Calamità naturali. Dalla Sardegna in poi: quando lo Stato non basta

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Disastro in Sardegna (magazine.greenplanner.it)

ZURIGO – Il territorio Italiano, per quanto riguarda l’anno 2013, è stato fortemente esposto al rischio di terremoto e alluvioni. D’altronde i fatti accaduti in questi giorni in Sardegna lo dimostrano senza mezzi termini. Per quanto riguarda le imprese, e in particolare nei settori dell’industria, dell’artigianato, e del commercio, l’esposizione a questi danni corrisponderebbe a valori superiori a 350 miliardi di euro. Per le abitazioni invece si parla di una cifra superiore ai 60 miliardi.

I DANNI - Questo è quanto dichiarato da Antonio Coviello, ricercatore del consiglio nazionale delle ricerche, durante la tavola rotonda organizzata alla Camera di Commercio di Napoli intitolata ‘Calamità naturali e coperture assicurative’. All’interno della pubblicazione esposta nel corso dell’evento sono riportate varie analisi effettuate da diversi ricercatori italiani.

Dai dati rilevati da Perils, database di Zurigo, emerge che il terremoto avvenuto nel maggio 2012 in Emilia-Romagna ha causato perdite per le industrie del territorio di oltre 12 miliardi e mezzo di euro. Le unità colpite sono state più di 10 mila. Il settore assicurativo, di queste, ha coperto soltanto un decimo circa , ovvero 1,2 miliardi, di cui un terzo per l’evento sismico del 29 maggio e il restante per quello del 20 maggio. Nell’ambito delle alluvioni invece, nel 2012 la regione Toscana si è vista esposta a perdite per 110 milioni di euro, oltre a 5 morti e ben 700 persone private della propria dimora.

LA SITUAZIONE SULLE CALAMITA’ NATURALI - Le valutazioni esposte a questo proposito dal ricercatore durante la conferenza hanno sottolineato che lo Stato non è più in grado di sostenere in maniera efficace cittadini e imprese che subiscono tali danni, causati da eventi naturali imprevedibili quali alluvioni e terremoti. I recenti fatti drammatici accaduti in Sardegna danno la palese dimostrazione di come il problema sia piuttosto grave. E quando non si riesce, o meglio non si fa per vari motivi, adeguata prevenzione, allora non rimangono da fronteggiare che le conseguenze. E lo Stato non riesce a rispondere a tutti.

Sia per disponibilità economica, sia per le capacità delle Istituzioni che, impegnate in vari fronti, non si ritrovano in mano i mezzi per pianificare e mettere in atto opere e strategie di prevenzione adatte a fronteggiare tali calamità. Servono strutture di emergenze, di soccorso, aiuti di ogni sorta alle vittime, appoggi per gli sfollati. E poi prevenzione, preparazione tecnica, formazione, nonché la capacità di mettere in primo luogo in sicurezza il territorio. E questo comprende il riassetto idrogeologico, la manutenzione dei ponti, delle strade, dei canali di irrigazione. Per fare tutto ciò servono molti soldi, e molto personale. Cose che lo Stato, da solo, non può in alcun modo sostenere.

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Rifugio sfollati di Olbia (fanpage.it)

I RIMEDI – Dal conto loro i privati sembra che non abbiano interesse ad immettersi in questo genere di attività fondamentali, o che forse manchi loro la consapevolezza adatta a farsi avanti. Muoversi in autonomia richiede un notevole sforzo di volontà e di indipendenza, e molto spesso le compagnie assicurative non arrivano a dare il sostegno necessario. Nonostante la reale domanda che sale in maniera energica e corale, nessuno sembra prenderne atto e agire di conseguenza per contrastare i danni da calamità naturale. Così finisce che sono gli stessi soggetti esposti al rischio a prendere le loro stesse precauzioni facendosi delle assicurazioni, determinando però in questo modo una lievitazione dei costi, e dei prezzi.

Secondo il ricercatore «è una questione di sistema», e quindi di conseguenza ciò che manca è «una risposta», da parte del sistema. Se lo Stato non può farsi carico di questi problemi, è necessario che soggetti autonomi prendano in mano la situazione. Ed allo stesso tempo lo Stato deve uscire allo scoperto, e mettere in chiaro una volta per tutte che le misure di intervento non sono abbastanza, e soprattutto che non sono supportabili. Perciò è necessario cambiare il «modello di sostegno». E non è soltanto il ricercatore in prima persona che lo dice, ma piuttosto tutte quelle persone che in questi giorni e durante questi ultimi dodici mesi hanno subito o rischiato di subire danni da eventi naturali e disastri ambientali. E soprattutto lo dicono anche tutti quelli che sono tutt’ora esposti a questi rischi, aggrappati alla speranza che la fortuna gliela mandi buona, e che ulteriori eventi spiacevoli non si verifichino. Ma è decisamente chiaro che questo non è abbastanza. Almeno per un Paese che si vuole definire evoluto e civile, si suppone.

Francesco Gnagni

@FrancescoGnagn1

Foto: magazine.greenplanner.it ; fanpage.it .

 

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