Black Keys. “El camino”: rock blues on the road

Copertina dell'album

Che i Black Keys avessero optato, molto probabilmente, per una sottospecie di recupero “vintage” di una matrice blues meno grezza e corrosiva rispetto a quella degli esordi è ormai un dato di fatto e, onestamente, anche cosa buona e giusta. Lo dimostra anche quell’esperimento aggiuntivo in formato quasi “spin-off” che fu, nel 2009, l’esordio solista del cantante e chitarrista Dan Auerbach, ovvero l’apprezzatissimo Keep it hid.

Unicamente in termini da (ormai, praticamente, non più) duo batteria / sei corde (i White Stripes vengano cortesemente a scuola per imparare una bella lezione), però, già con il precedente Brothers le nuove sonorità acquisite da i due ragazzacci di Akron (Ohio) erano già distanti dai watt di dischi potentissimi come Thickfreakness o più articolati ma ugualmente energici come Magic potion e rubber factory. Ma un discorso aggiuntivo prende posto con forza nel momento in cui ci si accorge di essere di fronte a qualcosa che traduce in maniera praticamente perfetta l’intenzione di base, ovvero quella di provare a scrivere e buttar giù pezzi su pezzi in pieno movimento “on the road” durante il tour statunitense del precedente lavoro in studio ancora in via di promozione. Non ci si deve stupire, perciò, se il risultato finale non solo è migliore ma nettamente orientato verso orizzonti ben diversi da quelli accennati, con la sola intenzione di mantenere vivo e vegeto l’esperimento di ampliare il proprio suono avvalendosi (finalmente) anche di terzi collaboratori (chissà cosa sarebbero stati i primi dischi con un arrangiamento da trio o quartetto: vengono i brividi di orgasmo al solo pensiero). Merito, sicuramente, anche di Danger Mouse, nome d’arte di Brian Joseph Burton, controverso singer qui nelle vesti di produttore, al quale si deve, di certo, il merito di aver saputo miscelare a dovere il feeling proveniente dagli amplificatori del duo con la possibilità effettiva di dare vita ad un lavoro ben aggrappato a tanta (ma davvero tanta) storia musicale d’oltreoceano.

Basta partire, dunque, dal videoclip del primo singolo radiofonico (nella maniera più effettiva), Lonely boy, nonché strabiliante brano di apertura dell’eccezionale El camino (titolo preso, non a caso, perché dotato di un duplice signoficato emotivo: lo spostamento da viandante in cerca di chissà quale fuga postmoderna storicamente retroattiva e il riferimento ad un collegamento spirituale con l’ultima delle frontiere possibili in via di estinzione: quella messicana) per capire con cosa si ha a che fare: un simpaticissimo impiegato di colore addetto a chissà quale ufficio da benzinaio di periferia quasi sbeffeggia il Thom Yorke di Lotus flower ballando davanti alla telecamera, circondato da un ambiente assolutamente neutro come il suo abbigliamento, il rock’n'roll blueseggiante di un brano tra i più ipnotizzanti e coinvolgenti dell’intero repertorio a nome Auerbach / Carney. Si capirà, allora, che quando un disco di una band del genere si apre con qualcosa di stampo simile, c’è ben poco da fare per impedirgli di scorrere indisturbato.

Niente più esclusive dilatazioni o eccessivamente soffici riferimenti ad un rock blues sostanzialmente datato: siamo di fronte a 38 minuti ben tirati, nascenti nella maniera migliore proprio dal brano sopra citato e innalzati da un primo trittico che fa del rock “sixties” di Dead and gone un brillante trampolino di lancio per alcuni tra i tanti riff artefici del desiderio umano di non tirar mai fuori il cd dal lettore (o il disco dal piatto, se si preferisce, vista la bella stampa in vinile, malgrado un po’ costosa), tra i quali spiccano Gold on the ceiling, primo esempio di giusto dialogo tra la chitarra stridente di Auerbach e le tastiere / organo proprio di un Danger Mouse anche ben ispirato nelle vesti di ausiliario per arrangiamenti comunque già ben predisposti (ci fucilate se avanziamo l’ipotesi di un paragone tra i pezzi di Auerbach / Carney a molti spunti beatlesiani, non per il genere, ovviamente, quanto per il semplice motivo che vede la possibilità di suonarli in qualunque maniera senza intaccarne la bellezza intrinseca?) o la splendida (manco a dirlo) Little black submarine, scissa in due da un cupo tema acustico poi ripreso (qui si) alla tipica maniera da duo delle origini alla “attacca il jack e suona”, prima di riportare l’attenzione sull’esecuzione d’insieme dei riff della potente Money maker (con tanto di assolo a sei corde al sapor di wah-wah filtrato) per poi tornare un po’ indietro con gli anni grazie a tasselli come Run right back e la più pacata, ma meglio devota al formato canzone, Sister.

I Black Keys: Patrick Carney e Dan Auerbach

In seguito, Hell of a season riprende vagamente le ritmiche iniziali concedendo alla successiva Stop stop un’escursione “seventies” da puro rock psichedelico alla maniera di tanti altri agglomerati desiderosi di esplorare territori differenti a quelli di provenienza (vedi Motorpsycho e Coral per meglio comprendere), prima di tornare sui propri passi col dittico finale Nova baby / Mind eraser che riallaccia una sorta di ponte con il disco precedente anche se solo per meglio stabilire le direttive di una personalità artistica definitivamente sviluppata sia a livello di ispirazione personale che di gusto legato ad una profonda cultura musicale relativa alle proprie origini.

Malgrado alcuni fraseggi possano essere (volendo) anche giudicati prossimi ad un’etichetta “pop” (più per resa sonora che per concetto stesso di composizione), la sensazione resta quella di aver a che fare con profondi conoscitori dei propri strumenti e delle proprie potenzialità di creazione artistica (abilità di gestione sonora tipica del saper stare in uno studio di registrazione), nonché talentuosi musicisti capaci di far rabbrividire di goduria sia gli estimatori dei roboanti esordi che gli appassionati di un versante decisamente più storico del genere in questione. Tratto comune, di certo, è quello che vuole i Black Keys come una delle più luminose conferme del panorama odierno e El camino come uno dei migliori frammenti in assoluto nati nel corso dell’anno che volge al termine.

Morale della favola: fatevi un regalo.

Stefano Gallone

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