Beppe Grillo e i senatori dissidenti: la coerenza e la responsabilità a confronto

beppe grillo senatori M5S

Beppe Grillo

Roma – Dopo l’elezione di Laura Boldrini come presidente della Camera, è arrivata anche quella Piero Grasso al Senato. Premiato Pierluigi Bersani, per aver messo in mostra la sua abilità strategica e aver dimostrato di non essere in balia degli eventi. Un applauso per quella frangia del M5S che ha dimostrato quel senso di responsabilità che in molti auspicavano. Non la starà pensando allo stesso modo Beppe Grillo.

Il comico genovese sembra aver mal digerito l’improvvisa autonomia espressa da alcuni senatori del M5S che hanno consentito a Piero Grasso di ottenere la presidenza del Senato. Già ieri sul web in molti avevano iniziato a manifestare malumore a causa della loro esitazione nel voto al ballottaggio tra Grasso e Renato Schifani per la presidenza del Senato. I motivi principali del disappunto? Fondamentalmente due: la mancanza di diretta streaming della riunione dei senatori M5S, per decidere l’atteggiamento da tenere al ballottaggio, e la stessa indecisione di fronte alla scelta tra Schifani e Grasso. Emblematici alcuni dei “cinguetti” comparsi su Twitter: «Uno è l’ex procuratore nazionale antimafia, l’altro accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Scelta difficile, Beppe», scrive un utente; «Oggi al Senato i grillini ci mostreranno il lato oscuro delle stelle» afferma un altro. Per fortuna le cose sono andate in tutt’altra maniera.

La riunione segreta dei senatori grillini sembra essere stata utile per alcuni, anche se ha messo in mostra una primordiale forma di spaccatura interna. Inizialmente la linea da intraprendere era chiara: astenersi dal votare la proposta di Bersani, ma non si riesce a raggiungere l’unanimità, come ammette lo stesso senatore Luis Alberto Orellana. Alla fine, però, qualcuno sembra aver trasgredito alle regole imposte dall’alto: l’ex procuratore nazionale antimafia è diventato presidente del Senato con 137 voti validi (12 in più di quelli che gli garantiva l’asse Pd-Sel). Chiaro che qualche senatore del M5S ha deciso autonomamente. I motivi di questa piccola rivoluzione interna possono essere molteplici, ma il messaggio lanciato sembra essere chiaro: si può andare contro a Grillo, se è per una giusta causa. E probabilmente per molti di loro evitare che Roberto Schifani potesse diventare nuovamente presidente del Senato, rappresentava un ottimo motivo per giustificare l’insubordinazione.

beppe grillo senatori M5S

Piero Grasso, il nuovo presidente del Senato

Beppe Grillo, però, non ci sta e non nasconde il proprio disappunto. Nella serata di ieri posta un messaggio su Facebook che non lascia dubbi d’interpretazione: «Nella votazione di oggi per la presidenza del Senato è mancata la trasparenza. Il voto segreto non ha senso, l’eletto deve rispondere delle sue azioni ai cittadini con un voto palese. Se questo è vero in generale, per il Movimento 5 Stelle, che fa della trasparenza uno dei suoi punti cardinali, vale ancora di più. Per questo vorrei che i senatori del M5S dichiarino il loro voto». A quel punto cita anche il punto “Trasparenza” che è stato violato da questi senatori ribelli, inserito nel “Codice di comportamento eletti Movimento 5 Stelle in Parlamento”. A seguire l’invito, che ricorda molto i casi di Giovanni Favia e Federica Salsi,ai senatori dissidenti di dimettersi o, in alternativa, la loro espulsione. Ascoltare i motivi per cui è stata fatta una scelta del genere? Assolutamente ipotesi da scartare: Grillo non accetta teste calde. L’impressione è che il comico genovese usi la questione della violazione del codice di comportamento come facciata: nella realtà dei fatti dimostra, per l’ennesima volta, che all’interno del Movimento è vietato agire in maniera diversa, anche se può risultare favorevole allo stesso gruppo.

Perché in questo caso non si è trattato del tipico caso d’insubordinazione fine a se stessa. I senatori del M5S, che hanno deciso di votare per Grasso, hanno fatto un ragionamento fin troppo costruttivo, che probabilmente Grillo non riesce a cogliere. Quest’ultimo a quel punto non si limita a prendersela con i ribelli interni al movimento, ma anche contro Bersani, reo di aver «giocato l’unica carta rimasta, quella della foglia di fico visto che Franceschini e la Finocchiaro erano indigeribili», in riferimento alla candidatura dell’ex procuratore antimafia.

Si spera che il comico genovese torni sui suoi passi e che non premi quel tasto “epurazione”, rimedio a tutti i mali, quando nel M5S qualcosa non quadri secondo le direttive. Per molti senatori si è trattata di una scelta di cuore e, in fin dei conti, non troppo discordante con la filosofia del movimento stesso. Emblematica la riflessione fatta da Francesco Campanella, uno dei senatori grillini eletto in Sicilia: «Se vince Schifani in Sicilia ci fanno un mazzo così». Si tratta, dunque, di un ragionamento che va incontro alle esigenze dell’elettorato. Anche se Grillo sembra essere di tutt’altro parere, definendo, implicitamente, traditori alcuni di loro.

Se si va a vedere la sostanza dei fatti, ad uscirne vincitori sono Pd e M5S. I secondi hanno, in qualche modo, costretto Bersani a mettere da parte Franceschini e Finocchiaro, i primi sono riusciti a far valere la loro forza in Parlamento, portando due esponenti della coalizione di centrosinistra alla presidenza delle due Camere. E, cosa più importante, un trionfo comune: la sconfitta di Silvio Berlusconi, costretto ad osservare la disfatta dietro un paio di occhiali da sole.

«Pronto alle dimissioni, ho seguito la coscienza» ha dichiarato uno dei senatori del M5S “traditore”, Giuseppe Vacciano. Se uno si deve dimettere per delle scelte costruttive, bisogna iniziare a preoccuparsi seriamente delle intenzioni di Beppe Grillo.

Giorgio Vischetti

@GVischetti

foto|| liquida.it; corrieredelgiorno.com; ilmondo.it

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