Calais, il libro (nero) della jungle

Dal libro della giungla al libro della jungle. Quando la storia si scrive con parole diverse

di Marta Di Nuccio

refugeesUn tempo la parola “asilo” richiamava alla memoria l’infanzia e intere classi di bambini in grembiule  che giocavano in cortile. Oggi quei grembiuli sono sporchi di fango  e quella stessa parola ci dispiega davanti agli occhi immagini di migranti senza scampo, barconi  in balia delle onde e accampamenti rasi al suolo da ruspe che somigliano sempre più a carri armati.

Calais è uno di quei luoghi che hanno cambiato il significato alle parole. Asilo, viaggio, foglio (d’espulsione), campo, diritto, giungla.  Lì hanno una valenza tutta diversa da quella sedimentata nella nostra memoria.

Ce l’hanno dal 2003, da quando l’allora ministro degli Interni Nicholas Sarkozy, in accordo con Tony Blair, ordinò la chiusura del centro della Croce Rossa di Sangatte, nato nel 1999 come punto di accoglienza per i profughi kosovari, con l’assurda pretesa che la chiusura di quel  luogo equivalesse alla negazione della sua ragion d’essere. Dove sono finiti i circa 2000 profughi di guerra che dopo aver attraversato mezza Europa in condizioni disumane avevano trovato un riparo all’ombra della Convenzione di Ginevra? Per loro si è aperta la “jungle”, un ammasso di lamiere che per 6 anni è stato il simbolo della precarietà della dignità umana, del rigetto di una società che rifiuta di riconoscere una parte di se stessa e della sofferenza di uomini che come unica colpa hanno la sfortuna di essere nati nel posto sbagliato.

campiAll’alba del 22 settembre 2009, con un’operazione comandata dal Ministro dell’Immigrazione Eric Besson, ex socialista  e membro dell’UMP (Unione per un movimento popolare), la CRS ha calato teatralmente il sipario sul campo della vergogna, eseguendo lo sgombero della baraccopoli.  Al momento del blitz c’erano 278 clandestini, di cui 132 minorenni,  per lo più profughi di guerra afghani e iracheni, ma anche somali, iraniani, eritrei e sudanesi che guardavano alla Gran Bretagna come alla terra promessa.

Guerra. Un’altra parola derubata del suo patrimonio semantico, divenuta quasi un tabù quando si parla di Afghanistan, con la quale sarebbe difficile giustificare il rimpatrio coatto, meglio ancora la deportazione dei clandestini sui charter franco-britannici diretti a Kabul dove muoiono 150 persone circa ogni giorno sotto i colpi delle armi da fuoco. Senza la guerra non esiste neanche il diritto d’asilo.

Per sfuggire a questo inferno,  un popolo di invisibili taglia l’Europa in due, dalla Turchia fino all’Italia. Ci sfiora e ci attraversa come una lama che affonda in un Paese indifferente e cieco. Squarcia una ferita che si dipana nel silenzio di chi vorrebbe chiedere aiuto ma non trova più le parole per farlo. È in questa marcia muta che si consuma l’agonia di profughi a cui è negato lo status di rifugiati politici e la vergogna di una società che “è capace a spazzare via un campo, ma non il problema”.

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