corrado Passera, e dell’Ambiente Clini per incontrare le autorità locali con l’intento d’impedire la chiusura del grande colosso dell’acciaio.

La manifestazione dei cittadini di Taranto a favore della chiusura dello stabilimento

Un altro elemento si va aggiungere al caso Ilva, riguardante però fatti accaduti nel 2011, quindi molto prima che scoppiasse la vicenda che  in queste settimane sta infiammando  un’estate già calda di suo.

Un rapporto dei carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) svelava, già nell’aprile dello scorso anno, l’imponente volume di polveri e fumi pericolosi che dai reparti dell’Ilva piovono sulla città. Dossier che fu consegnato anche al ministro dell’Ambiente di allora Stefania Prestigiacomo.

Quel rapporto non fu minimamente preso in considerazione quando il 4 agosto di quello stesso anno fu rilasciata l’autorizzazione ambientale integrata alla fabbrica siderurgica pugliese. I militari per ben quaranta giorni avevano fotografato e filmato le grandi nubi rossastre che si alzano dai reparti durante la produzione.

In attesa di ulteriori sviluppi di un caso che non conoscerà un finale nel breve periodo, ci si domanda se è giusto mettere sullo stesso piatto della bilancia il fattore disoccupazione/produttività con la salute dei cittadini. Mentre torna in scena l’ormai abitudinario scontro tra politica e magistrati, cittadini che protestano per l’inquinamento della città ed operai che non vogliono perdere il posto di lavoro, la foto di Lorenzo, un bambino nato a Taranto e malato di cancro (attualmente in cura all’ospedale fiorentino Meyer), deve essere un buon motivo per pensare che la vicenda sia durata fin troppo.

Giorgio Vischetti

foto||geograficamente.files.wordpress.com; wakeupnews.eu; blogitalia.peeplo.com

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