Caso Blefari, pietà sì ma senza stravolgere la storia

Era una donna malata, ma la morte non può invertire i ruoli di vittima e carnefice

di Valentina Gravina

Diana Blefari Melazzi

Diana Blefari Melazzi

E’ bastato poco. Solo delle lenzuola, legate bene e messe attorno al collo. Il resto è noto. Diana Blefari, brigatista condannata all’ergastolo per l’omicidio di Marco Biagi, in cui ha ricoperto il ruolo da “staffetta” seguendolo in bici fino a casa, si è tolta la vita ieri in carcere, a Rebibbia. Poche ore prima le erano giunte le carte che confermavano l’esito della Cassazione. Poco dopo la decisione tragica, forse programmata, di farla finita.

Il dibattito, ora, si concentra sul tema della sicurezza, su un sistema carcerario inumano e inefficiente. Ecco i primi numeri: 60 suicidi dall’inizio dell’anno, oltre 500 dal 2000. I detenuti soffrono, stanno male e dunque preferiscono farla finita. Più facile trovare il coraggio di compiere un gesto simile che sopportare una vita senza libertà, in un carcere sovraffollato dove mancano agenti, educatori e assistenti sanitari. Non si può nascondere che il problema esista, così come non si può negare che passi in avanti non ce ne sono stati. Anzi, semmai si è fatto finta di muoversi verso alcune soluzioni e l’indulto è stato forse l’apice di questo immobilismo.

Diana Blefari diventa dunque simbolo del disagio vissuto da moltissimi detenuti. Da carnefice a vittima, infatti, il passo è breve. Vittima del sistema carcerario. Aveva sicuramente dei gravi problemi, quello psichico si palesava nella solitudine di cui si circondava, nel buio in cui si nascondeva, nel rifiuto di mangiare e prendere farmaci. Familiari e avvocati da tempo sostenevano la sua incapacità processuale, parlando ora di “suicidio annunciato”. Dunque una persona malata, fragile, che aveva bisogno di aiuto. Era così anche secondo le perizie, ma l’altra immagine che la donna brigatista ci ha mostrato è sicuramente diversa.

Il coraggio di uccidere, dichiarare non solo la volontà di farlo ma anche il desiderio di torturare la vittima prima del colpo mortale. Questa è fragilità? Va bene la pietà, ma non si dimentichi la storia di questa donna e dell’organizzazione terroristica di cui faceva parte. Una combattente rivoluzionaria che non sopportava il carcere e decide dunque di morire, ma prima capace di assumersi i rischi altissimi di agire per le Brigate Rosse e ammazzare. Di privare della stessa libertà altri uomini.

Marco Biagi
Marco Biagi

Nessuno vive bene dietro delle sbarre. Eppure lei dal 41 bis era passata ad un regime di detenzione comune. Ma sarà l’inchiesta aperta a far luce su eventuali responsabilità, certo è che sembra ancora più assurdo anche solo accostare il caso della Blefari a quello di Cucchi, parlando di “vittime dello Stato”. Qualcuno lo ha fatto.

Allora cosa c’è da capire? La sofferenza umana ha varie forme, è un male che logora dentro. Una forza distruttiva che può trasformarsi in voglia di morire, capace di spegnere ogni temperamento, ogni forza. Ma il dolore è ancor più atroce quando subìto e vissuto per la “follia” di altri. Per questo, forse,  il “profondo disagio” di cui si parla non merita di oscurare quello per cui la Blefari è stata condannata, né soprattutto la sofferenza dei familiari di Marco Biagi e delle altre vittime del terrorismo.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews