Berlusconi e la paura di essere spodestato

All’interno del pdl la frattura si fa sempre più evidente. Negli atteggiamenti e nelle scelte del presidente della Camera, il premier scorge chiari sintomi di un possibile tradimento, che conduca alla realizzazione di un asse tra Fini e Casini

di Marco Luigi Cimminella

finiberlusconiL’incontro tra Berlusconi e Fini, lungi dal placare i contrasti all’interno del partito, si è invece rivelato presagio di una amara delusione per il premier, non solo nel constatare le numerose divergenze che allontano irrimediabilmente il presidente della camera dalla linea politica del pdl, ma anche nell’appurare che la minaccia di un potenziale asse tra Fini e Casini non è poi così lontana dalla realtà.

Difatti, durante l’incontro a Montecitorio, sono trasparse chiare perplessità su una possibile amichevole concertazione fra i due leader del pdl, mentre sono apparse sempre più evidenti le rivendicazioni di Fini riguardo ad una maggiore libertà di azione che gli dovrebbe essere necessariamente accordata e riconosciuta all’interno del partito. Il presidente della camera, dimostrandosi abbastanza discostato dall’orientamento programmatico berlusconiano, ha ribadito la legittimità del ruolo primario che egli riveste nel partito, essendo peraltro co-fondatore del pdl insieme a Berlusconi. L’ex leader di alleanza nazionale non sopporta di vivere all’ombra del premier, ma, avocandosi il diritto di operare per il bene del suo partito e degli italiani, si oppone alla decisione del capo del governo di abbandonare le forze centriste che, nelle diverse regioni, si spostano da uno schieramento all’altro in modo da conseguire il maggior numero di voti. Questa politica dei due forni è fortemente disprezzata dal Cavaliere, il quale farebbe volentieri a meno di Casini e del suo trasformismo. Dello stesso parere è Bossi che, nei suoi consueti toni polemici, replica: “facciamo senza l’Udc, di rompiballe ne abbiamo già anche troppi”.

Dal punto di vista del premier, Casini è un traditore: non disdegna infatti di schierarsi con il centro-sinistra per conseguire il maggior numero di assessorati possibile. Difatti, la prossima competizione elettorale lo vedrà alleato del pd in ben 5 regioni: Piemonte, Calabria, Liguria, Marche e Basilicata. Probabilmente anche in Puglia se, nelle primarie democratiche, il candidato moderato Boccia avrà la meglio su Vendola. Mentre se consideriamo le alleanze stipulate con il pdl, ne contiamo solo due: in Campania, dove secondo Mastella non è neppure necessaria, e nel Lazio, alleanza realizzata grazie all’abilità diplomatica dimostrata dal presidente della camera.  Infatti, nonostante il parere del premier, secondo Fini non si può fare a meno dell’Udc, soprattutto nel Lazio dove la battaglia si preannuncia difficile. Inoltre, secondo Casini, l’aiuto del suo partito sarebbe determinante per la vittoria del pdl anche in Campania e Calabria. Difatti, lamentandosi con i suoi interlocutori, il leader centrista ha affermato: “E allora no, troppo comodo sfruttare i nostri voti dove gli servono, cioè nel Lazio, tanto più sapendo che senza di noi nel sud rischia di perdere la Calabria e la Campania”.

In questi ultimi giorni, il presidente della camera è quasi ossessivamente impegnato nel convincere il premier a pensare in prospettiva, nel lungo tempo: dopo le regionali ci saranno le amministrative, e le sacche elettorali detenute da Casini potrebbero ritornare utili. Intanto il premier continua a dubitare della fedeltà del suo alleato, chiedendosi se si stia profilando all’orizzonte l’eventualità della creazione di un asse tra Fini e Casini. Solo un mese è passato dalle ultime provocatorie dichiarazioni del leader centrista che, a margine del congresso nazionale del Movimento cristiano lavoratori, nel dicembre 2009, aveva concepito l’idea di costituire un fronte democratico coeso che si opponesse alle pretese incostituzionali del capo del governo. In un certo senso, contro le tendenze populiste e plebiscitarie berlusconiane avevano tuonato non solo Bersani, Di Pietro, Casini, ma in maniera più velata e moderata anche lo stesso presidente della camera.

berlusconi-e-finiBasta riportare la mente al quel novembre 2009 quando, durante il “premio Borsellino”, parlando con il procuratore Trifuoggi, Fini aveva deplorato l’identificazione berlusconiana fra leadership e monarchia assoluta. In particolare, alle continue condanne del Consiglio Superiore della Magistratura, della sinistra moderata e radicale, dei centristi contro i provvedimenti giudiziari, sfornati dall’abile mente del principe del foro berlusconiano, Niccolò Ghedini, necessari per salvaguardare la leadership del Cavaliere, si aggiunge lo sconcerto del presidente della camera, restìo ad accettare questi stravolgimenti della carta costituzionale italiana. Fini è disposto a far passare il decreto Ghedini,  ma ha confidato a Berlusconi le sue perplessità circa l’insindacabilità delle sue richieste: “il presidente firmerà il decreto, io ti darò copertura politica. Ma tu devi far ritirare il processo breve al Senato che sta provocando la reazione di tutto il mondo giudiziario. Non puoi volere tutto”.

Mentre la competizione avanza incalzante, anche l’Udc sta affinando la sua strategia di battaglia. La contromossa programmata da Casini è molto semplice: se Berlusconi e la Lega escluderanno i centristi dalle alleanze elettorali, allora l’Udc correrà da solo anche nel Lazio, arrecando un irreparabile danno alla Polverini, in termini di perdita di consensi.

Questi scontri e aspri dissapori che si registrano nei diversi schieramenti politici mostrano come, in guerra, i “trattati di amicizia” non sono duraturi. Charles De Gaulle, facendo riferimento alla Nato, disse: “la Francia non ha amici permanenti, ma solo interessi permanenti”. La politica italiana ci ricorda che le alleanze sono matrimoni d’interesse: solo questi durano per sempre; gli alleati, con il tempo, vengono meno.

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