Avatar, la meraviglia c’è

La svolta epocale di cui si è tanto parlato forse no. Ma la qualità, altissima, delle immagini in 3D è innegabile ed è certo che farà scuola. E quel che resta della trama è il messaggio ambientalista che induce, al di là della tecnologia utilizzata e dei fiumi di dollari spesi, a provare immediata nostalgia per la magia incontaminata del pianeta Pandora

di Chiara Collivignarelli

http://static.screenweek.it/2009/12/8/Avatar-Poster-USA-5_mid.jpgAl termine dei sontuosi (e forse eccessivi) 160 minuti dell’attesissimo blockbuster firmato James Cameron, che dopo Titanic non si è dedicato ad altro per undici anni, quello che rimane, al di là di tutto, è il pianeta Pandora. Con le sue montagne sospese in aria, le sue maestose cascate, i suoi corsi d’acqua, la sua strana e magica vegetazione, realizzata con attenzione al dettaglio maniacale. La sua foresta simbolo di un pianeta Terra che sarebbe potuto essere e oggi, in gran parte, non è. Lo avevano detto tutti, lo sapevamo già. II mondo, extraterrestre eppure ispirato esplicitamente alla teoria di Gaia, che vede una Terra dal cuore pulsante frutto di uno stretto legame tra tutti gli esseri viventi, colpisce. In alcuni casi sbalordisce.

Si ricorda a se stessi che è tutto (o quasi) risultato di fredde elaborazioni digitali, che se ci si togliessero gli occhialini di plastica indispensabili alla visione tridimensionale rimarrebbero solo delle immagini piatte e sfocate. Che è tutto solo frutto dell’avanzamento tecnologico che con la teoria di Gaia e l’ideologia del popolo Na’vi – minacciata popolazione della foresta che combatte con archi e frecce e vive sugli alberi – c’entra ben poco. Eppure, lo stupore per la bellezza di certe inquadrature e panoramiche resta. Gridare alla rivoluzione epocale è eccessivo. Certo, il modo di utilizzare il digitale e gli effetti speciali ha compiuto un grosso passo avanti.

I fiumi di dollari spesi e la possibilità data a Cameron di dedicare undici anni al progetto, con una squadra di prima grandezza visti i risultati, hanno ottenuto (e ci mancherebbe altro, si potrebbe giustamente controbattere) il loro scopo. Quello di fare immergere lo spettatore per due ore e mezza in una dimensione altra. Di puro intrattenimento visivo, condito da una trama non così fantascientifica come si potrebbe pensare e impregnata di ambientalismo e pacifismo (gli americani hanno iniziato da un po’ a guardarsi dentro e a riconoscere i propri errori, stile guerra preventiva, e questo non può essere che un bene). Nel XXII secolo, un gruppo di ricercatori capitanato dalla dottoressa Grace (la brava Sigourney Weaver) si trova sul pianeta per studiarlo dal punto di vista biologico e antropologico, mischiandosi all’indigeni Na’vi, enigmatici giganti umanoidi dalla pelle blu, tramite un corpo sintetico controllabile a distanza con una connessione di coscienza (l’avatar del titolo). Insieme a loro, l’esercito americano e una multinazionale che vorrebbe far suoi i giacimenti di un preziosissimo metallo presente su Pandora. Il marine costretto su una sedia a rotelle Jake Sully (Sam Worthington) si unisce alla missione senza alcuna competenza scientifica, per sostituire il fratello gemello morto all’improvviso. L’esercito vorrebbe che conquistasse la fiducia dei nativi per poi attaccarli a sorpresa. Le cose, naturalmente, andranno proprio così: su Pandora, Jake ritroverà se stesso e l’uso delle gambe anche grazie a Neytiri (Zoë Saldaña), che lo guiderà alla scoperta dei costumi e dei segreti del popolo Na’vi e delle sue credenze. Che parlano di rispetto e  legami indissolubili avvalorati dalla scienza.

Gli attori, bravi ma non eccezionali (al di là della Weaver), sono perfettamente calati nei loro ruoli. I 160 minuti del film avrebbero forse potuto essere sfoltiti nella sequenza finale, che nel complesso appesantisce il ritmo della trama. Su tutto, come detto, c’è Pandora. E la leggera malinconia che suscita.

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