Bersani al Colle. Il Pd smentisce ma al segretario non resta molto altro

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Pier Luigi Bersani

Roma – Altro che smacchiatore di giaguari. Il segretario uscente Pd, Pier Luigi Bersani, aspira a diventare l’araba fenice della seconda Repubblica, ambendo a farsi prossimo presidente della stessa. Dalla cenere della politica al Colle più alto. Una resurrezione che, se riuscisse, farebbe di Bersani uno dei più fini acrobati di Palazzo che l’Italia ricordi.

La notizia impazza dalle agenzie di stampa al Web: il segretario morituro ha appena concluso un colloquio con la Lega a proposito di crisi istituzionali. Tema dell’incontro tuttavia, come già accaduto il giorno prima con il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, non è stato il Governo ma la nomina del prossimo Capo dello Stato. Spiega una nota di Massimo Bitonci, presidente dei senatori leghisti: ‹‹Rispetto alla formazione del nuovo esecutivo, noi siamo con il Pdl mentre sull’elezione del Capo dello Stato la Lega Nord é in autonomia e non abbiamo preclusioni››. Tradotto: nessun nome è stato fatto per il Quirinale ma un identikit del futuro presidente potrebbe anche sposarsi con l’immagine di Pier Luigi Bersani. Mica roba da poco anche se in coro, attualmente, da Enrico Letta allo stesso Bersani, le smentite di un’uscita del segretario per il Quirinale si susseguono con la stessa intensità con cui gli stessi negano che il Pd sia sul punto di spaccarsi. Lo scenario merita riflessione.

Se Bersani sia o meno realmente intenzionato a inserire se stesso nella rosa di nomi da proporre al Pdl a breve, lo si saprà solo vivendo. Fatto è che né la Lega né Berlusconi avrebbero grandi ragioni per opporsi all’idea. Intanto perché Bersani mai fu premier di Governo prima ma, in compenso, gode di una certa presenza internazionale necessaria per aspirare al Quirinale. Poi perché se un suo Governo rosso, tanto più all’insegna della minoranza, è proposta irricevibile al centrodestra, così non sarebbe al Colle. Come dire: il presidente del Consiglio no, ma come presidente della Repubblica sarebbe tollerato nonché considerato figura garante.

Quindi in sintesi, il quadro potrebbe risultare questo: Bersani al Colle e in cambio apertura di larghe intese tra Pd-Pdl oppure un appoggio esterno del Pdl ad un Governo di minoranza targato Pd. Cosa peraltro auspicata dall’attuale Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, il quale giorni fa invitava i gruppi politici a scendere al compromesso, ricordando l’accordo Berlinguer-Andreotti del 1976. Altri tempi, stessi antefatti: Andreotti (Dc), vincitore per pochi decimali ad elezioni anticipate, governò due anni con il beneplacito dei rossi, dando vita al Governo della “non-sfiducia”.

Riproporre il compromesso storico oggi non sarebbe questione facile, tanto più che implicherebbe per la sinistra trovare una via d’uscita da 20 anni di antibelusconismo di cui Bersani è espressione. Il che implicherebbe pure ripulire il Partito democratico da tutte le rive radicali inconciliabili con la nuova aria che si respira nel Pd. Dopotutto lo stesso Bersani ebbe a dire: ‹‹Se il problema sono io, mi tolgo di mezzo››. Al Quirinale, appunto.

Se il tema pare azzardato si ricordi che Bersani, dalla candidatura avrebbe solo da guadagnare, non solo in termini di poltrone. Il segretario è andato incontro ad una serie di rovine: le elezioni sono andate come si sa; il tentativo di aggregare i grillini – o tutt’al più di spaccarli per rubacchiare voti a Grillo – al fine di formare un Governo, è finito come è finito; il Pd è sul punto di liquidarlo, cosa che farà subito dopo il voto per il Colle anche perché il suo mandato è agli sgoccioli. Inoltre, a questo punto, neppure l’elezione di Romano Prodi potrebbe scongiurare a Bersani la fine più ingloriosa. Meglio, dunque, giocarsi il tutto per tutto e vedere come finisce.

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Rosy Bindi (infosannio.worpress.com)

E se dovesse andare, il segretario si lascerebbe alle spalle le rivolte del Pd, le richieste dei fedeli, le proteste dei renziani, per non dire delle rogne di governare un Paese allo sfascio, con un Governo precario ostaggio degli avversari politici consenzienti (Pdl-Lega) e di quelli irriducibili (M5s). La presidenza della Repubblica dura 7 anni e non è esposta a così tante intemperie.

D’altronde, che l’idea di Bersani sia qualcosa più di una voce di corridoio, lo si evince dalle reazioni opposte di due big come Massimo D’Alema e Rosy Bindi. Il primo si è sbrigato ad avvicinare Matteo Renzi – ormai eterno prescelto alla successione di qualsiasi cosa, dalla segreteria del Pd a Palazzo Chigi – offrendogli solidarietà per l’esclusione dalla nomina di grande elettore. La seconda ha rilasciato intervista preoccupata a La Stampa. Dice il presidente Pd: ‹‹Nessun baratto sul Colle, un governo di minoranza ci consegna a Berlusconi. Non mi ha convinto la ricerca di escamotage parlamentari che facessero affidamento su comportamenti compiacenti di Lega e pezzi di centrodestra››.  Teme l’onorevole che Bersani voglia risorgere dalle ceneri da solo, lasciando nemici ed amici al loro destino. Il timore è fondato.

Chantal Cresta

Foto || infosannio.wordpress.com; lanazione.it

 

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