Berlusconi: due anni fa le dimissioni e l’inizio delle larghe intese

Silvio Berlusconi (today.it)

Roma - Oggi si celebra un anniversario importante per la politica italiana. Esattamente due anni fa il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi rassegnava le dimissioni nelle mani del presidente della Repubblica. Tutti si ricordano le immagini della piazza, l’orchestra, le monetine contro l’auto del Cavaliere. Oggi, due anni dopo, è interessante rileggere alcune dichiarazioni di quel giorno.

Il suicidio del Pd. Innanzitutto è curioso notare come nel Partito Democratico fin da subito c’era chi voleva a tutti i costi le larghe intese, come Giorgio Merlo: «Chi, nell’attuale fase politica e nella drammatica situazione economica e finanziaria in cui versa il paese, continua ad invocare e a pretendere le elezioni anticipate, lo fa solo ed esclusivamente per interessi personali e di partito. Un vizio che campeggia sia nel centro destra che nel centro sinistra. Un vizio, questo, squallido ed irresponsabile». Ma anche Enrico Letta, che già alla fine del 2011 aveva capito l’andazzo generale della politica italiana: «Noi ci affidiamo a Monti e per far nascere il governo, tecnico o politico deve nascere, non ci sono alternative. La fiducia in Monti è totale non è a tempo né ridotta: c’è bisogno di un governo che abbia un orizzonte il più lungo possibile». Eppure un’alternativa c’era: andare a votare subito. Fra l’altro al centrosinistra sarebbe anche convenuto. Il Pd insieme a Sel avrebbe tranquillamente vinto le elezioni con qualsiasi candidato (forse perfino con Bersani, figurarsi con Renzi) mentre il centrodestra, che usciva da un Governo disastroso, non avrebbe recuperato i quasi nove milioni del febbraio 2013. Il Movimento 5 Stelle sarebbe andato benino, ma non avrebbe fatto in tempo a preparare una buona campagna elettorale e non avrebbe approfittato dei tanti autogol che il Pd fece durante il Governo Monti. Ma per certi esponenti del Pd l’attrattiva di governare con Berlusconi, Alfano, Giovanardi, Lupi, Quagliariello, Casini fu più forte di quella di governare da soli. Quelli del Pd sono fatti così.

Pier Luigi Bersani (controlacrisi.org)

Bersani vaneggia. L’autore della più grande figuraccia della storia del centrosinistra, Pier Luigi Bersani, commentò in questo modo le dimissioni del Cavaliere: «Anche io ho dato il mio contributo per mandare a casa Berlusconi. Quando cominciai questa avventura alle primarie, dissi che il più antiberlusconiano di tutti sarebbe stato quello che lo manderà a casa. Non mi riferivo alla persona, ma al mio partito. È il Pd che l’ha mandato a casa». Ora, a parte il fatto che se l’avesse voluto mandare a casa non ci avrebbe governato insieme, viene da chiedersi in che mondo abbia vissuto Bersani. Il Governo Berlusconi IV non cadde certo grazie al Pd. L’esecutivo poteva contare su una maggioranza schiacciante sia alla Camera che al Senato. Se non ha retto, è a causa della fuoriuscita di Fini dalla maggioranza. I vari Scilipoti e Razzi ressero per un po’, ma poi la crisi finanziaria si aggravò, tant’è che lo spread tra i titoli di credito italiani e tedeschi arrivò a superare i 500 punti. In più, arrivarono pesanti pressioni da Bruxelles e dalle capitali d’Europa. La crisi crescente dell’Italia, infatti, rischiava di allargarsi inevitabilmente a tutta l’Unione europea. Insomma, il Pd con la crisi di Governo di due anni fa non centrò proprio niente.

Porcellum Uber Alles. Quel giorno nessuno ci fece caso, ma sul sito del Corriere comparve questa breve notizia: «A quanto si apprende il Cavaliere l’avrebbe invece spuntata sul fatto che il nuovo governo non dovrebbe legiferare sulla riforma elettorale». Andò veramente così? Quindi se nel novembre 2012 Monti dichiarò che tecnicamente il suo esecutivo sarebbe potuto intervenire per modificare la legge elettorale ma sarebbe stato auspicabile che fossero i partiti a farlo, era perché lo aveva promesso a Berlusconi? Il Pdl allora non è mai stato interessato a cambiare la legge elettorale? Se così fosse, allora quando, durante il Governo tecnico, gli esponenti dei partiti parlavano di «settimana decisiva» per la legge elettorale, stavano solamente prendendo in giro gli elettori?

Un’occasione mancata. In ogni caso, le dimissioni di Berlusconi e la nascita del Governo Monti segnarono il fallimento del progetto berlusconiano e di quello della vecchia sinistra. In quell’anno e mezzo in cui l’Italia fu commissariata dai tecnici, quindi, i partiti si sarebbero dovuti rivoluzionare al loro interno. Invece niente, si ripresentarono i vecchi schieramenti. Ed è chiaro che se l’alternativa non c’è, Berlusconi la sua fetta di elettorato la riconquista sempre. D’altronde stiamo parlando dell’uomo che riuscirebbe a vender, e pure a caro prezzo, il ghiaccio agli eschimesi. E infatti è andata così. Forse Berlusconi, dopo quel 12 novembre 2011, non tornerà più a Palazzo Chigi. Ma dovrà ancora passare molto tempo prima che l’Italia si liberi dagli ex cortigiani del Cavaliere e di chi, all’interno del Pd, lo ha sempre amato segretamente.

Giacomo Cangi


foto: unfiloperlitalia.blogspot.com; secoloditalia.it; today.it; controlacrisi.org

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