Casini: “Da soli al voto, poi alleanza con Pd”

ROMA – Viene definita «una convergenza per il bene del Paese» l’eventuale possibilità di scendere a patti pre elettorali con chi ha sostenuto il governo Monti. A parlare è Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, che al Corriere della Sera afferma: «È possibile, come lo è stato in questa legislatura. Ma dopo che ognuno si sarà presentato alle elezioni con i propri programmi e le proprie liste».

«Noi – precisa Casini – andremo a trattare con il nostro programma. Vogliamo restare nell’euro, vogliamo vogliamo parlare di economia e di mercato del lavoro. La direzione di marcia è quella del governo Monti e non si torna più indietro». Quanto alla possibilità, poi, di non trovare Vendola d’accordo soprattutto con quest’ultima affermazione, per Casini «è un problema di Bersani, che si ritrova a fronteggiare l’antico dilemma del riformismo che si scontra con radicalismo e populismo».

Nel frattempo, il segretario del Pdl, Angelino Alfano, in un’intervista a Libero, ribadisce la volontà di vedere l’attuale presidente del consiglio Mario Monti confrontarsi sul piano di riduzione del debito pubblico steso dal partito. L’idea è quella di vendere il patrimonio pubblico nazionale per ridurre di 400 miliardi il debito pubblico e arrivare al 100% del rapporto con il Pil.

Riferendosi a Monti, dunque, Alfano conta «di rivederlo al più presto. Confido in un’apertura di metodo, in una disponibilità a discutere». Riguardo, invece, le ragioni che, eventualmente, non avrebbero permesso al partito di esporre un simile piano in epoca di sua salita al potere, Alfano afferma l’obbligo di doversi essere «fermati a metà in questa legislatura, in primo luogo a causa del sabotaggio politico dell’onorevole Fini. Se fossimo potuti arrivare alla fine, sono convinto che avremmo potuto fare bene su questo fronte. La maggioranza è stata prima terremotata da Fini e poi dal tentativo forsennato di dare a Silvio Berlusconi la colpa dello spread. Ancora leggo le dichiarazioni dei signori della sinistra (e non solo loro), che erano pronti a giurare che le dimissioni di Berlusconi sarebbero valse 100, 200 o addirittura 300 punti di spread. Tutte sciocchezze».

Stefano Gallone

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