Caso Fiorito. La Polverini forse si dimette ma il Pdl è già spaccato

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Renata Polverini

Roma – Invocar le dimissioni è faccenda complicata. Inghippo dal quale è difficile sbrogliarsi. Per non esserne lesionati si dovrebbe operare così: o le prometti e poi le dai, o non ne parli e non le dai o non ne parli ma poi le dai. Il governatore della Regione Lazio, Renata Polverini, ha scelto la quarta via, la più impervia: ne parla tanto ma non si sa cosa vuol fare.

Pare tuttavia che l’attesa per sapere del futuro della regione capitolina non sarà ancora lunga. Il governatore, dopo un’altra giornata trascosa in raduni e incontri del partito Pdl, forse deciderà domani di sé e della Giunta.

Dunque nel mentre, si potrebbe ingannare il tempo dando un’occhiata a quel che accade nel Popolo della Libertà perché se la Regione Lazio annaspa nel caos dei fondi pubblici distribuiti allegramente, il Pdl vi sta davvero affogando.

Er Batman de la Ciociaria – al secolo Franco Fiorito -, il consigliere regionale Pdl, capogruppo del partito e presidente della Commissione Bilancio della Regione, pescato a maneggiar 109 bonifici dal conto del Pdl a quelli personali per una cifra che si aggira intorno agli 800mila euro, sta scoperchiando qualcosa di più del marciume del sistema locale. Sta mettendo in luce in modo irreparabile le divisioni interne di quel che resta del principale partito del centrodestra italiano. Con ordine.

Polverini – L’ex sindacalista non scherza, questo è certo. Tuonar le dimissioni non è solo un comodo spauracchio per intimorir gli avversari di Giunta, è una scelta che il governatore forse avrebbe già attuato se non frenata da ragioni di opportunità. Personale e politica. D’altronde lei stessa è stata chiara con il segretario Angelino Alfano prima e con Silvio Berlusconi poi: o Fiorito e compari di merende sloggiano dal partito – il capogruppo Pdl Francesco Battistoni e il presidente del consiglio regionale Mario Abruzzese – o se ne va lei. Un regolamento di conti in piena regola che magari non sarà elegante ma efficace sì se si ricorda che la Polverini è appena al secondo anno di mandato e che se si dimettesse, nel 2013 il Lazio si troverebbe a votare le politiche, le regionali e le comunali. Un tour de force che farebbe capitombolare il centrodentra in ogni sede istituzionale, sondaggi alla mano.

Pare anche che l’Udc di Pierferdinando Casini sia già pronto a tendere una mano al governatore dimissionario con una candidatura alla poltrona di sindaco. Voci di corridoio. Al momento la cosa più certa è la seguente: se entro lunedì il consiglio regionale non approverà la linea del rigore e dei tagli imposti dal governatore, la Pisana sarà terra bruciata di rancori, proclami, intenti e porte sbattute. Ingestibile.

Pdl – E a fare i conti peggiori di ciò, sarebbe in blocco il Pdl che – Fiorito o meno – e già sul punto di esplodere. Lo sanno bene l’ex ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini e l’ex di An, Ignazio La Russa, che lunedì scorso hanno colorito la sede milanese del Pdl con una litigata epocale, se è vero quel che riporta il Bergamosera. Motivo dell’incontro di box è stato il convegno “Ripartiamo dal Nord” in programma il 29 settembre prossimo, evento al quale la Gelmini non avrebbe incluso gli ex di Alleanza nazionale. Uno sgarbo in piena regola.

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Angelino Alfano e Silvio Berlusconi

La situazione è tesa. Tanto che sono sempre di più coloro che vorrebbero abbandonare il partito. Tra essi gli ex anneini, la cui pregiata coppia La Russa, Maurizio Gasparri è in testa. Per andare dove ancora non è chiaro: forse in un nuovo organismo politico o magari tornare alle origini. Forse in quella Destra di Francesco Storace, retaggio del vecchio Msi. Ipotesi che, per altro, il Cavaliere non solo non preclude ma che pare le tenga presenti per riorganizzare il partito e ricreare equilibri prima che alleanze.

Su tutto, però, pesa l’incertezza di una legge elettorale di cui non si sa ancora nulla, eccetto che forse al Pd di Pier Luigi Bersani non conviene poi molto averne una nuova. Meglio sarebbe il Porcellum che gli consentirebbe di mettere su un governo con il Sel di Nichi Vendola senza dover allacciare legami troppo stretti con altre forze. Un governone di compagni post-comunisti, senza

contraltare con cui confrontarsi, così retrò nell’essenza da aver reso scettico persino lo sponsor principale del centrosinistra, il presindente della Repubblica Giorgio Napolitano, nonché prodotto parecchie spaccature nel Pd.

Tornando a bomba. L’insistenza con cui alcune voci nel Pdl vorrebbero rendere ufficiale la ricandidatura di Berlusconi lascia intravedere il limite dell’orizzonte di un partito allo stremo. Lo sfinimento di un gruppo politico la cui previsione di futuro non è più lunga di una campagna elettorale ed è tenuto in sospeso da un governatore ammaccato nel fisico, nello spirito e nell’immagine ma che comunque dimostra ancora più nerbo di tutto il suo partito. E allora? Allora quello che si diceva sopra: in una situazione così, le dimissioni sono una faccenda complicata.

Chantal Cresta

 

 

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