Arundhati Roy, in prima linea per l’autodeterminazione del Kashmir

Arundhati Roy

Arundhati Roy

New Delhi – La scrittrice indiana Arundhati Roy, da anni impegnata in prima linea per il rispetto dei diritti umani nel territorio del Kashmir, è tornata a far sentire la sua voce a seguito delle recenti dichiarazioni rilasciate dalla Casa Bianca. Il discorso di Obama in India di lunedì scorso è stato considerato da molti deludente. Il presidente ha annunciato pubblicamente che gli Usa non si intrometteranno nella disputa relativa alla lotta per l’autodeterminazione del Kashmir, territorio conteso tra India e Pakistan dal momento della partizione avvenuta nel 1947. Obama non ha avanzato alcuna soluzione per il conflittto nella regione, si è limitato a chiedere ai due Stati di intensificare i propri sforzi per la lotta contro il terrorismo globale, auspicando che possano convivere “in pace e tranquillità”. Un discorso definito da numerosi analisti politici talmente diplomatico, da risultare vuoto. Nessuna presa di posizione dunque, nessuna promessa o dichiarazione vincolante. Nessun accenno al Pakistan. A questo punto la domanda sorge spontanea, gli Usa si stanno forse nascondendo dietro l’artificio di belle dichiarazioni? Stanno prendono tempo giocando la carta dei discorsi diplomatici infarciti di buoni sentimenti?

Quello che è certo è che la Regione continua ad essere uno Stato privo di una propria identità nazionale univoca. È abitato da musulmani, indù, sihk e popolazioni di religione buddista, etnicamente e culturalmente tibetane. Una complessità di cui non si può non tener conto per comprendere a pieno la storia di questo territorio e per proporre eventuali soluzioni ai problemi che attanagliano il Paese.

La questione del Kashmir ha da sempre attirato l’attenzione della comunità internazionale per l’importanza che riveste nell’ambito del rapporto indo-pakistano e per le ripercussioni che potrebbe provocare a livello globale. In passato, nemmeno l’Onu con la Risoluzione 47 è riuscita a garantire il ritiro delle truppe di occupazione pakistane ed indiane dalla regione né tantomeno lo svolgimento di un referendum per permettere alla popolazione di decidere a quale dei due paesi aderire. Attualmente, i termini della questione sono cambiati, il Kashmir non chiede più di essere annesso all’India, oggi chiede l’indipendenza. Verso la fine del 2008, mentre venivano sferrati gli attentati di Mumbai, i kashmiri si recarono in massa alle urne per eleggere il nuovo governo regionale, nel corso delle prime elezioni libere dall’influenza del governo centrale di Delhi. Questo avvenimento alimentò speranze nella popolazione che cominciò a credere nella possibile normalizzazione della situazione in Kashmir.

Tuttavia la dura reazione delle forze di sicurezza indiane, il coprifuoco imposto sulla regione e l’indecisione del governo di Delhi hanno alimentato le proteste di massa della seconda metà del 2010. Queste rivendicazioni rappresentano il crollo delle speranze, nate con la distenzione dei primi anni del 2003. I manifestanti questa volta, a differenza dei loro predecessori degli anni ’90, non hanno adottato il metodo della rivolta armata, ai kalashnikov hanno preferito una rivolta di massa non armata, hanno marciato intonando slogan a favore del diritto all’autodeterminazione e lanciando pietre.

Kashmir, territorio conteso

Il recente silenzio del presidente Obama sulle persistenti violazioni dei diritti umani in Kashmir non ha scoraggiato la popolazione della regione a desistere nella lotta. La scrittrice indiana è intervenuta nuovamente in prima persona per difendere l’autodeterminazione del territorio conteso. Qualche giorno fa a Delhi, la Roy ha dichiarato pubblicamente che il Kashmir non può essere considerato parte integrante dell’India. A fronte di questa dichiarazione, i media, i giornalisti e lo stesso governo “democratico” indiano hanno chiesto il suo arresto per sedizione. È stata definita una terrorista, una traditrice, colpevole di voler mandare in frantumi l’India. Ma la Roy non si pente delle sua parole, non si pente di aver infranto il muro del silenzio. E continua nella sua lotta con decisione, con una determinazione che si legge chiaramente nelle parole con cui si è difesa dalle accuse rivolte contro di lei:“Nei giornali c’è chi mi accusa di fare «discorsi d’odio», di voler mandare a pezzi l’India. Quello che dico, invece, nasce dall’amore e dall’orgoglio. Nasce dal fatto che non voglio che le persone siano uccise, stuprate, imprigionate, che vengano loro strappate le unghie per costringerli a dire che sono indiani. Viene dal fatto che voglio vivere in una società che si sforza di essere giusta. Pietà per la nazione che deve mettere a tacere gli scrittori che dicono quello che pensano. Pietà per la nazione che ha bisogno di mettere in prigione chi chiede giustizia, mentre gli assassini comuni, gli assassini di massa, i truffatori delle corporazioni, i saccheggiatori, gli stupratori e tutti quelli che depredano i più poveri dei poveri viaggiano liberi”.

I fatti dimostrano che in una nazione che conta oltre un miliardo di abitanti e che si presenta al mondo come la “più grande democrazia del mondo” ancora non esiste libertà di parola e di espressione. Il rischio è che le recenti manifestazioni di massa possano provocare una radicalizzazione della protesta, un incremento della violenza e dei disordini in Kashmir. La comunità internazionale è chiamata ad intervenire per favorire la risoluzione del conflitto tra India e Pakistan e per impedire che la questione del Kashmir abbia pesanti ripercussioni a livello globale. Appare evidente dunque il motivo per il quale il silenzio degli Usa al riguardo abbia profondamente deluso la gran parte del mondo occidentale.

Margherita Kochi

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