Biotestamento: tutti vivi per legge senza autodeterminazione

biotestamentoPerché è tanto difficile accettare che ogni individuo possieda una personale visione di sé e dell’esistenza? Una sfera intima (che proprio perché tale, dovrebbe essere inviolabile a chiunque, compreso allo Stato) nella quale ognuno definisce il proprio stile di vita, decidendone il limite e la qualità oltre cui è lecito abbandonarsi alla morte?  Molto, pare. Soprattutto per la Camera dei Deputati che, martedì scorso, ha approvato – 278 sì, 205 no e 7 astenuti – il disegno di legge sul biotestamento attraverso l’uso dei Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento). Esse avrebbero dovuto consentire ad ogni cittadino – in caso di urgenza sanitaria – di definire le proprie specifiche volontà terapeutiche e rianimative in libertà e coscienza (individuale, appunto) e, invece, sono diventate strumenti di impedimento ed ostacolo istituzionale.

La legge – Tre i punti controversi. Uno. Le Dat non sono più intese come “volontà” ma “orientamenti” con i quali il potenziale paziente indica a quali trattamenti desidera essere sottoposto, non quelli che vuole rifiutare. Due. Se l’interessato ha provveduto a sottoscrivere le Dat, esse saranno prese in considerazione dal medico curante solo se questo valuterà l’”accertata assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale” nel malato. Tuttavia, il testamento non è vincolante poiché spetta, comunque, al medico la decisione di seguirne o meno le indicazioni. Tre. Idratazione e nutrizione artificiale, considerate forme di sostentamento vitali e non trattamenti medici, non possono essere sospese in nessun caso nei malati in stato vegetativo. Diverso il caso per i malati in “fase terminale”, qualora sia accertato che gli artifici non vengano più assimilati dall’organismo del paziente o che i medesimi “risultino non più efficaci”. Poco importa, poi, se in questa “inefficacia” si insua già l’idea che idratazione e nutrizione siano cure e non solo sostentamenti necessari.

Ora, non occorre una specializzazione in bioetica per capire quanto coercitiva sia una norma che impedisce di disporre di sé secondo criterio personale, proprio quando vi sarebbe più bisogno di tutelare il libero arbitrio. E non occorre una laurea in medicina per prevedere quanto certe disposizioni si caricheranno sulle spalle dei medici (già oberati di oneri e doveri nei confronti dei malati), obbligandoli a rispondere a dei provvedimenti di legge e non ai desiderata dei pazienti, secondo la storia clinica di ognuno. Insomma, tutti vivi, sempre e a qualsiasi costo, pena – per il medico – vicissitudini giudiziarie senza fine. Quelle che rovinano la carriera, la fedina penale e la reputazione. Non ci siamo.

La Carta – Eppure la Costituzione parla chiaro: la libertà dell’individuo e la sua arbitrarietà di fronte ai propri convincimenti dovrebbero essere rispettati indipendentemente dalla sua provenienza sociale e/o religiosa. Senza esclusioni morali o esclusivismi etici. Perché è questo che per sua natura civile fa uno Stato laico: consente e non censura. Permette e non vieta, finché tutto – si capisce – rientra nell’amministrazione di volontà del singolo, senza che questa libertà limiti quella altrui.

Invece, come nulla fosse, questo biotestamento spazza via almeno 4 articoli costituzionali (art. 2, 3, 13 e 32) e l’articolo 16 della Convenzione dell’ONU per i diritti dei disabili, aprendo di fatto la strada a una miriade di ricorsi, appelli e reclami contro il regolamento bioetico, il ministero della Sanità e le Istituzioni. Il seguito è scontato. Il biotestamento – se passerà al nuovo vaglio del Senato e diverrà direttiva – avrà presto la stessa sorte che ha avuto la legge 40 sulla procreazione costituzioneassistita, definita incostituzionale e illiberale da più di un tribunale (nel 2010 dalla Corte di Firenze e poi nel 2011 da quella di Strasburgo) quindi in attesa di pronunciamenti da parte della Corte Costituzionale e poi di modifiche in Parlamento. E da qui, il circolo vizioso si ripeterà in un’infinita querelle tra il braccio legislativo e quello giudiziario, tra chi dovrebbe disegnare le leggi sulla base di fondamenti inalienabili e chi è tenuto a far rispettare entrambi, leggi e fondamenti.  Intollerabile. E allora la domanda ritorna: perché è così difficile in questo paese difendere l’autonomia di scelta dell’individuo, inteso come cittadino pensante e non come suddito ubbidiente? E perché la difesa di un pricipio universale come il diritto alla vita dovrebbe, per forza, fare a botte con l’irrinunciabile diritto all’autodeterminazione, fosse anche quella che si concretizza con la morte? Eppure le due cose sono così saldamente legate che l’una difficilmente avrebbe senso senza l’altra. Non potrebbe averne. Neppure per norma di legge.

Chantal Cresta

Foto || ilnichilista.com; dbnews.it;

 

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