Boldrini. Il presidente rifiuta l’invito Fiat e dice addio all’imparzialità

laura boldrini gazzetta.it

Laura Boldrini (gazzetta.it)

Roma – Poi qualcuno lo vada a spiegare all’onorevole Pdl, Daniela Santanchè, perché lei alla vicepresidenza della Camera proprio non ci può andare giacché trattasi di fedelissima del Cav., ergo politico troppo energicamente posizionato nel suo gruppo, ‘i falchi’, mentre catapultare alla presidenza della Camera, la sellina Laura Boldrini, è stata scelta buona e giusta. Perché l’una è radicale mentre l’altra è esempio di moderazione. Perché l’una è pasionaria e l’altra è partigiana solo di buon senso e società civile. Roba da ridere.

L’ultima del presidente super partes più schierato a sinistra che ci sia, è la seguente: la Boldrini ha vergato lunga ed articolata lettera all’ad Fiat, Sergio Marchionne, per rifiutare l’invito che quest’ultimo le aveva fatto al fine di visitare, il prossimo martedì, gli stabilimenti di Val di Sangro.

Motivo ufficiale del rifiuto: ‹‹impegni istituzionali già in agenda››.

Il motivo ufficioso, invece, si legge nel resto della lettera e si riassume così: nell’eterna vertenza Fiat-Fiom, la Boldrini camuffata da garante, prende le distanze dal Gruppo e si affianca alla lotta sindacale. E tanti saluti all’imparzialità della carica istituzionale.

Lo scorno del presidente all’ad, arriva dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato la norma dello Statuto dei lavoratori (art. 19), la quale limitava la Rappresentanza sindacale aziendale (Rsa) in Fiat, ai soli firmatari di contratto. Talché nel fatto giuridico la Fiom, esclusa dalle rappresentanze, aveva ragione a protestare e nel fatto aziendale, la Fiat continua a praticare la propria politica senza battere ciglio.

Cosicché il presidente si è buttata nella mischia e qualche osservazione nella lettera merita attenzione sia nel giusto che nell’irragionevole di quanto espone.

Si parta dal metodo. La Boldrini è figura importante nel ruolo che riveste, non c’è dubbio. Non confonda lei, tuttavia, il senso di sé con il senso della carica: Marchionne non invita la Boldrini, invita il presidente della Camera come gesto di garbo alle istituzioni in un momento di pessima congiuntura recessiva. Il no della signora non è il diniego di una bella donna ad un tête-à-tête né il rifiuto di una monarca. E’ il rifiuto di un burocrate dello Stato che parla a nome dello Stato. Sicché, al momento, lo Stato non degna attenzione alla Fiat – una delle colonne industriali ancora rimaste nella nazione, già sulla via d’America – perché la Boldrini non condivide le scelte di Marchionne.

Ora, posto che negarsi in quanto presidente è un’offesa a tutti i dipendenti del Gruppo di cui la signora dice di sentire come un dovere tutelarne gli interessi, la stessa è impegnata a dare la precedenza alle proprie istanze personali e di partito. E’ troppo. Si scenda dal piedistallo e ci si rimetta a sedere dietro lo scranno, per cortesia.

Dice il presidente: ‹‹[…] emerge la portata del processo di deindustrializzazione che colpisce aree sempre più vaste del nostro Paese››. Giustissimo. Dopodiché se la soluzione adottata consiste nel battere il piedino a terra e mettere il broncio contro l’orco brutto e cattivo Marchionne, non si arriva lontano.

La Fiat non delocalizza per fare un dispetto all’assetto economico della nazione. Cerca altri lidi perché il mercato auto europeo langue, il costo del lavoro è eccessivo e la tassazione italiana è spaventosa. Nel primo trimestre del 2013 è cresciuta del +39,2%; 0,6% in più dello scorso anno (Dati: Istat). Impossibile.

Il presidente parla di nuove sfide che non devono giocare al ribasso ‹‹sui diritti e sul costo del lavoro››. Ottimo, solo che non si capisce a quali diritti il presidente faccia riferimento. Se sono quelli dei tutelati che di diritti ne hanno sempre meno perché il mercato è sclerotizzato in una tenaglia costituzionale-sindacale che difende il lavoro invece del lavoratore, o dei non tutelati i quali semplicemente non hanno diritti quand’anche lavorano, perché stritolati in quella stessa tenaglia.

Sergio Marchionne Fiat
Sergio Marchionne

Dice ancora il presidente: ‹‹Vecchie ricette hanno fallito e che ne servono di nuove››. Vero. Solo che se per nuovo si intende uno Stato che si fa datore di lavoro e impone ai datori di farsi ammortizzatori, finanziando il tutto – poco e male – con fiscalità predatorie destinate ad esaurirsi in casse integrazioni decennali senza cambiare nulla, di nuovo c’è ben poco.

‹‹Affinché il nostro Paese possa tornare competitivo è necessario percorrere la via della ricerca, della cultura e dell’innovazione tanto dei prodotti quanto dei processi››, si impegna ancora la signora. Benissimo e molto vago. Ma soprattutto: a Marchionne cosa cale? Passi l’innovazione dei propri prodotti, ma non spetta all’ad ridefinire i contorni del piano industriale del Paese, così come non è compito dell’imprenditoria tutta e tanto meno dei sindacati. E’ faccenda politica che richiede una visione del futuro lontano, laddove in Parlamento la visuale arriva non oltre il prossimo futuro elettorale. Quello che vede anche la nostra miope e che le ha dato la spinta a questa tiritera. Non sia mai che qualche elettore iscritto Fiom si dimentichi di votare Sel.

Chantal Cresta

Foto || gazzetta.it; spettacoli.blogosfere.it

 

 

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