Arctic Monkeys, partito a Milano il tour europeo

Tutto esaurito per l’unica data italiana della rock band inglese. A nemmeno 25 anni e con tre dischi all’attivo, i quattro di Sheffield danno vita a un live potente e padroneggiano il palco da veri veterani. Confermando di avere tutte le carte in regola per entrare nella storia della musica con la S maiuscola

di Chiara Collivignarelli

Nel Regno Unito può succedere. Può accadere che una band di appena ventenni pieni di talento che scrive pezzi di tiratissimo indie rock dalle sonorità garage riesca, con l’album di debutto, a uscire dalla nicchia senza nemmeno esserci entrata, balzando immediatamente al primo posto in classifica. Può succedere, grazie quasi solo al passaparola su internet: Whatever people say i am, that’s what i’m not, datato 2006, diventò il disco più venduto nella settimana di uscita di tutta la storia inglese.

L’anno successivo, la conferma. Con Favourite worst nightmare, Alex Turner (voce e chitarra), Jamie Cook (chitarra), Nick O’Malley (bassista arrivato dopo il primo cd) e Matt Helders (batteria), tutti nati tra il 1985 e il 1986, parlano poco – abitudine che non hanno mai perso – e suonano moltissimo, costruendosi un’esperienza che i loro coetanei italiani sguazzanti in talent show vari nemmeno si sognano. Con il terzo lavoro, Humbug, pubblicato lo scorso anno, gli Arctic Monkeys hanno dimostrato già dal primo singolo (il capolavoro Crying lighting) di sapere evitare anche il rischio di ripetersi, mettendo insieme un album per certi versi più riflessivo, pur confermando la loro cifra stilistica e l’attitudine autenticamente rock. Senza compromessi, ma con l’evidente capacità di arrivare al grande pubblico.

Qualche anno fa suonarono al Rolling Stones di Milano e molti fan rimasero fuori, nonostante alle radio e sulle televisioni musicali si fossero sentiti e visti pochissimo. Oggi la situazione è ancora più o meno questa, perlomeno nel nostro paese. Eppure martedì sera, per la prima data del nuovo un tour europeo, li ha accolti un Palasharp sold out da settimane. Su un palco essenziale che non sarebbe stato fuori luogo nel contesto di un fumoso pub britannico, illuminato da caldi giochi di luce, gli Arctic Monkeys hanno sciorinato con una maturità che ha dello straordinario brani del nuovo disco e parecchi pezzi dai due album precedenti. In un incedere di puro rock’n roll incalzante e con pochissime pause, che ha stupito non solo per la potenza dei suoni, ma anche e soprattutto per la loro perfezione – nonostante un’acustica non ideale – e per la padronanza e la naturalezza con cui i quattro plasmano e padroneggiano i loro strumenti. Matt Helders – l’unico senza il volto nascosto dai capelli per la maggior parte del tempo – è una macchina ritmica potente e perfettamente affiancata dal basso di O’Malley, le chitarre di Cook e dello stesso Turner producono incessantemente riff potenti e trascinanti, la particolarissima voce del leader completa il tutto senza cali o sbavature.

L’energia elettrizza e carica l’atmosfera, il pubblico si scatena in autentici atteggiamenti rock’n roll (impressionante il numero di stage divers) ed esce soddisfatto nonostante la breve durata dello show (poco più di un’ora e mezza) e il fatto che i quattro, da britannici doc, abbiano lasciato il palco uno per volta («Thank you, thank you so much», si sforza a dire ogni tanto Alex Turner) senza concedersi troppo agli applausi, ma senza spocchia. D’altronde pare che ai ragazzi interessi una cosa sola: suonare. Poca promozione, poca attenzione al look, poca tecnologia («A che serve Facebook, esci e vai al pub», hanno detto qualche mese fa in un’intervista a Rolling Stone). Conta solo la musica. Ed è probabilmente per questo che a neanche 25 anni si sono già conquistati – per la critica e per il pubblico – un posto tra i più grandi.

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