Bad Blood, l’album d’esordio dei Bastille – Recensione

bad blood, album Bastille

La band inglese i Bastille

Il loro nome non dirà sicuramente nulla ai più, né tantomeno il titolo del loro singolo. La loro è quella band la cui canzone ha totalmente invaso le stazioni radiofoniche ma di cui quasi nessuno conosce il titolo. Eppure, se avete acceso la radio almeno una volta nelle ultime due settimane, non avrete sicuramente potuto evitare di imbattervi in Pompeii, il singolo di successo della band inglese dei Bastille, nata dal progetto solista di Dan Smith nel 2010, il cui nome deriva dal compleanno del cantante, il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia. Esce oggi Bad Blood, il loro attesissimo album di debutto, un esordio promettente e curioso per la sua poliedricità, che spazia dal synth-pop al rock passando per la dance elettronica, senza dimenticare l’attenzione per la vocalità e il ritmo.

L’album si apre con il bellissimo singolo Pompeii (in realtà il quarto della band), attualmente al secondo posto nella classifica dei download di iTunes in Italia e al primo nel Regno Unito. Un brano davvero accattivante che richiama alla memoria una città romana in rovina, percorsa da un corteo come quello della Libertà che guida il popolo del pittore Delacroix (non ce ne vogliano i Coldplay). Segue Things We Lost in the Fire, traccia meno intensa della precedente ma comunque piacevole, in cui la voce di Smith si sposa bene con un ritmo piuttosto coinvolgente. Arriva poi Bad Blood, brano che dà il titolo all’album, un pezzo scandito dai toni riconoscibilissimi del sintetizzatore e dalla batteria elettronica, che lo allontanano dai toni pop dei primi due pezzi e che dimostra la volontà della band di non collocarsi all’interno di un genere definito. La quarta traccia, Overjoyed, è inizialmente affidata alla forza evocativa del pianoforte, per passare poi ai toni meno classici del sintetizzatore, fino a trasformarsi in una composizione molto evocativa dal punto di vista musicale e vocale. Quinto brano è These Streets, coinvolgente per il suo ritmo quasi tribale, che evoca melodie di artisti simili come gli Alt-J(∆) e Gotye.

La traccia numero sei è Weight of Living pt. II, che apre una parte decisamente dance insieme alla successiva Icarus, canzone che riprende quell’aria per così dire “archeologica” di Pompeii, evocando ancora una volta mondi e tempi lontani. Anche Oblivion presenta di nuovo quei cori coinvolgenti che fanno da “trait d’union” all’intero album, uniti ad un intenso e romantico violino che lo rendono un probabilissimo prossimo singolo (il brano è già stato inserito nella colonna sonora del telefilm The Vampire Diaries). Flaws è la traccia numero nove, ed è un singolo rilasciato già nel 2011, dove sintetizzatore e voce vanno ancora una volta di pari passo in perfetta armonia rendendolo un brano piacevolissimo. Unica stonatura è forse Daniel in the Den, un po’ lento rispetto alla dinamicità degli altri brani. Laura Palmer,  singolo pubblicato già nel 2011 che aveva dato il titolo al loro primo LP, riprende fortunatamente il ritmo coinvolgente dei brani iniziali, al quale seguono Get Home e Weight of Living pt. I, che chiudono degnamente un album interessante e dalla notevole forza evocativa.

Nel complesso, Bad Blood non è quello che si può definire un capolavoro, ma è certamente un inizio promettente e interessante. Resta solo da ascoltare un live della band per poter formulare un giudizio completo ed esaustivo. Ma, viste le premesse, non si può non pensare che si sentirà parlare dei Bastille ancora a lungo.

David Di Benedetti

@davidibenedetti

foto|| nsrlive.co.uk; did.youhearthenew.com

[youtube]http://youtu.be/F90Cw4l-8NY[/youtube]

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