Aumenta l’IVA: quanto si spenderà in più?

crollo consumi

Carrello più vuoto o più pesante? L’aumento dell’IVA danneggia commercianti e consumatori

Roma - Monti l’aveva già alzata di un punto durante il suo governo tecnico, Berlusconi minaccia di far saltare il banco se verrà ulteriormente aumentata, e Letta sembra voler dare ascolto – per la seconda volta, dopo l’Imu, alle istanze del Popolo della Libertà. Stiamo parlando dell’Iva, uno dei balzelli meno amati dai cittadini, poiché influisce in maniera diretta, dunque visibile quotidianamente, sui consumi.

Il governo di Große Koalition, alle prese con un nuovo sforamento del rapporto deficit/PIL, che si assesta al 3,1% contro un 3% massimo previsto dalla normativa europea (mentre Bruxelles annuncia che, in caso di conferma del superamento del limite a fine anno, verrà riaperta la procedura d’infrazione, vanificando così gli sforzi compiuti dall’esecutivo Monti a tale proposito), dovrà molto probabilmente procedere all’aumento dell’Imposta sul valore aggiunto dal 21 al 22%, la cosiddetta “aliquota standard”, dalla quale sono esentate diverse categorie merceologiche.

In un periodo economico particolarmente drammatico, con la disoccupazione alle stelle e una pressione fiscale superiore alla media continentale, l’aumento dell’Iva andrà non solo a ridurre nuovamente la capacità di acquisto delle famiglie, ma inficerà sulle vendite, con svantaggio per i commercianti, oberati anch’essi da tasse di ogni ordine e grado.

Come dicevamo, l’aliquota classica del 21% (che potrebbe diventare 22% dal 1° ottobre) riguarda una serie di prodotti di largo consumo: bevande alcoliche (vino, birra e superalcolici), prodotti di abbigliamento, prodotti per la pulizia e cura della casa (pentole, contenitori di alluminio, detersivi e via dicendo), automobili e pezzi di ricambio, prodotti tecnologici in genere (dai computer agli smartphone), fino a gioielli e prodotti per la cura della persona (ivi compreso parrucchiere ed estetista).

Si tratta, come possiamo notare, di beni e servizi il cui acquisto o beneficio risulta essere, in una famiglia media, piuttosto comune, e dunque difficili da eliminare completamente dalla spesa consueta, o quanto meno riducibili solo in parte, per quanto concerne autovetture e beni di lusso.

L’aumento dell’Iva non riguarda, per contro, quei prodotti sottoposti a un regime di tassazione agevolata al 4 e 10%, ovvero i beni alimentari di prima necessità, l’editoria e il settore turistico. Una magra consolazione, poiché secondo i dati della Cgia di Mestre (la confederazione che riunisce le piccole imprese e il mondo dell’artigianato), a fronte di un consumo medio annuo di 31.278 euro, quasi 3.300 euro (oltre il 10%) vengono assorbiti dall’Iva, che aumentando al 22% comporterà un ulteriore aggravio di spesa per circa 103 euro.

Stefano Maria Meconi

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