Attenzione al sacchetto, biodegradabile non basta: deve avere il Marchio CIC

C’era una volta la plastica: un’invenzione  decantata da giornalisti e studiosi come uno dei 50 eventi più importanti che hanno caratterizzato il XX secolo, insieme all’ allunaggio di Neil Armstrong e al primo volo dei fratelli Wright; avvenimenti questi, cui la resina stessa “partecipò” fornendo il proprio contributo nella realizzazione dei mezzi necessari.

Il grande successo di questo materiale è dovuto alle sue caratteristiche vincenti: è economico, leggero, flessibile, resistente.

La resistenza alla degradazione, fattore che ne rende così diffuso l’utilizzo, si trasforma però in pericolo per l’ambiente quando il prodotto diventa “rifiuto” e viene abbandonato o coinvolto nel compostaggio processo naturale che permette la trasformazione dei rifiuti in qualcosa di utile e tutt’altro che dannoso. Si tratta del compost, prodotto ottenuto attraverso la  decomposizione di un misto di materie organiche – per esempio residui di potatura, scarti di cucina, letame, liquame, rifiuti del giardinaggio – da parte di alcuni organismi in condizioni particolari quali ossigenazione ed equilibrio chimico della materia coinvolta nella trasformazione.  Come fertilizzante, esso è alla base di quelle tecniche agronomiche sostenibili, come attivatore biologico aumenta inoltre la biodiversità della microflora nel suolo.

Si rende quindi indispensabile che i prodotti di natura plastica, per essere avviati al compostaggio senza costi di cernita superflui ed eccessivi, siano dotati di una caratteristica innovativa, assente nelle plastiche tradizionali: la compostabilità.

La definizione di compostabiltà è descritta in uno standard europeo: la Norma UNI EN 13432 del 2002. Secondo questa norma un prodotto per essere definito compostabile deve essere biodegradabile e disintegrabile in tempi brevi, ossia deve essere trasformato dai microrganismi in acqua, anidride carbonica e fertile compost; deve quindi risultare compatibile con il processo di compostaggio, senza  rilasciare sostanze pericolose e  alterare la qualità del compost prodotto.

Anche il commercio ha dovuto rispondere a queste direttive: il primo obiettivo, nel 2010, era mettere al bando i sacchetti monouso non degradabili.  Oggi, la maggioranza degli esercizi commerciali e alimentari è costretta a offrire ai clienti buste in bioplastica, ottenute per esempio da  amido di mais, grano, tapioca, patate. Certo, non resistenti come quelle che c’erano prima, ma finalmente utili all’ambiente, eco-sostenibili.  Tali buste possono essere finalmente riutilizzate per una corretta raccolta differenziata degli scarti alimentari, ma con le dovute accortezze.

Prima fra tutte, assicurarsi della presenza del marchio “Compostabile CIC”, applicato solo sui prodotti industriali che rispettano i criteri di compostabilità previsti dallo dallo standard europeo sopra citato. Tale marchio è rilasciato alle aziende dopo aver sottoposto i manufatti da loro prodotti ad un esame accurato, che ne accerti anche la disintegrazione su scala reale. Certiquality, Ente certificatore accreditato dal Sincert, dopo aver eseguito le verifiche analitiche sui singoli prodotti comunica l’esito delle prove al Consorzio Italiano Compostatori, che assegna all’azienda la licenza d’uso del Marchio, che va ad aggiungersi ad altri  già presenti in paesi Europei come Francia, Belgio, Germania, Svizzera, Olanda, Polonia e Gran Bretagna.

Il Marchio CIC si aggiunge così alle indicazioni che sempre più aziende produttrici stanno diffondendo sulle proprie confezioni e su imballaggi di varia consistenza per incoraggiare il corretto smaltimento del packaging e la separazione di carta, plastica e vetro: sempre meno scuse per  i più pigri.

Il marchio CIC viene in soccorso dei cittadini-consumatori e non solo. I produttori possono promuovere e commercializzare i propri prodotti come effettivamente riciclabili al 100 percento; i compostatori hanno la sicurezza di poter trattare i rifiuti senza dover ricorrere a specifici trattamenti di cernita e vagliatura e riducendo i costi di smaltimento delle impurità, potranno offrire in futuro ai conferitori di rifiuti delle condizioni economiche vantaggiose.

Il  Consorzio Italiano Compostatori (C.I.C.) si è costituito nel 1992 e riunisce in territorio nazionale imprese ed Enti pubblici e privati produttori di compost e organizzazioni interessate alle attività di compostaggio quali produttori di macchine e attrezzature, di fertilizzanti, Enti di ricerca, ecc. Così, negli ultimi 15 anni gli impianti di compostaggio sono passati da 10 a oltre 200, con una produzione di compost di 1.200.000 tonnellate.

In questo modo, secondo i dati riferiti: «Il compost prodotto in Italia viene completamente assorbito dal mercato ed impiegato dall’agricoltura estensiva all’orticoltura specializzata, nella viticoltura, frutticoltura, manutenzione del verde ornamentale, giardinaggio, floricoltura e vivaistica. La Legge 203/03 sugli Acquisti Pubblici Verdi riconosce gli ammendanti compostati come materiali provenienti da recupero e quindi iscritto al Repertorio di Riciclaggio, obbligando Enti pubblici ad acquistarlo per giardinaggio, manutenzione di parchi e aree verdi eccetera». Per esempio, la preoccupante desertificazione che investe soprattutto la zona meridionale dell’Italia troverebbe  nell’uso esteso del compost una soluzione per rivitalizzare terreni sempre più poveri di sostanza organica.

 Arianna Fraccon

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Una risposta a Attenzione al sacchetto, biodegradabile non basta: deve avere il Marchio CIC

  1. avatar
    antonio 05/07/2012 a 19:17

    Il CIC non è l’unico marchio per la compostabilità, altri marchi esistono da prima e sono più diffusi, in primis OK-Compost di AIB-Vincotte, oppure il DIN-Certco. Quello che più conta è la norma, lo standard utilizzato per testare i prodotti. Tutti questi marchi si riferiscono alla UNI-EN 13432

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