Calciopoli, per la Cassazione Moggi era il “principe indiscusso”

La Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazioni della sentenza di marzo relativa a Calciopoli. Parole durissime nei confronti di Luciano Moggi

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Luciano Moggi, secondo la Cassazione “il principe indiscusso” del processo Calciopoli (foto: 12alle12.it)

Centotrentanove pagine, tanto è servito alla Cassazione per motivare la sentenza con cui, lo scorso marzo, dichiarò prescritto il reato di associazione a delinquere contestato, per i fatti relativi a Calciopoli, a Luciano Moggi e ad una serie di altri imputati.  Un documento particolarmente rilevante, dal quale emerge un «vero e proprio mondo sommerso», all’interno del quale, scrive la Corte, una serie di interessi individuali sono stati perseguiti in maniera «particolarmente intensa e tale da sconvolgere l’assetto del sistema calcio, fino a screditarlo in modo inimmaginabile e minarlo nelle sue fondamenta, con ovvie e pesantissime ricadute economiche».

LO STRAPOTERE DI MOGGI – Un sistema al centro del quale la Cassazione pone Luciano Moggi, identificato come «il principe indiscusso» del processo Calciopoli, «l’ideatore di un sistema illecito di condizionamento delle gare del campionato 2004-2005 (e non solo di esse). Insomma, si legge nella parte del documento relativa all’ex direttore generale della Juventus, «più che di potere si deve parlare di uno strapotere esteso anche gli ambienti giornalistici ed ai media televisivi che lo osannavano come una vera e propria autorità assoluta».

REATI COMPIUTI – Secondo la Cassazione quindi, Moggi avrebbe commesso sia il reato di fronte sportiva che di associazione a delinquere, operando sia «in favore della società di appartenenza (la Juventus)», che con l’obiettivo i trarre «vantaggi personali in termini di accrescimento del potere (già di per sè davvero ragguardevole senza alcuna apparente giustificazione)». Un potere, prosegue la Corte, dal quale «potevano dipendere le sorti di questo o quel giocatore, di questo o quel direttore di gara con tutte le conseguenze che ne potevano derivare per le società calcistiche di volta in volta interessate», mentre l’associazione a delinquere viene descritta come «ampiamente strutturata e capillarmente diffusa nel territorio con la piena consapevolezza per i singoli partecipi, anche in posizione di vertice (come Moggi, il Pairetto o il Mazzini), di agire in vista del condizionamento degli arbitri attraverso la formazione delle griglie considerate quale primo segmento di una condotta fraudolenta». E meno male che gli avevano ucciso l’anima.

 

Carlo Perigli

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