C’è chi dice no: le ragioni di Russia e Cina contro l’intervento armato in Siria

In questa settimana l’escalation militare volta a punire il Regime siriano del presidente Bashar el-Assad direttamente in Siria, insieme alle concordi dichiarazioni di un imminente attacco militare da parte di Washington, Londra e Parigi, sembra aver fortemente aumentato la tensione a livello politico mondiale. Le manovre in corso delle unità navali delle marine militari di Stati Uniti e Francia infatti, non lasciano alcun dubbio sul fatto che il Mediterraneo orientale ritornerà ad essere il prossimo scacchiere sul quale Occidente ed Oriente si confronteranno come, tra l’altro, accadde già durante gli anni ottanta. L’unico ostacolo a tutto ciò è rappresentato dalla netta opposizione a qualsiasi tipologia di intervento armato contro il Regime siriano espresso dalla Federazione Russa e dalla Repubblica Popolare Cinese.

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C’è chi dice no: le ragioni di Russia e Cina contro l’intervento armato in Siria

La conseguenza certa, per entrambe, è rappresentata dalla seria compromissione dei rispettivi interessi geopolitici persistenti nella Regione. In particolare le ragioni dell’opposizione all’intervento militare di Mosca e Pechino trovano origine nella tutela dei rispettivi interessi peculiari in essere o con il Regime o nella Regione e, sebbene siano particolarmente diversi tra loro, trovano un punto di contatto. Lo trovano ove sostengono l’illegittimità dell’intervento militare secondo le norme di diritto internazionale ossia il complesso delle norme che regola i rapporti tra gli Stati nella Comunità Internazionale.

La Russia e la Cina infatti, hanno timore che, in situazioni analoghe, l’uso degli interventi militari preventivi contro altri membri della Comunità Internazionale possa diventare una consuetudine di diritto internazionale riconosciuta all’Occidente. E non per la regolazione di conflitti tra Stati ma, piuttosto, come strumento di epurazione di regimi totalitari che rappresentano potenzialmente una minaccia agli interessi Occidentali. Questo è già accaduto in passato, dieci anni fa. L’Amministrazione Statunitense del Presidente George W. Bush infatti, cavalcando l’ondata di emotività causata dagli attentati terroristici dell’11 Settembre 2001, confezionò con il Capo della Cia George Tenet e presentò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite attraverso il Segretario di Stato Colin Powell, le false prove del possesso di armi di distruzione di massa da parte del Regime Iracheno guidato da Saddam Hussein.

Tuttavia, nonostante questo tentativo, gli statunitensi compresero che in alcun modo potevano convincere i Membri dell’allora Consiglio di Sicurezza. A quel punto dovettero abbandonare la possibilità di ottenere una risoluzione del consesso internazionale che legittimasse il loro intervento militare e quindi procedettero con l’uso della forza armata preventiva. A quell’epoca la Federazione Russa mantenne una posizione defilata in politica estera in quanto, a seguito dell’attentato di matrice islamico-ceceno al Teatro Dubrovka di Mosca nel 2002, adottò in scala minore la stessa condotta Occidentale nella risoluzione della Guerra in Cecenia. Di converso, a suo tempo, le ragioni per le quali Pechino non si oppose formalmente all’intervento rimasero sfumate ma oggi, a distanza di dieci anni, è possibile comprendere bene quali furono: attualmente il nuovo governo iracheno fornisce quasi un milione di barili di petrolio al giorno alla Cina. Ciò detto, quello che accadde dieci anni fa si sta riproponendo in questi giorni.

La contrapposizione tra Organi della Comunità Internazionale preposti alla risoluzione delle crisi – con il probabile esperimento del veto di Mosca o Pechino in caso di adozione di risoluzione nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e gli interessi geopolitici di Stati Uniti e Gran Bretagna – hanno determinato il conclamato intervento militare di iniziativa unilaterale Anglo-Statunitense ancor prima che gli ispettori dell’Onu concludessero le proprie indagini sull’effettivo uso di armi chimiche da parte del Dittatore siriano sul proprio popolo. Pertanto, le ragioni del “no” all’intervento armato in Siria senza alcuna risoluzione dell’Onu sono volte ad impedire il consolidarsi nel diritto internazionale di una prassi che permetta all’Occidente di arrogarsi il diritto di intervenire contro chiunque e comunque per la soddisfazione dei propri interessi geopolitici in una determinata Regione.

Quanto alle singole posizioni, la Cina considera un intervento armato dell’Occidente un fattore destabilizzante sotto il profilo dell’approvvigionamento delle risorse energetiche. Come già detto, Pechino rappresenta il primo cliente energetico in Medio Oriente e lo scoppio di un conflitto armato inevitabilmente produrrebbe un’incertezza nei mercati e il conseguente rialzo dei costi delle risorse energetiche insieme al possibile rischio di estensione dello stesso ai Paesi fornitori.

