Berlusconi e i ddl intercettazioni last minute, in un’Italia irriformabile

Silvio Berlusconi

Roma – Teniamoci caro il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, perché è l’ultimo baluardo di garanzia istituzionale che ci è rimasto.

Ne ha dato prova anche ieri, con l’ennesimo sonoro no alla richiesta del premier, Sivio Berlusconi, per l’attuazione di un decreto d’urgenza del Consiglio dei ministri al fine di evitare il travaso di intercettazioni dalla procure di Napoli e Bari, pronte – a quanto pare – a far filtrare la solita sbobba di chiacchiere vuote e gossippare del Cav. al telefono con il suo entourage, di cui gli ultimi volti d’eccezione si chiamano Giampaolo Tarantini (quello delle escort) e Valter Lavitola, (quello delle fughe in Bulgaria).

Legge ad hoc – Sia chiaro: una legge severa sullo strapotere giudiziario che mena questo o quello secondo occorrenza politica a suon di dicredito mediatico e con il beneplacido dei quotidiani di tutte le tinte partitiche, serve da anni. Serve soprattutto al premier che è stato, è e sarà ancora cacciagione di pm e magistrati per un bel po’. Quello che proprio non va è il metodo.

Se sono vere le voci di corridoio trapelate dal Quirinale, Napolitano non solo avrebbe detto no al premier ma gli avrebbe anche fatto notare che un disegno sulle intercettazioni giace in Parlamento da più di anno in attesa di essere discusso e magari (miracolo) approvato. Che fine ha fatto? E’ possibile che dopo decenni di guerriglie all’ultimo mandato di comparizione tra procure ed Arcore, la maggioranza in sella da 17 anni non abbia trovato tempo e numeri per approvare una legge che regoli la materia secondo iter legislativo, senza decreti last minute?

Pare abbia chiesto, piccato, Napolitano al premier: ma se non la fate voi questa legge, chi la deve fare?

Giustizia & Co. – Già chi? Verrebbe da porre la stessa domanda al Cavaliere anche per altre riforme strutturali mancate in un ventennio di mandati governativi. Che fine hanno fatto, per esempio, le promesse di taglio della spesa pubblica, il taglio delle imposte per imprese e famiglie, la riduzione delle aliquote fiscali, la diminuzione dei parlamentari (forse al traguardo per decreto urgente), l’abolizione delle province, la riforma previdenziale, l’aumento del Pil, la diminuzione del debito pubblico, ecc? Ovvero, tutto ciò che ha determinato le vittorie di Berlusconi, le sconfitte di una sinistra inesistente e di cui si parla senza posa tuttora? Tutto ancora in fase di lavorazione? Tutto ancora da delineare nel tentativo di fare gli interessi della collettività, senza disfare quelli delle varie caste, categorie, lobby, ordini, sindacati ed eventuali campanili dotati del diritto di voto e di veto? Quella stessa ciurmaglia ferrigna che da 50 anni si mette di traverso al sol sentir parlare di riorganizzazioni ed innovazioni?

Diciamocela tutta: se siamo un paese irriformabile, e lo siamo, è perché i governi di ogni colore, in ogni tempo, hanno preferito fare scelte popular invece che prodursi in decisioni coraggiose e il Cavaliere – la pop star della politica contemporanea – non ha saputo o voluto fare la differenza.

Quindi, chi si sorprende più se l’organo giudiziario è impazzito e mira allo Stato di Polizia con farlocche inchieste secondo cui dei ricattori sarebbero stati in combutta con il ricattato per non far trapelare

Giorgio Napolitano (cn24.tv)

quello che già tutto il mondo conosce ossia che al premier piacciano le signorine scosciate?

E chi si preoccupa se, nel difficile contesto economico, manca solo che cada l’Esecutivo nel momento in cui l’agenzia di rating Moody’s sta per decidere se declassarci o meno, dopo l’approvazione di una manovra che non basterà a farci approdare al pareggio di bilancio? E chi se ne infischia se tra poco, alla Cina, dovremo vendere anche le mutande pur di trovare qualcuno disposto a comprare i nostri gioielli economico-culturali? Quel che conta è che tutto rimanga come è, finché ce n’è.

Berlusconi prenda nota: chi è causa del proprio mal, pianga se stesso. Chi non lo è, pianga lo stesso. Ma soprattutto, che nessuno vada a piangere sulla spalla del presidente Napolitano. Teniamocelo caro.

Chantal Cresta

 

 

 

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