Camera: negata sfiducia a Bondi

Il ministro della Cultura Sandro Bondi

Roma – Prendete un ministro svogliato e mettetelo a fare quello che non vuole e non sa fare. Ci rimarrà per tanto tempo. Ah, se ci rimarrà. E prendete anche una casta politica che inganna giornalisti ed opinione pubblica promettendo rinvii in seguito non più considerati. Morale della favola: la sfiducia a Bondi non sussiste e la risposta arriva a tradimento, considerando la preannunciata possibilità di rinvio a data da destinarsi, anche nei confronti di chi una sfiducia ben più forte l’avrebbe dimostrata l’indomani sotto le mura del ministero.

314 voti contro 292. Questo il verdetto secondo il quale la mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Cultura Sandro Bondi è stata respinta. Presenti al voto 608, votanti 606, maggioranza richiesta 304. E ancora una volta grazie ad una opposizione inutile e in perenne letargo (poco conta le assenze giustificabili per le quali, tra gli altri motivi, da alcuni era stato chiesto un rinvio per “documentate ragioni di salute” e poco importa se la maggioranza altro non aspettava per andare ai voti in tutta serenità) che della cultura ne fa, si, un bene prezioso e vitale ma, a quanto pare, solo nel passato remoto dei propri ricordi filosofici da gioventù intellettualoide. Il problema è che qui servono i fatti, non le riflessioni alte e sacre. Risultato: l’ennesima sconfitta in saccoccia, l’ennesimo sberleffo ad una intera categoria mai considerata e mai valutata in qualità di appartenente alla classe dei lavoratori.

Prima della votazione, il discepolo Bondi si è ben difeso in aula portando avanti ciò che la strategia governativa richiede per il perfetto successo: attaccare l’opposizione silente e mentire spudoratamente circa quanto, a detta sua, è stato fatto per la cultura italiana (ovvero invenzione di premi cinematografici inesistenti con tanto di statuetta economica, magari comprata anche al negozio cinese, da assegnare ad un’amica del capo, trasportata a Venezia a suon di centinaia di migliaia di euro, e ripetuti crolli archeologici di importanza monumentale per la storia di un’intera stirpe umana, tanto per dirne un paio). Il saggio ministro si chiede se la sinistra sia davvero interessata a parlare di cultura e non a dare l’ennesima spallata al governo ma, ovviamente (come tutti), non si chiede se un simile richiamo dell’opposizione sia soprattutto il risultato di mesi e mesi di protesta da parte di intere classi sociali assolutamente assimilabili al contesto operaio in ambito produttivo audiovisivo. Non conta, è ovvio. Qui si parla solo di interessi di governo. Non conta la voce della gente comune che non prende la pensione dopo pochi anni (anzi, non la prende proprio perché quasi non considerata lavoratrice).

L’Idv gli vuole dare un “metaforico calcio nel sedere” mentre il Pd chiede le dimissioni sue e di Berlusconi (aspetta e spera che prima o poi arrivano): “Parole, parole, parole soltanto parole, parole tra noi”, diceva la canzone.

Stefano Gallone


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