Bling Ring, i nuovi adolescenti secondo Sofia Coppola

La locandina del film

La locandina del film

Nel marzo 2010 un articolo pubblicato sull’edizione americana di Vanity Fair intitolato The suspects wore Louboutins (I sospetti indossavano Louboutin), portò all’attenzione del pubblico un bizzarro fatto di cronaca. L’articolo, firmato da Nancy Sales, raccontava di un gruppo di teenagers di Los Angeles accusati di numerosi furti di oggetti e indumenti di proprietà di alcuni VIP (come Paris Hilton, Lindsay Lohan e Orlando Bloom) per un totale di quasi tre milioni di dollari. Grazie ai filmati registrati dalle videocamere di sorveglianza di alcune delle abitazioni depredate, i membri della banda, ribattezzata dai media “The Bling Ring”, furono poi scoperti e arrestati, per essere infine condannati a quattro anni di reclusione.

È da una lettura quasi fortuita di una copia di Vanity Fair, quindi, che nasce il nuovo film di Sofia Coppola in uscita domani nelle sale italiane, distribuito da Lucky Red e intitolato, per l’appunto, Bling Ring. Come fu per Marie Antoinette, la Coppola opta nuovamente per uno stile registico dinamico accompagnato da una fotografia, per così dire, “ovattata” e quasi surreale, per dipingere le vicende dei cinque protagonisti della gang, tra i quali compare una Emma Watson (Nicki) purtroppo completamente fuori forma. Dismessi i panni della saputella Hermione, la Watson torna a interpretare un ruolo che, come fu per Noi siamo infinito, non si sposa proprio con il suo stile di vita, producendo inevitabilmente non poche difficoltà per la giovane, battuta questa volta dalle colleghe Taissa Farmiga e Claire Alys Julien, praticamente esordienti, che interpretano, rispettivamente, Sam e Chloe (altre due ragazze del gruppo) con una notevole disinvoltura.

Performance attoriali a parte, Bling Ring dimostra nuovamente l’interesse della Coppola per il mondo adolescenziale, già sondato ne Il giardino delle vergini suicide, in Somewhere e, se vogliamo, anche in Marie Antoinette, dal quale questo film eredita il gusto feticista e materialista per l’oggetto, visto come mezzo per raggiungere l’identificazione con gli idoli dello “showbiz”. Segnata forse dal rapporto con papà Francis (i cui retaggi erano ben evidenti nella solitudine della protagonista di Somewhere), la Coppola si dimostra attenta nell’indagare quel bisogno di riconoscimento e accettazione sociale tipico dell’adolescenza, oggi fortemente influenzato dai modelli propinati dai media ed esasperato dai social networks, a causa dei quali si è attuata un’estrema mitizzazione del superficiale e dell’inconsistente, tanto da portare alcuni ragazzi alla mitomania e alla cleptomania, nella speranza di poter entrare, attraverso il possesso di una borsa firmata, in quel mondo luccicante a loro praticamente inaccessibile.

Emma Watson (Niki) in una scena del film

Emma Watson (Niki) in una scena del film

Tra un cameo e l’altro (compaiono nel film Kristen Dunst e Paris Hilton, l’unica dei VIP derubati ad aver offerto la sua casa per le riprese), le case delle star si fanno grandi shop di lusso e opulenti templi della moda, luoghi in cui cercare quell’identità destinata a perdersi dietro falsi idoli. Non sempre costante nel ritmo, che inizia a prendere piede solo dopo un’ora di proiezione, Bling Ring ha però il pregio di essere una fredda e disincantata riflessione, senza nessun commento moralista, sull’influenza dei media nella vita degli adolescenti americani, eredi di un mondo in cui lo scandalo rende celebri.

Con un sottofondo costante di canzoni rap e hip-hop “underground” (tra cui compaiono quelle delle rapper Azealia Banks e M.I.A.), la Coppola abbandona quindi i tempi dilatati di Somewhere, facendo di Bling Ring un’opera che rientra perfettamente nei suoi canoni stilistici e che fa suo punto di forza proprio il non voler giudicare, ma semplicemente raccontare (o meglio, documentare), anche con un tocco di ironia. Anche se, duole ammetterlo, la sceneggiatura non è sempre al massimo della forma (come fu, invece, per Lost In Translation, che le valse l’Oscar per la miglior sceneggiatura nell’ormai lontano 2003).

David Di Benedetti

@davidibenedetti

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