Apre la 13.Mostra Internazionale di Architettura: le quattro stagioni del Made in Italy

Logo della 13. Mostra Internazionale di Architettura, Padiglione Italia

VENEZIA – Aperta da domani, mercoledì 29 agosto, e visibile fino a domenica 25 novembre 2012, la 13. Mostra Internazionale di Architettura dal titolo Common Ground, curata da David Chipperfield e organizzata dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta. I diecimila metri quadrati che vanno dal Padiglione Centrale, ai Giardini, all’Arsenale, ospitano 69 progetti realizzati da architetti, fotografi, artisti, critici, che hanno risposto all’invito del curatore presentando proposte originali e installazioni create espressamente per questa Biennale, coinvolgendo altri colleghi con i quali condividono un Common Ground.

 Ben 55 Partecipazioni nazionali, con quattro nazioni nuove (Angola, Repubblica del Kosovo, Kuwait e Perù) e l’Argentina per la prima volta con un Padiglione dedicato, per un’architettura che punti a un terreno comune, e non a molteplici individualità. Un’architettura, secondo il progettista inglese, che appartiene a un mondo che «sembra assecondare sempre più gli obiettivi del singolo», mentre «appare difficile definire l’ idea di comunità, di città, di pubblico e di comune». Ma il terreno comune è anche il tessuto connettivo di diverse esperienze professionali, che superi «il cosmo-architettura formato da una serie di archistar sui loro piedistalli come i profumi ai duty-free degli aeroporti». Anche Baratta rafforza la posizione di Chipperfield, ricordando che in Italia, dove i costruttori si vantano di non pagare progettisti, manca «una domanda di qualità dell’ architettura» che sia paragonabilea quella «del buon mangiare, del buon vestire, dell’ arredamento e del design» Nelle intenzioni di Baratta la Biennale avrebbe una funzione sociale mirante ad aiutare gli architetti a «uscire dalla crisi d’identità che stanno vivendo, e nello stesso tempo offrire al pubblico la possibilità di guardare dentro l’architettura, rendersela familiare e scoprire che ad essa si può chiedere qualcosa, che il diverso è possibile, che non siamo condannati alla mediocrità. La società civile è fatta di individui e istituzioni[…]. Per sanare tale frattura la Biennale può dare il suo contributo innanzitutto ponendo questi come suoi temi. Senza negare che esiste il problema del rapporto fra architettura ed ecologia, architettura e tecnologia, architettura e urbanistica, il nodo centrale è rimediare allo scollamento tra architettura e società civile».

 «L’Italia rimane la patria spirituale dell’architettura – continua Chipperfield. È qui che si può comprendere pienamente l’importanza dell’edificio non come spettacolo individuale, bensì come manifestazione di valori collettivi e scenario della vita quotidiana. Questo senso tangibile del contesto e della storia ci ricorda che il nostro mondo edificato è una testimonianza della continua evoluzione del linguaggio architettonico e uno strumento essenziale per la nostra comprensione del mondo che ci circonda. Tali presupposti mi hanno ispirato a orientare questa Biennale verso tematiche riguardanti la continuità, il contesto e la memoria, verso influenze e aspettative condivise. Mi hanno portato a concentrarmi sull’apparente mancanza di intesa tra la professione e la società».

E proprio a un modello del passato, e al buon esempio made in Italy di impresa, cultura e business costruito da Adriano Olivetti, ha guardato Luca Zevi, nominato curatore del Padiglione Italia lo scorso 3 maggio, presentando alla stampa il proprio progetto solo pochi giorni dopo: «Se negli ultimi trent’anni vi è stato un dominio della finanza, nei prossimi anni dovrà tornare a essere centrale il lavoro – ha esordito – E credo che nel messaggio di Adriano Olivettivi sia un seme che dice che si può essere imprenditori producendo beni eccellenti, realizzando servizi qualificati e, al tempo stesso, facendosi carico dello sviluppo urbanistico. L’esperienza di Adriano Olivetti – ha continuato Zevi – è diventata un modello di sviluppo in cui politica industriale, politiche sociali e promozione culturale si integrano nella proposta di una strada innovativa nella progettazione delle trasformazioni del territorio. Nella mia proposta – ha concluso – non c’è nulla di nostalgico: per me Olivetti era un moderno per la sua capacità di progettare in funzione delle esigenze dell’uomo».

Michelangelo Pistoletto mentre lavora a "L'Italia riciclata", Tese delle Vergini

Il segretario generale del Mibac, Antonia Pasqua Recchia, ha spiegato il motivo per il quale è stato scelto il progetto di Zevi tra le undici proposte giunte al dicastero: «Mette in relazione l’architettura con l’economia, la cultura con le imprese e abbiamo pensato che in un momento così delicato per il paese si dovesse fare qualcosa di più di una semplice esposizione. Il Made in Italy del Padiglione Italia – ha osservato Recchia – tornerà quindi alle sue radici, agli anni del boom economico, di un momento storico particolarmente positivo per l’Italia».

«Non è un anno come gli altri – continua Zevi nella sua premessa –  Il Padiglione Italia alla 13. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia deve porsi al centro di questa differenza e diventare un’occasione per riflettere sul rapporto tra crisi economica, architettura e territorio, deve essere uno spazio in cui immaginare un progetto di crescita del nostro Paese, il common ground deve tradursi in un progetto concreto e visionario, in cui cultura ed economia scrivano un nuovo patto».
Il racconto che si sviluppa nel Padiglione descrive le “quattro stagioni” dell’architettura del Made in Italy lungo un percorso mirato alla ricerca di un rapporto virtuoso tra architettura, crescita e innovazione.

