Berlusconi: che senso ha rimanere senatore?

Silvio Berlusconi (ilsole24ore.com)

Roma - A sentire gli esponenti del Popolo della Libertà, sembra che il problema alla base della possibile decadenza da senatore di Silvio Berlusconi sia giudiziario. Ma non è così. La giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato non è un organo giurisdizionale. Il problema è puramente politico: può un signore condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione per frode fiscale, continuare a sedersi nel Senatore della Repubblica? Dovrebbe essere una domanda retorica, ma purtroppo in Italia non lo è.

Non si deve dimenticare che si sta parlando di un signore che entro il 15 ottobre sarà costretto a decidere fra i servizi sociali o gli arresti domiciliari. E da quello che si apprende, Berlusconi propenderebbe più per la seconda ipotesi. Per cui in Senato, anche se dovesse rimanere senatore, non si potrebbe proprio presentare. Che senso ha, allora, mantenere la carica? E comunque fino ad ora Berlusconi non si è certo fatto notare per le sue presenze in Senato, tutt’altro. Secondo openpolis.it, Berlusconi è – insieme al suo avvocato Niccolò Ghedini, Mariarosaria Rossi e Denis Verdini – il primo senatore per assenze dopo i senatori a vita.
Ma anche se non dovesse decidere entro un mese se andare ai servizi sociali o agli arresti domiciliari e fosse il senatore più presente di tutti, entro la fine dell’anno sarà rideterminata l’entità dell’interdizione dai pubblici uffici. Insomma, in Senato, almeno per un po’, non ci potrà stare, e non c’è asso nella manica che possa salvarlo. Se anche dovesse riuscire a convincere il Pd a votare contro la sua decadenza, continuerebbe certamente a essere senatore. Ma non potrebbe spostarsi dalla sua villa di Arcore, dove sconterebbe gli arresti domiciliari.

Paola Severino (wikimedia.org)

Nemmeno il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’Uomo potrebbe salvarlo. Sia chiaro, il problema giuridico che pone la sua difesa non è fondato sul nulla. Non è chiaro, infatti, se l’incandidabilità prevista dalla legge Severino è da considerare come un effetto penale o amministrativo della condanna. Se è da considerare un effetto penale, allora vale il principio di irretroattività previsto dalla Costituzione (articolo 25 comma 2) per cui nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso, e mai se la legge è entrata in vigore dopo. Se invece la legge Severino è un provvedimento amministrativo, allora non vale il principio della irretroattività. Ma questo problema tecnico non centra assolutamente nulla con i motivi di opportunità politica (avere un frodatore fiscale in Senato è quantomeno curioso e un chiaro segnale che il Governo non intende combattere l’evasione fiscale), né con la pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici che si dovrebbe applicare anche se la legge Severino, che fu votata anche dal Pdl, non ci fosse.

Nel resto del mondo come funziona? Innanzitutto, non c’è bisogno di una legge Severino. Se un politico con un incarico importante viene coinvolto in uno scandalo, anche minimo, si fa da parte. Diventerebbe, infatti, un problema per il suo partito, e poi anche un problema per la credibilità del suo paese. Qualche esempio: a febbraio la ministra dell’istruzione tedesca, Annette Schavan si è dimessa dopo che l’Università di Dusseldorf le aveva revocato il titolo di dottore confermando i sospetti di plagio della sua tesi di laurea redatta trentatré anni fa. Nel marzo del 2011 ci fu, sempre in Germania, un caso simile. Il ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg si dimise in quanto accusato di plagio per aver copiato la sua tesi di dottorato. Ci tenne a sottolineare che non si dimetteva per la vicenda in sé, ma perché il peso dello scandalo sarebbe ricaduto su tutti i militari. Parole bellissime pronunciate da un signore che in Italia non avrebbe avuto alcun problema nel continuare a fare politica. Anzi, i media probabilmente sarebbero stati i primi a sminuire il presunto plagio, magari inneggiando a qualche complotto organizzato dai suoi avversari politici. Nell’ottobre del 2012, invece, Andrew Mitchell, ministro britannico per i Rapporti con il Parlamento, rassegnò le dimissioni in seguito alle polemiche scatenate per un presunto insulto da lui rivolto a un poliziotto. Mitchell avrebbe infatti dato del «plebeo» a un agente di guardia a Downing Street, colpevole di avergli negato l’acceso alla residenza del primo ministro. In Italia sarebbe magicamente scomparso il poliziotto, in Gran Bretagna invece sparisce dalla scena pubblica il ministro.

Giacomo Cangi

foto: ilsole24ore.com; wikimedia.org; secoloditalia.it

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