Campidoglio: riemerge il colore del medioevo

Secondo gli esperti è opera di alta qualità, attribuibile ad un maestro di spicco

di Laura Dabbene

Il Cristo benedicente nell'affresco emerso in Campidoglio

ROMAIl Medioevo non cessa di stupire e affascinare. I misteri che avvolgono l’età “di mezzo”, per alcuni ingiustamente sinonimo di secoli bui di ignoranza e oscurantismo, sono ancora molti, ma scoperte come quella avvenuta a Roma, in una torre del Palazzo Senatorio in Campidoglio, lasciano trasparire la possibilità di rinvenirne tracce capaci di aiutare la ricerca storica e far luce su un mondo in cui la contemporaneità affonda le proprie radici.

Sotto il pavimento di epoca rinascimentale di un ufficio comunale situato nella torre di Bonifacio IX, papa dal 1389 al 1404, gli storici dell’arte della Sovrintentenza del Comune di Roma hanno sgranato gli occhi all’apparire di una parete dipinta a fresco, in cui sono riconoscibili quattro figure aureolate. Il pavimento era parte di un terzo piano aggiunto nel Cinquecento, rispetto ai due originari del XIV secolo, per cui il muro dipinto era rimasto nascosto e “prigioniero” del piano di calpestio, vittima di lavori di adattamento della struttura che ne hanno compromesso l’integrità senza scalfirne però la qualità. Al centro un Cristo trionfante in atto benedicente, di cui resta soltanto la parte inferiore del volto e il busto, ai lati due santi, senza dubbio Paolo, ben riconoscibile per la spada suo attributo iconografico tradizionale, e Pietro. Della figura della Vergine Maria rimane purtroppo soltanto un’ombra sbiadita. La cromia originaria ha perso parte di quella che doveva essere la brillantezza del rosso, del blu o del giallo ocra, così le aureole mostrano isolati lacerti di una verosimile decorazione con stucco rivestito da pigmenti a base di polvere d’oro, ma molti dettagli perfettamente leggibili agli occhi esperti di ricercatori e storici dell’arte medievale parlano di un dipinto di qualità elevatissima, riconducibile a maestranze di primo piano all’interno della scena artistica capitolina di primo Trecento. Si è immediatamente notato che le labbra carnose e ben definite del Cristo, la cura nella resa dei peli della barba e dei capelli che ricadono sulle spalle e le pennellate vigorose e sfumate che conferiscono plasticità al collo sono chiari indici di un pittore formatosi nella cerchia di uno dei grandi protagonisti della pittura romana dell’epoca, Pietro Cavallini, Jacopo Torriti o Filippo Rosuti (Rusuti, secondo alcune letture).

Pietro Cavallini – dettaglio dell’affresco in Santa Cecilia in Trastevere

A fronte di una tradizione di studi che per molto tempo ha guardato a Giotto e alla pittura toscana come chiave di volta della pittura medievale, negli ultimi decenni è emerso il ruolo fondamentale e precursore dell’esperienza romana ed oggi si richiama l’attenzione sulla vivace stagione artistica degli anni Venti e Trenta del Trecento per tentare una prima contestualizzazione di questa importante scoperta. I pareri sono, già in questa fase iniziale, discordanti: se alcuni storici dell’arte hanno appunto avanzato il nome di Pietro Cavallini ed una cronologia trecentesca, l’artista e studioso Alfred Breitman propende per una datazione anticipata a fine Duecento ed una paternità restituita a Filippo Rosuti, artista che firma verso il 1295 il mosaico absidale di Santa Maria Maggiore. A favore di questa lettura Breitman chiama in causa un elemento che accompagna il dipinto, posto accanto alla figura di san Pietro: l’immagine di una colonna che richiamerebbe la committenza di un membro della nobile famiglia romana dei Colonna, in particolare Pietro Colonna, cardinale a Roma tra 1288 e 1297. Ciò spiegherebbe anche la posizione dello stemma famigliare accanto al santo omonimo dell’ecclesiastico mecenate e committente dell’opera.

Filippo Rusuti – mosaico in Santa Maria Maggiore

A prescindere dalle questioni attributive, campo strettamente specialistico, il dirigente dei Musei Archeologici e d’Arte antica, Claudio Parisi Presicce, insieme all’architetto della Sovrintentenza Francesco Giovannetti, concordano nel riconoscere che gli edifici sul Campidoglio, al pari di quelli delle grandi basiliche papali romane (San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore, Santa Maria e Santa Cecilia in Trastevere), erano per la loro importanza luoghi più che verosimili per l’intervento su committenza dei maggiori artisti del tempo e ciò è al momento dato sufficiente, almeno per i non addetti ai lavori, ad accogliere con entusiasmo l’eccezionalità del ritrovamento.

FOTO/ via http://www.repubblica.it; www.tropicalisland.de; commons.wikimedia.org; ca.wikipedia.org

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