La prima stagione è imprescindibile dall’esperienza di Adriano Olivetti nell’Italia del secondo dopoguerra come paradigma di un modello di sviluppo in cui politica industriale, politiche sociali e promozione culturale si integrano nella proposta di una strada innovativa nella progettazione delle trasformazioni del territorio. Un momento unico per i tempi e per il contesto, che induce a una positiva “nostalgia di futuro”.
Olivetti è un imprenditore – innovatore, che nel suo lavoro mantiene un atteggiamento etico e responsabile nei confronti dei lavoratori e del territorio che accoglie le fabbriche. Convinto dell’importanza della cultura per lo sviluppo economico (se di questo si convincessero i più in Italia, potremmo arricchirci davvero coll’immenso patrimonio culturale di cui disponiamo), appassionato di avanguardie in arte e architettura, coinvolge tutti i più geniali architetti e designer degli Anni ’50 facendo di ogni complesso industriale un’opera d’arte. Ivrea diventa città-fabbrica sperimentale e virtuosa. L’exemplum olivettiano viene quindi preso a modello per il futuro sviluppo dell’Italia. Dopo questa si apre una fase di assalto al territorio, una seconda stagione, dagli anni ’80, in cui allo sviluppo produttivo corrisponde un disinteresse verso qualsiasi forma di espressione architettonica, di produzioni nei sottoscala o nei capannoni, di grado zero dell’architettura Made in Italy. Per fortuna, o per intelligenza e cura della nostra cultura, una terza stagione, quella delle architetture del Made in Italy, ha preso piede circa 15 anni fa.

Negli ultimi quindici anni, infatti, alcune imprese del Made in Italy – caratterizzate da una “tipologia olivettiana” quanto a dimensioni e produzione specializzata – hanno scelto di costruire i propri stabilimenti e i propri centri direzionali secondo un progetto architettonico d’eccellenza, che pone attenzione alla poetica dei luoghi e degli oggetti, alla vita delle persone, alla sensibilità ambientale. La quarta stagione, quella del reMade in Italy, è la sfida delle imprese del Made in Italy nella direzione di una Green Economy in direzione dell’Expo 2015, una straordinaria occasione per riflettere sul rapporto tra territorio e ambiente, città e produzione agricola, Nord e Sud del Mondo. La nutrizione, fulcro dell’Expo 2015, rimette sotto analisi il concetto di comunità sostenibile: il rapporto tra città e campagna, industrializzazione e produzione agricola. Il Padiglione Italia diviene luogo di confronto per progettisti, imprenditori e politici sulle questioni del vivere. Vengono illustrati alcuni recenti esperimenti italiani che muovono in questa direzione: riqualificazione di insediamenti attraverso l’inserimento di attività produttive di nuova generazione; ripensamento degli spazi pubblici mirati a una città a misura dei bambini, che diventano parametro della qualità di vita negli spazi urbani, cercando di ripensare la città come luogo eminentemente pubblico. Obiettivo, illustrare quello che si fa ma anche dare degli indirizzi, portando in mostra «il pulviscolo di esperienze che ci sono in giro, quelle degli architetti ma anche quelle dei cittadini, l’esperienza degli orti in città, l’occupazione virtuosa di spazi pubblici».

La sostenibilità, non solo un nuovo modo di abitare, diventa quindi un altro tema chiave del Padiglione Italia. Strumenti multimediali e tecnologia innovativa permetteranno al visitatore di interagire con il racconto, di porre quesiti, di incontrare in modo virtuale i protagonisti della storia narrata. L’interazione con elementi animati – ologrammi, personaggi virtuali e video – scandirà ogni tappa della narrazione. Conversazioni, interviste, performances attraverseranno giorno dopo giorno lo spazio.

Luogo simbolico istituito per una serie di incontri e di sinergie è l’opera di Michelangelo Pistoletto L’Italia Riciclata, una sagoma di legno dell’Italia di 793 x 812 cm posizionata a 40 cm da terra nel prato del Giardino delle Vergini, vicino al Padiglione, arricchita con vario materiale di riciclo raccolto all’interno della Biennale.

«Credo che la Modernità possa essere paragonata al Medioevo. Dopo il Moderno serve, nuovamente, un Rinascimento. In questa Biennale, particolarmente nel Padiglione Italiano, si constata che questo è il momento della re-visione e della riproposizione della vita urbana». Questa la nuova visione e interpretazione del Padiglione da parte dell’artista, che auspica quindi a un Rinascimento, a una nuova nascita che permetta di lasciare alle spalle questo lungo momento oscuro, poiché la Storia, come avrebbe detto Gianbattista Vico, è fatta proprio di «corsi e ricorsi».

 Benedetta Rutigliano

Padiglione Italia 13. Mostra Internazionale di Architettura, Common Ground

Le Quattro Stagioni: Architetture del Made in Italy da Adriano Olivetti alla Green Economy

29 agosto > 25 novembre 2012

Orario di apertura 10-18

Chiuso il lunedì (escluso lunedì 3 settembre e lunedì 19 novembre 2012)

Biglietterie
Giardini e Arsenale (Campo della Tana) ore 10.00 – 17.30

Ultimo ingresso in Mostra ore 17.45

Biglietti

Intero € 20

Ridotto € 18, 16, 13

 

Immagini via beniculturali.it e storemat.it

 

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