Caso Crisafulli: “Eutanasia per mio fratello…in Belgio”

La famiglia di Salvatore Crisafulli, paralizzato dal 2003, annuncia la disperata decisione

di Roberta Colacchi

Salvatore Crisafulli insieme al fratello Pietro (Ansa)

CATANIA- Ad un anno dalla morte di Eluana Englaro scoppia di nuovo il caso eutanasia. Martedì 9 febbraio, in Belgio, in una clinica vicino a Bruxelles, a Salvatore Crisafulli verrà praticata un’iniezione letale. Una scelta sofferta che la famiglia del quarantacinquenne paraplegico catanese, entrato in coma vegetativo nel 2003 in seguito ad un incidente stradale, e risvegliatosi nel 2005 rimanendo un disabile gravissimo, ha preso dopo anni di lotte e sollecitazioni allo Stato Italiano al fine di ottenere un piano ospedaliero personalizzato a casa, che non è mai arrivato.

«Siamo rimasti soli e non possiamo più aiutarlo, perché Salvatore ha bisogno di aiuto 24 ore su 24. Non possiamo fare altro, ci hanno abbandonati al nostro destino, allora meglio farlo morire: lui è al corrente di questa nostra decisione ed è d’accordo». Sono queste le parole che il fratello Pietro, che già in passato aveva minacciato di staccare la spina degli strumenti che tenevano in vita Salvatore. ha usato per annunciare la scelta presa.

C’è chi lo accusa di falsità, perché fu proprio lui ad avere un ruolo chiave nella vicenda Englaro, accusando il padre di Eluana, di cui era diventato amico in seguito ad una puntata di Porta a Porta sull’eutanasia di cui entrambi erano ospiti, di essersi inventato la storia che la figlia avrebbe voluto morire nel caso si fosse ridotta allo stato vegetale, dichiarandosi disponibile a ripetere ai magistrati la sua testimonianza. Un parallelo questo che Pietro respinge, sostenendo che la sua non è una battaglia per la morte, come quella condotta da Beppino Englaro, ma per la vita.

«Camminerò con la testa alta perché ho combattuto per la vita di mio fratello. Lui non morirà di stenti, ma se ne andrà via dormendo», non risparmiando poi di incolpare la politica, il premier e il Presidente della Regione Sicilia per le promesse mai mantenute, e la Chiesa per la sua indolenza.

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Il clamore suscitato dalla dichiarazione della famiglia Crisafulli, ha spinto Ignazio Marino, presidente della Commissione d’inchiesta sul sistema sanitario del Senato, ad aprire un’istruttoria. I Nas, carabinieri del Nucleo Antisofisticazione e Sanità, sono stati inviati ad effettuare un’ispezione per accettarsi delle reali condizioni di vita del paraplegico. Marino infatti, nonostante la sua ferma opposizione verso l’eutanasia, vuole garantire il rispetto dell’articolo 32 della Costituzione che prevede, in caso si disponga di tutte le risorse sanitarie necessarie, la libertà di scelta rispetto alle terapie.

Chiacchiere inutili quelle di Marino e del Governo per la famiglia Crisafulli, che si chiede come mai non siano intervenuti prima per salvaguardare una “persona ridotta ormai ad un cadavere”. «Un ulteriore e gravissimo caso che coinvolge la sanità italiana e che denota una totale mancanza di rispetto per i cittadini meno fortunati», come afferma il vice presidente della commissione d’inchiesta sul Ssn, Laura Bianconi. La speranza dei Crisafulli è che il caso di Salvatore serva a smuovere le fondamenta di un “sistema sbagliato”. « Ci sono famiglie che non riescono a farsi sentire, che non vengono mai assistite e che come noi subiscono sulla loro pelle una eutanasia di Stato: speriamo che il sacrificio di Salvatore possa contribuire a migliorare la loro condizione”.

Sette anni e mezzo è durato il calvario di Salvatore, che ora sta giungendo alla fine. E intanto riaffiorano le domande che poco più di un anno fa affliggevano il paese, e che sembrano tornare ciclicamente aspettando di essere una volta per tutte affrontate. La vita è un diritto o un dovere? Cosa significa morire con dignità? Come devono comportarsi i medici e le istituzioni di fronte alla disperata richiesta di morte che per alcune persone sembra essere un’inevitabile via d’uscita? Insomma l’uomo che può disporre della sua vita, può arrogarsi il diritto di scegliere e decidere della sua morte? Oppure, se non si è lasciato un testamento biologico, deve scegliere a qualcun altro? La religione, la politica, possono impedire ad una persona che per anni ha vissuto autonomamente la sua esistenza, formandosi e valutando sempre da solo le sue decisioni, di disporre della sua fine, tenendo conto del fatto che chi arriva a supplicare per la propria morte, dopo anni di grave disabilità, si sente come tradito, imprigionato in un contenitore che non riconosce più come il proprio corpo, come la propria vita?

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