Facile intuire come, sotto il profilo della politica energetica, l’interesse principale della Cina è quello di mantenere lo status quo in modo da garantire la regolarità delle commesse energetiche alla propria economia che, in alcun modo, deve subire eventuali rallentamenti da eventuali contraccolpi locali del tutto evitabili. Di converso, un eventuale intervento armato in Siria determinerebbe un grave pregiudizio agli interessi essenziali politico-economici del Cremlino. In primo luogo il “niet” di Mosca all’uso della forza armata trova fondamento sotto il profilo strategico-militare. Difatti, dal colpo di mano con il quale nel 1970 Hafiz el-Assad – Generale dell’Aviazione e padre dell’attuale Presidente Bashar el-Assad – conquistò il potere nella “rivoluzione correttiva”, la Siria ha sempre rappresentato per Mosca un partner privilegiato se non il più fedele in Medio Oriente dopo l’allontanamento dall’influenza sovietica dell’Egitto da parte del Presidente Egiziano Nasser.

La Russia garantiva al Presidente Hafiz el-Assad tutela militare in caso di invasione da parte di qualsiasi potenza straniera volta ad estrometterlo dal potere e, di converso, il Dittatore Siriano concedeva la costruzione della stazione navale sovietica del Mediterraneo nel porto di Tartus – unica vestigia ancora tangibile di quella che fu l’Unione Sovietica. Ma non solo. La base di Tartus mantiene tuttora fondamentale importanza logistica per la Marina Russa in quanto permette alla flotta, stanziata nelle basi del Mar Nero, di avere una maggiore capacità di manovra nel Mediterraneo evitando così il necessario scalo di rifornimento nella base della Marina di Sebastoboli, in Ucraina.

Il Cremlino vede l’intervento armato Occidentale come un pericolo alla continuità del potere siriano e quindi un’attuale e potenziale minaccia al mantenimento dei privilegi consolidati negli anni. Il secondo aspetto, non meno importante di quello strategico-militare, è rappresentato dall’interesse economico di Mosca. Secondo il “New York Times” e il “Moscow Times” infatti, la Siria di Assad, solamente nel primo decennio del millennio, ha acquistato materiale militare per oltre 1,5 miliardi di dollari e stipulato contratti di fornitura di armamenti del valore di quattro miliardi di dollari con il Cremlino, collocandosi al settimo posto della classifica dei migliori clienti. Anche in tale ottica un conflitto armato rappresenta un pericolo di continuità del potere di Assad, capace di pregiudicare il business dell’Industria degli Armamenti Russa.

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C’è chi dice no: le ragioni di Russia e Cina contro l'intervento armato in Siria

È intuibile come i russi difendano Bahsar el-Assad per difendere se stessi, per tutelare i propri interessi, per mantenere un piede in Medio Oriente, per conservare l’ultimo feudo di origine sovietica nella Regione e soprattutto per mantenere un partner commerciale privilegiato che investe miliardi di dollari.

Se la Russia dovesse scaricare l’attuale presidente, non avrebbe più alcuna certezza del soddisfacimento degli interessi attualmente in essere a meno che un altro Stato rimpiazzi il posto della Siria nella classifica dei partner economico-militari della Federazione Russa.

Russia e Cina, dunque, fondano le ragioni del loro “no” all’intervento armato in Siria per logiche di diritto internazionale ed elevatissimi interessi economici e militari, la cui spontanea desistenza da parte degli stessi è praticamente impossibile. Tuttavia bisogna comprendere se queste ragioni e questi interessi siano infungibili o meno ed eventualmente se possano trovare soddisfazione in altra forma. È in questo contesto che si inserisce il tentativo dell’Arabia Saudita di far desistere la Russia dall’opposizione all’intervento armato di pochi giorni fa.

Fonti di intelligence sostengono che il presidente russo Vladimir Putin abbia rifiutato l’offerta di carichi di armamenti per quindici miliardi di dollari oltre alla garanzia che, ai prossimi Giochi Olimpici Invernali di Soci 2014, non si verificherà alcun attentato islamico di matrice cecena avanzata dal Principe Bandar Bin Sultan – membro della Casa Reale Saudita, ambasciatore a Washington negli ultimi vent’anni e attualmente al vertice dei Servizi di Sicurezza di Rihad. Bisognerà capire se Mosca e Pechino hanno un prezzo. Qualsiasi sia la risposta, molto presto il Mondo se ne accorgerà.

Marco D’Agostino

Foto: arabpress.eu

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