Butterfly zone, il senso della farfalla

Un raro fantasy tutto italiano incentrato sulla storia di un vino particolare che si rivela essere la porta di ingresso per transitorie passeggiate nell’aldilà: tra la vita e la morte il confine è tenue come il battito di una farfalla

di Santi Sciacca

Locandina del film

Da una villa della campagna romana si liberano strane energie magnetiche che risvegliano l’attenzione di alcuni “ricercatori”, i quali pensano che si tratti di una frattura dimensionale, di una porta casualmente aperta. È il tema di fondo di un film vincitore del Premio Méliès (anno 2009) come Miglior Film Fantasy. Una vicenda che, nonostante la sua fluidità nello scorrere, pari a quella del vino versato nel bicchiere, finisce purtroppo col superare abbondantemente i limiti di questo, per sgorgarne inesorabilmente al di fuori.

Vladimiro (Pietro Ragusa)  abita da solo in una casa fuori Roma. Nella sua mente si fanno spesso strada i tristi ricordi del padre, un famoso scienziato, portato inspiegabilmente via da alcuni “uomini in nero”, e della sorella che si era invece gettata da un burrone. La storia vera e propria ha inizio quando il protagonista trova nella sua cantina alcune bottiglie di un vino denominato “Caresse de Roi”, insieme a un biglietto di addio del padre. Dopo aver ritrovato il suo caro vecchio amico Amilcare (Francesco Martino), lo invita a casa sua per brindare con tale vino: “un’annata particolare” diceva il biglietto. Avviene così che, subito dopo aver bevuto, sulle note dell’ebbrezza, si ritrovano a camminare per luoghi che non avevano mai frequentato. Lo stile narrativo si discosta dal cinematografico per farsi più propriamente teatrale, nei toni più grotteschi si fanno strada alcuni particolari personaggi, dal fare insolito, a volte ossessivo, a volte incomprensibile, spesso “bloccati” in determinati bizzarri ruoli. L’evento si ripeterà altre volte prima che i due si rendano conto di finire, ogni volta dopo aver bevuto quel vino, nell’aldilà. Un aldilà rappresentato come una sorta di limbo, senza regole e senza coerenza, che ricorda il caro “Paese delle meraviglie” di Carrol. Ma i ragazzi finiranno per cacciarsi in un guaio più grosso quando, da tale paese, riporteranno indietro un uomo, un assassino che in passato apparteneva a una setta religiosa e che ricomincerà a commettere curiosi omicidi.

Su uno stile molto variegato, ma anche molto confuso, si tiene una storia che ha forse il proposito di stupire con toni ebbri e poca lucidità, ma finisce probabilmente con lo stereotipare addirittura l’irrazionale. Viene incorniciato un lungometraggio che si atteggia da fantasy, ma anche da thriller e inserisce infine una storia di spionaggio. Talora apprezzabili si rivelano le sequenze ultraterrene, in cui la visione eterna dei defunti, ad esempio, mette in risalto la

Luciano Capponi. Foto www.movieplayer.it

loro superiorità, specie nelle critiche alle tanto sofferte e complicate vicende umane, che si annullerebbero invece totalmente nella prospettiva della ineluttabile morte. I discorsi dei morti sono sensati nella loro insensatezza e rimandano probabilmente ai più profondi intenti comunicativi del regista Luciano Capponi (in precedenza regista di teatro). Sfortunatamente altrettanto insensato è lo schema narrativo su cui poggia il tutto, poiché anche nell’intento di voler creare una tale destrutturazione bisogna fornire delle “motivazioni efficaci” per non rischiare di cadere nella banalizzazione.

Poca direttiva, infine, viene pure data ai giovani attori, “liberi” di esternare qualunque pensiero o battuta che sia, lasciati alla totale espressione di una freschezza che però concorre a perdere le redini di una trama già precaria.

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