Carceri. Renzi dice no all’indulto: le celle si svuotano solo riformando la giustizia

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Roma – Chi tocca la giustizia, se non muore, viene preso a legnate. Se ne doveva ricordare il candidato alla segreteria Pd, Matteo Renzi, che in campagna elettorale a Bari ha osato dire l’indicibile diventando bersaglio di polemica di tutta l’area filo governativa-pro quirinalizia: i provvedimenti di clemenza per svuotare le carceri sono «un clamoroso autogol». «Come facciamo a insegnare la legalità ai giovani se ogni sei anni buttiamo fuori i detenuti perché le prigioni scoppiano?». Due schiaffoni al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che al contrario li caldeggia insieme ad un Governo docile e mansueto che ubbidisce senza fiatare. E di fiato se ne potrebbe spendere. Magari osando ricordare che già indulto ci fu e fu un fiasco. Magari facendo riaffiorare alla memoria quelle carceri aperte nel 2006 con la premiata ditta Prodi-Mastella, per fare tana libera tutti alla faccia della certezza della pena e in pochi mesi era tutto come prima. Questo prima che l’ultimo Esecutivo che la sinistra riuscì a mettere in sella cadesse per inchiesta giudiziaria, da pochi giorni archiviata in un nulla. Do you know Why Not?

E tra le polemiche, fa sorridere l’intervento del ministro degli Esteri, Emma Bonino, alle parole del sindaco: se Renzi è «il nuovo che avanza, fatemi il favore di ridarmi l’antico». Sorridere perché dall’antico mai ci si è scostati: ancora si pretende di risolvere il problema carceri intervenendo sull’effetto, le carceri, e non sulla causa, la giustizia inefficiente. Poi perché il ministro che dissente con il sindaco è la stessa da sempre Radicale che dei referendum sulla riforma della giustizia ha fatto bandiera. Quindi delle due l’una: o la radicale non concorda con i Radicali o il ministro che sta con Letta si dissocia dal politico che è in lei. Comunque decida.

Nel mentre è più interessante affidarsi ai dati divulgati dal ministero della Giustizia che dal suo dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap), rimanda la seguente fotografia: i detenuti presenti sono 64.758; capienza regolamentare: 47.615; in attesa di primo giudizio: 24.635; extracomunitari: 22.770. Calcolatrice alla mano.

a) Se il numero di detenuti è superiore alla capienza prevista di circa 20 mila unità e 22 mila sono gli stranieri in cella, sarebbe idea incauta spedire i signori a casa loro al primo reato invece che intasare le trafile dei tribunali? Risposta: è difficile. Sì, lo è. Ecco perché servono azioni politiche lucide e decise.

b) Se su 64 mila detenuti più di 24 mila sono in attesa di giudizio, significa che sono detenuti qualche migliaio di persone che a tutti gli effetti sono ancora innocenti davanti alla legge, in carcerazione preventiva. Per quelli le carceri vanno aperte. Subito. Invece da noi si mette in pratica il contrario con il monito accorato del Capo dello Stato: colpevoli fuori ed innocenti dentro. Un abominio.

c) La replica: ma il colpevole, magari pescato in fragranza di reato, non può stare a piede libero in attesa che la magistratura si decida a sentenziare. Giusto. Quindi, siccome la media di un processo civile è 8 anni e quella del penale è 15, sarà il caso di ridurre i tempi che devono essere certi. Limitati. Oltre si va incontro a penali. La si chiami responsabilità civile dei magistrati, necessaria perché senza si genera l’anarchia dell’ingiustizia nonché la certezza della non pena per i lesi e della pena infinita per i non colpevoli. Un altro abominio.

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Giorgio Napolitano (formiche.net)

d) Altra replica: la giustizia sconta il peso di poca spesa pubblica. Corbellerie. Lo Stato spende 50,3 euro per abitante per il funzionamento dei tribunali. La media in Europa è 37 euro per abitante e anche così si conta il 50% in meno tra giudici e personale contro un 21% in più di tribunali, prima dell’accorpamento. Dalché si spende troppo per servizi scadenti, laddove le toghe – tra giudice e accusa – indugiano in comportamenti non consoni al loro ruolo, diluendo o gestendo i tempi procedurali con gran disinvoltura.

Riporta il sito Radicali.it che forse è sfuggito alla Bonino: «il 13,3% degli avvocati interpellati afferma che i p.m. “ignorano o non tengono conto” delle prove a discarico di cui sono a conoscenza; che i p.m. esercitano indebite pressioni sui testi per ottenere testimonianze conformi alle loro tesi accusatorie; l’82,3% afferma che viene fatto un uso distorto della carcerazione preventiva; il 48,7% che vi sia un uso ingiustificato delle intercettazioni telefoniche; che il tempo di deposito dei verbali non è rispettato; il 78% indica come i termini di durata delle indagini preliminari previsti dalla legge (c.p.p., art. 405- 406- 407) sono disattesi». Il tutto a scapito della difesa.

Senza chiamare in causa Berlusconi, si può affermare che la divisione delle carriere e l’avanzamento per merito, non per scatto di anzianità, sanerebbe parecchie inadempienze? Finite le quali, solo allora si potrebbe pensare ad una amnistia che mettesse un punto sul passato per iniziare una nuova era? Così avrebbe senso. In alternativa, si può continuare a fingere che la giustizia non sia il problema centrale da risolvere.

Chantal Cresta

Foto || formiche.net

 

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