Arrigo Sacchi e gli stranieri (neri?) nel calcio: il dito e la luna

Le dichiarazioni di Arrigo Sacchi sugli stranieri (e non su 'i neri'...) girano il coltello nella piaga del calcio italiano. Di nero c'è solo il futuro

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Arrigo Sacchi (ravennaedintorni.it)

Arrigo Sacchi ha (quasi) sempre ragione. Anche quando sbaglia. Stavolta l’errore è di quelli bruttini: nel suo Milan sarebbe stata una ciabattata sul fondo a porta spalancata, su un assist dalla destra di Gullit di quelli che Van Basten avrebbe spinto dentro ad occhi chiusi. Un errore espressivo linguistico, rapidamente trasfigurato in dichiarazione d’intenti contro “i neri” (mai nominati): «Vedere così tanti giocatori di colore – queste le parole testuali di Arrigo Sacchi, in un intervento a margine del Torneo di Viareggio – vedere così tanti stranieri è un’offesa per il calcio italiano». Apriti cielo.

Uscita infelice, ok. ma limitatamente alla prima parte della frase. La facile associazione lessicale e mentale giocatore di colore = straniero, innesca un processo di reazione immediato in un momento storico-politico complesso come quello attuale in Italia. La controversa accoglienza dei migranti, le minacce di “invasione” dal Nord Africa da parte dell’Isis, i sentimenti populisti di rifiuto dello straniero, sia esso in condizioni di indigenza o meno: un mix esplosivo, in cui il politicamente corretto viene prima del politicamente concreto. Guai a bollare come neri o invasori i migranti o gli stranieri. Poi chi se ne frega se rimangono stipati in una maleodorante baraccopoli all’italiana.

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Arrigo Sacchi con Baresi, Berlusconi e le due “perle nere” Rijkaard e Gullit (tifomilan.it)

54,8% DI CALCIATORI STRANIERI (+18% IN 9 ANNI) - Ma nel calcio quello dei giocatori stranieri – comunitari o extracomunitari – non è un problema di accoglienza. È un problema di forma mentis, di scelta, di impostazione societaria. I dati della stagione 2014/2015 sono indicativi: i calciatori stranieri che militano nel campionato italiano sono il 54,8%. Reduci dal secondo mondiale consecutivo in cui l’Italia non ha passato neanche il girone, fare il paragone con il 2006 è obbligatorio. Ed il risultato è eclatante: la Nazionale di Marcello Lippi campione nel mondo in Germania, ha potuto attingere da un campionato in cui gli stranieri erano meno del 36% del totale. Un incremento di oltre il 18% in meno di 10 anni.

Guardando i risultati in campo europeo è facile notare come, al di là della nazionale, nemmeno i club abbiano di fatto beneficiato dell’arrivo di giocatori stranieri. L’eccezione è l’ultimo successo “italiano” in Europa, targato Inter nel 2010, anno del triplete di Mourinho. A leggere la formazione titolare in finale contro il Bayern Monaco, vengono i brividi: Julio Cesar, Maicon. Lucio, Samuel, Chivu, Zanetti, Sneijder, Cambiasso, Eto’o, Milito, Pandev. Undici stranieri portarono una squadra italiana, allenata da un portoghese, ad alzare la Champions League. Undici fenomeni. Ma da allora, il nulla, con la stessa Inter a fare da capofila. Tanti stranieri, poca qualità. L’ultima squadra davvero “italiana” a trionfare in campo internazionale fu il Milan di Ancelotti 3 anni prima, sempre in Champions League. L’anno dopo il trionfo azzurro in Coppa del Mondo, il Milan alzò la coppa dalle grandi orecchie schierando 7/11 italiani nell’XI di partenza.

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L’Inter finalista in Champions League nel 2010: 11 strabnieri su 11 (classicfootballnumbers.com)

GLI ESEMPI SPAGNA E GERMANIA - Le esperienza della Spagna prima e della Germania poi dovrebbero essere d’esempio per l’Italia, questo è il vero messaggio di Sacchi. Che già nel 2013, da coordinatore delle nazionale giovanili azzurre, aveva lanciato l’allarme. Al di là del discorso degli impianti di proprietà e degli introiti maggiori, la gestione delle cantere è stata alla base dei successi di Barcellona, Real Madrid e Bayern Monaco. Le squadre che dominano il calcio mondiale da 5 anni a questa parte, e forniscono materiale umano giovane e autoctono per le nazionali dei rispettivi campionati.

C’è poco da gridare allo scandalo: le parole di Sacchi sono sacrosanta verità, con il (grave) difetto di essere state impiattate in maniera pessima, e servite a tavola rovesciando il contenuto sull’abito da cerimonia degli invitati. Non è passato di certo tanto tempo dall’Opti Poba di Tavecchiotroppo poco per dimenticare, troppa poca voglia di soprassedere su una gaffe lessicale di Sacchi. Che rimane uno degli allenatori più innovativi della storia, ma è sempre stato un oratore tutt’altro che ciceroniano.

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Giovani calciatori dell’Atalanta. Uno dei pochi settori giovanili di rilievo in Italia (maidirecalcio.com)

IL DITO (NERO) E LA LUNA - Ed allora fa comodo a tutti, società in primis, spostare l’attenzione sul contenitore e non sul contenuto. Sacchi è razzista: via il dente, via il dolore. Ma anche no. Di questo passo la serie A continuerà ad attingere a piene mani dagli scarti delle tasche altrui, pagando a caro prezzo presunte nuove stelle, pseudo-campioni affermati o (vedi Eto’o) stelle cadenti vogliose di riscatto. Mentre le proprie tasche si svuoteranno lentamente. Di disponibilità economica e di talenti da svezzare e far fruttare, tecnicamente ed economicamente. Che poi, basta poco a scoprire l’inghippo. Si va a comprare un 20enne straniero a caro prezzo (uno a caso e non “di colore”: Dybala), perché la rispettiva squadra ha avuto la lungimiranza di metterlo in mostra, di rischiare e di rischiarlo. Se anche in Italia si cominciasse a mettere in campo i propri gioielli, magari la tendenza si invertirebbe.

Alle spalle della generazione vincitrice del mondiale 2006, i nomi in grado di assicurare il ricambio appaiono pochi, se non inesistenti. Non è un discorso di colore della pelle o di quantità/qualità degli stranieri che giocano nel campionato. Se il fascino del calcio risiede soprattutto nelle potenzialità globali della competizione, i risultati degli ultimi 10 anni della nazionale di calcio e delle squadre italiane parlano da soli: l’Italia – e le squadre italiane – nel calcio non vincono più. Arrigo Sacchi ha alzato il dito per indicare la luna, ma ha sbagliato a tingerlo di nero. L’unica cosa davvero nera che abbiamo davanti agli occhi, è il futuro del calcio italiano.

Francesco Guarino
@fraguarino

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