Berlusconi atto sesto: stesso interprete principale, medesimo finale?

Berlusconi candidatura premier, dimissioni Monti

Silvio Berlusconi

Roma – In molti si erano illusi della sua fine, quando, più di un anno fa, si presentò davanti al presidente della Repubblica per rassegnare le dimissioni. Quest’ultime furono accolte. Grande gioia si diffuse lungo il Paese. Già si parlava di fine di un’era. Tra i più accaniti sostenitori della democrazia, a gran voce si urlava che era terminata la “dittatura”, non ricordando che la possibilità per i cittadini di votare ancora non è stata mai abolita. Giunse Mario Monti, descritto inizialmente come il salvatore della Patria. Con il suo esercito di tecnici, si diffuse l’illusione di un nuovo inizio. Passano i mesi e l’opinione pubblica sembrò dimenticarsi di colui che per 20 anni aveva tenuto le redini dell’Italia, che aveva improntato il suo programma politico facendo approvare, prevalentemente, leggi ad personam e concretizzando la filosofia del “panem et circenses”.

Il governo tecnico inizia il suo mandato, appoggiato da un largo consenso popolare. Quest’ultimo, però, strada facendo comincia a scemare: gli italiani tornano a fare i conti con la realtà. E proprio quando iniziano a intravedersi i primi sintomi di malcontento, la sua voce torna a farsi sentire nelle nostre case: commenti sporadici, dove non viene data nessuna certezza, ma creando soltanto domande. Si candiderà di nuovo? Lascerà spazio ad altri? Che funzione avrà nel caso decida di non rimettersi in gioco?

Le sue apparizioni, però, risultano occasionali, non sembra avere grandi stimoli nel rientrare in politica. Soltanto gli ingenui, però, hanno potuto credere a una cosa del genere: in fin dei conti stiamo parlando di Silvio Berlusconi. Non si può negare che per certi punti di vista l’ex premier è dotato di un grande senso di strategia: nulla di complesso, ma è proprio la sua semplicità a far passare tutto in sordina, per poi riemergere improvvisamente, cogliendo di sorpresa i meno accorti.

Il piano di Berlusconi, a conti fatti, è stato così banale e lineare da far rabbrividire tutti quei politici, che perdono la loro esistenza alla ricerca di piani machiavellici perfetti. In fin dei conti basta poco per poter agire in questa maniera: un partito, se così si può definire, allo sbando senza la guida del suo leader storico; un manipolo di fedeli, ancora presenti in Parlamento, che possono fare la differenza; scelte impopolari da parte del nuovo Esecutivo; un’opposizione pronta a tornare alla ribalta guidata da un “comunista”; la mania di onnipotenza. Mescoliamo il tutto all’interno del calderone della politica nostrana ed ecco il risultato finale: la conferma di come un singolo uomo ha ancora il potere cambiare le sorti di un Paese.

Berlusconi ha incentrato la sua strategia sul temporeggiare. Dà l’illusione ad Alfano di poter gestire la sua creatura, il Pdl, e mettere in atto una rivoluzione interna che dia più spazio alla democraticità. Attende che all’occhio esterno il partito risulti composto di disperati alla deriva, per poi tornare alla carica e dare la conferma che, senza il suo vero leader, il centrodestra non ha né  un’identità né uno scopo. Berlusconi comanda: niente primarie del Pdl, sarà lui il candidato premier. I suoi sudditi eseguono l’ordine.  Il Cavaliere attende anche l’esito delle primarie del centrosinistra: in base al risultato, il suo piano dovrà subire delle lievi modifiche. Vince Pierluigi Bersani, quindi il leader indiscusso del centrodestra potrà scendere in campo con lo stendardo della lotta contro il comunismo.

Berlusconi candidatura premier, dimissioni Monti

Mario Monti

Le scelte impopolari del governo Monti sono soltanto un tassello in più, secondario in fin dei conti, del suo progetto: tanto per abbozzare una campagna elettorale degna del miglior demagogo negli ultimi 20 anni. Quel che conta è costringere il professore a rassegnare le dimissioni, mantenendo il Porcellum. Berlusconi non ha di certo la presunzione di vincere le elezioni: c’è un limite a tutto, anche all’onnipotenza. Il suo intento è un altro: riuscire ad avere una forza in Parlamento tale da rendere del tutto innocuo il futuro governo Bersani, ma soprattutto avere di nuovo la possibilità di creare il suo esercito personale per poter affrontare questa sfida, che soltanto una legge elettorale del genere può permettergli. Naturalmente non bisogna dimenticarsi degli interessi personali. Tanto per citarne uno: il processo Ruby sta andando avanti e alcuni ipotizzano di una sentenza (di condanna) già a gennaio.

Fatto sta che qualche giorno fa Berlusconi lancia il dado. Ordina ai suoi fedeli di sfiduciare il governo tecnico: e così sia. Il Pdl si rifiuta di votare il decreto sviluppo; arrivano le parole di Alfano che, tornando ad assumere un ruolo a lui più congeniale e a cui noi italiani siamo più abituati, definisce chiusa l’esperienza di questo Esecutivo. Alla fine Monti prende la sua decisione: rassegnare le dimissioni, non prima che il Parlamento avrà approvato la legge di stabilità e quelle di bilancio. Scelta sensata quella del professore, visto che l’alternativa sarebbe stata quella di divenire un bersaglio del disegno pre-elettorale di Berlusconi.

Se ne va Monti, però senza cercare di rendere più difficile la piena attuazione del piano berlusconiano. Far votare in anticipo la legge stabilità (una data plausibile potrebbe essere quella del 19 dicembre), successivo scioglimento delle Camere e, per concludere, dare il via alle consultazioni per il nuovo parlamento verso febbraio. Il tutto per un duplice obiettivo: non soltanto dare meno tempo al Pdl di organizzarsi per una campagna elettorale dignitosa, ma metterlo in una posizione delicata, per quanto concerne le sorti del Paese. Se il Pdl decidesse di non votare la legge di stabilità, la responsabilità del possibile disastro sui mercati e in termini di credibilità in Europa ricadranno su Alfano e compagnia bella. E poi chissà che Monti non decida di presentarsi alle prossime elezioni, inserendosi in qualche lista, tipo quella del movimento Verso la Terza Repubblica, o, per proseguire con un po’ di fantapolitica, di puntare alla presidenza della Repubblica, con l’appoggio delle correnti centriste e anche del Pd di Bersani.

In definitiva: Berlusconi ha messo in moto il suo piano, programmato probabilmente da quando fu costretto a dimettersi più di un anno fa, che per ora non ha trovato intoppi. Monti sembra aver lanciato il primo seme per contrastarlo, ora sta alle altre forze politiche (in primis il Pd) e, in seguito, ai cittadini proseguire con la semina e la raccolta.

Giorgio Vischetti

@GVischetti

foto|| controlacrisi.org; adnkronos.com; aciclico.com

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