Baciami ancora, i quarant’anni secondo Muccino

Finalmente nelle sale il séguito del film generazionale più popolare degli ultimi tempi

di Daniela Dioguardi

Locandina del film

Dopo la fortunata parentesi hollywoodiana, Gabriele Muccino torna sul grande schermo con l’attesissimo sequel de L’ultimo bacio in cui narrava, con vivace autenticità, le nevrosi e le fragilità di un’intera generazione, quella dei trentenni.

Oggi, a distanza di nove anni, il regista romano torna a raccontare la vita degli stessi cinque protagonisti, questa volta a confronto con il famigerato ingresso negli – anta.

A guidare lo spettatore all’interno della storia è ancora Carlo (Stefano Accorsi), perennemente alle prese con una sfiancante irrequietudine esistenziale, che, dopo aver lasciato sua moglie Giulia (Vittoria Puccini), ha condotto una vita da dongiovanni sino a ritrovarsi imbrigliato in una grigia relazione con la pur avvenente venticinquenne Anna (Francesca Valtorta). Accanto a lui c’è Marco (Pierfrancesco Favino), coinvolto nel difficile recupero del suo matrimonio con Veronica (Daniela Piazza), entrato in crisi soprattutto per il suo atteggiamento orgoglioso e maschilista che spingerà la donna a cercare le agognate premure in un giovane artista (Primo Reggiani) invaghitosi di lei.

Poi c’è Adriano (Giorgio Pasotti), rientrato in Italia dopo dieci anni (di cui due trascorsi in una prigione colombiana per spaccio di cocaina) e desideroso di debellare il rimorso legato all’abbandono di suo figlio Matteo e di sua moglie Livia (Sabrina Impacciatore). Quest’ultima, costretta dalle necessità a rifarsi una vita, si è legata, da un circa un anno, a Paolo (Claudio Santamaria), il più problematico del gruppo, stremato da una depressione cronica e dai sensi di colpa, ultimo dei quali quello suscitato dalla  relazione con l’ex moglie dell’amico, assolutamente all’oscuro di tutto. In ultimo c’è Alberto (Marco Cocci) la cui indole libertina e sognante pare non essere stata minimanente scalfita dal tempo trascorso.

Tramite una sceneggiatura ricca di spunti interessanti, soprattutto per una società, come quella odierna, quasi ossessivamente propensa all’autoanalisi, Baciami ancora finisce per offrire un quadro abbastanza inquietante delle relazioni umane che non esaudisce (volutamente?) le aspettative dello spettatore, ansioso sempre e comunque di risposte, possibilmente confortanti.

Di fatto, quelli che ritroviamo nel film sono i trentenni profondamente immaturi e irrimediabilmente fragili de L’ultimo bacio, solamente un po’ più vecchi e spossati dalle maldigerite responsabilità  (assunte e non) dinanzi a cui li hanno posti l’età e la vita.

Una scena del film

Quello che, tuttavia, si può affermare con certezza è che lo scoraggiante senso di precarietà che impregna la trama delle vicende dei cinque amici si infrange inesorabilmente contro una verità dinanzi a cui soccombono gli stessi sforzi elusivi dei protagonisti: tutto (o quasi) può essere recuperato ma nulla torna come prima. Fra di loro, quelli che avranno acquisito tale consapevolezza, torneranno a credere nel futuro e a guardarlo con occhio edificante: Adriano (l’unico cui si può attribuire una vera maturazione psicologica) deciderà di ripartire da zero, pur nella convinzione di non poter recuperare nel modo auspicato il rapporto con suo figlio; Marco, dopo un’attenta analisi di coscienza, riuscirà a riportare a casa Veronica, accettando di crescere un figlio che, con un po’ più di attenzione, avrebbe potuto essere suo; Carlo riuscirà a riconquistare Giulia, sulla scia dell’amore per sua figlia Sveva, sebbene rammaricato e provato dal tempo perduto.

Sui personaggi di Paolo e di Alberto, invece, si giocano i nodi più problematici di tutto l’intreccio. Il primo, alle prese con un tormento, quasi certamente scaturito dal senso di colpa nei confronti di un padre deluso e morto precocemente,  smetterà di lottare, rinunciando a mettersi in gioco e a reinventarsi. Il secondo si farà invece carico di inserire – in pieno stile mucciniano – “la pulce della contraddizione” che, se da un lato parrà tradire la morale buonista del film, dall’altro ne rappresenterà l’ultimo e quasi insperato tocco speziato.

“Moriamo quando non riusciamo a mettere radici”. Così afferma, in chiusura, la voce fuori campo di Carlo/Stefano Accorsi, mentre scorrono immagini di felici quadretti familiari ricomposti, immediatamente seguite da quelle di Alberto, sognatore e viaggiatore, approdato finalmente in Brasile (dopo aver mollato la sua vita in città), che si perde dolcemente con lo sguardo in un idilliaco scenario esotico che sa di vita, di bellezza, di eternità e di immensa, irraggiungibile, ineguagliabile libertà.

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Una risposta a Baciami ancora, i quarant’anni secondo Muccino

  1. avatar
    marina 07/02/2010 a 17:03

    Si ha bisogno di avere “buone radici” affinchè l’albero (la vita) sia sempre verde e rigoglioso…
    Comlimenti per l’articolo!!! ;-)

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