Calder, scultore dell’aria

Si chiude il 14 febbraio al Palazzo delle Esposizioni la mostra monografica sull’artista americano 

di Laura Dabbene 

Alexander Calder

 

ROMA –  Agli inizi degli Anni ’40, quando raggiunse gli Stati Uniti fuggendo da un’Europa devastata dalla guerra, il pittore surrealista André Masson fu ospite in casa di Alexander Calder e così lo definì in un poema a lui dedicato: un “fabbro di libellule giganti”. Sembra difficile conciliare le due immagini, quella di un artigiano che lavora, con fatica e l’uso della forgia, materiali pesanti come i metalli, e quella di animali diafani e leggiadri, quasi trasparenti, come le libellule. Ma nel caso di Calder nessuna espressione avrebbe reso meglio l’idea trasmessa da alcune della sue opere più celebri: sculture in ferro e acciaio, talvolta frammisti a legno, vetro o altri materiali, ma di una leggerezza insolita, sospese nell’aria e dall’aria messe in armonico movimento. La mostra che sta per concludersi al Palazzo delle Esposizioni di Roma ne ospita numerosi esemplari ed è occasione importante per vedere esposte opere che, per la loro fragilità, vengono raramente concesse per la presentazione al pubblico. 

Ciò che colpisce i visitatori è, fin dalla prima sala, la straordinaria abilità nell’uso di un elemento espressivo così semplice ed essenziale come la linea.  Dagli schizzi in inchiostro degli anni ’20, in cui sono sufficienti pochi tratti per rendere con efficacia la forme di gatti, scimmiette, cammelli e galli, alle wire sculptures, le sculture in fil di ferro, dove i volumi sono evocati dal sottile tondino di metallo modellato e torto su se stesso, l’artista mostra il potenziale della linea nella costruzione figurativa di personaggi come gli acrobati o di animali, dall’elefante al gabbiano. 

Accanto a queste opere, ed ai dipinti ad acquarello dai colori intensi, giocano comunque la parte del leone gli straordinari mobiles, cui Calder si dedicò fin dai primi anni ’30, quando scrisse tra i suoi appunti “se è possibile comporre colori o forme, si possono comporre anche movimenti”. Il movimento è infatti ciò che affascina l’artista perché è con il movimento che può operare un processo di reinvenzione dello spazio. Fu l’amico Marcel Duchamp a suggerire il termine mobiles, che indica in francese sia ciò che si muove, sia ciò che genera il movimento. I primi esperimenti di Calder prevedevano infatti la presenza di agenti meccanici, presto esclusi a favore di una totale imprevedibilità e variabilità di intervento di forze esterne. Queste sculture di Calder hanno una natura prettamente performativa: il loro mostrarsi varia di secondo in secondo, senza ripetersi mai uguale, ed esse reagiscono alla fluttuazioni ambientali in maniera sempre nuova e diversa. Agli agenti atmosferici spesso si ispirano addirittura, come la candida Roxbury Flurry (Raffica di neve a Roxbury, 1946): una serie di dischi dipinti di bianco fissati su sottili filamenti metallici che oscillano nell’aria, vorticano in un movimento rotatorio e restituiscono l’effetto di una cascati di fiocchi e cristalli di ghiaccio. Un legame con i ritmi della natura traspare anche dai mobiles che trasfigurano soggetti come l’albero, i fiori e il ragno. 

Scultura urbana di Calder . Flamingo (1974)

Contraltare dei mobiles sono gli stabiles, gigantesche sculture spesso da collocarsi in contesti cittadini, di cui Calder realizzava modelli in miniatura (le maquettes) per studiare gli effetti ed i problemi statici, e di cui curava poi la costruzione in una gigantesca officina-cantiere. Gli stabiles di Calder hanno conferito un’identità a molte città, configurandosi, come amava dire l’autore, quali “segnali urbani”. Anche questi si possono ammirare in mostra, o nei modelli in scala, o attraverso lo straordinario reportage fotografico di Ugo Mulas, che di Calder fu intimo amico. Negli scatti in bianco e nero del maestro dell’obiettivo i visitatori entrano nella vita dell’artista, sia quella artistica nell’atelier ricavato dal fienile di un casale nella campagna francese, sia quella più intima, colta nel rito del pranzo insieme alla moglie. 

La mostra si chiude il 14 febbraio, giorno di San Valentino. Vistarla può essere un modo per affascinare l’innamorata o l’innamorato con l’armonia del movimento della grandi libellule di Alexander Calder.

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