“British Lion”: il debutto solista di Steve Harris

Steve Harris è un’istituzione assoluta nel mondo dell’heavy metal: fondatore, leader e massimo songwriter degli Iron Maiden, il 56enne bassista debutta con un album solista intitolato British Lion, dopo decenni di successi planetari con la sua band principale, una delle poche band heavy metal capace di segnare la storia della musica rock e in grado di influenzare centinaia di band nate negli anni successivi. Dopo tanti successi, la voglia di mettersi nuovamente in gioco, per la prima volta in un contesto differente da quello della Vergine di Ferro, nella quale Steve Harris rimane comunque il massimo scrittore e leader. British Lion è un album che è stato descritto come un distacco notevole dalle sonorità tipiche dei Maiden. Curiosità altissima quindi attorno a questa nuova uscita discografica.

Si comincia con This is My God, che parte in sordina e non riesce mai a decollare. Un inizio poco promettente, che purtroppo rappresenta il filo conduttore dell’album. Lost Worlds non è un brutto brano, ma la voce di Richard Taylor risulta essere troppo nasale e priva di energia per poter appassionare. Karma Killer è supportata da un ottimo giro di basso e possiede un tocco moderno che non dispiace. Ma è ancora un volta la voce di Taylor a non convincere, priva di un’adeguata estensione e scarsa quando si tratta di mettere passione e capacità interpretativa.

Us Against the World è un ottimo pezzo melodico, grazie anche ad un lavoro ritmico sapiente e azzeccato. Uno dei pochi brani ascoltabili in un album fin qui da sbadiglio. The Chosen Ones è un brano al chiaro retrogusto di Iron Maiden, così come A World Without Heaven, dal buon sapore ottantiano, ma eccessivamente lungo.

Si prosegue quindi con Judas, che nonostante un inizio promettente, si muove stanca e priva di mordente. Eyes of The Young è probabilmente il peggior brano del disco per quanto riguarda la parte cantata, in alcuni frangenti quasi imbarazzante. These are the Hands e The Lesson non aggiungono nulla all’economia dell’album, anzi. Casomai prolungano un ascolto di spessore minimo, a tratti fastidioso.

Steve Harris (foto via:bestfan.com)

Un flop. Senza mezzi termini. Steve Harris è un mostro sacro dell’heavy metal che ha scritto pagine fondamentali di questo genere. Da lui ci si può (e si deve) aspettare ben altro. British Lion ha tutto fuorché la grinta e la maestosità di un leone: un album fiacco, scontato, monotono, noioso, poco aiutato anche da una produzione priva di mordente ed energia. Un songwriting privo di ispirazione e tiro, con un basso mediamente spento e chitarre relegate al ruolo di accompagnamento (pochissimi gli assoli di chitarra). Discutibilissima inoltre la scelta del cantante: lo sconosciuto Richard Taylor. Praticamente inesistenti i passaggi dove il singer fornisce prove di rilievo, a fronte invece di un cantato generalmente moscio e inconcludente, timido quando dovrebbe spingere e dal timbro a tratti persino irritante. Non si capisce quindi la scelta di Steve Harris di scegliere questo cantante per il suo debutto assoluto come artista solista. Unico lato positivo dell’album è la predisposizione del bassista leader dei Maiden a spaziare in generi che si discostano dal classico sound della sua band di origine. Una scelta apprezzabile e coraggiosa, sviluppata però in malo modo e senza ispirazione e qualità.

Da Steve Harris ci si aspettava di più: British Lion è un album che farà felici (moderatamente) solo i grandi fan degli Iron Maiden, che si precipiteranno nei negozi, ascolteranno il disco un paio di volte prima di metterlo nello scaffale delle rarità da collezionismo, per continuare poi ad ascoltare per l’ennesima volta The Number of the Beast o Powerslave.

Staiz Alberto

Foto homepage: http://rockguitardaily.blogspot.it

 

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