Ancora giallo sulle foto di Bin Laden

Il governo americano continua a contrastare il crescente scetticismo che sta montando in relazione alla morte di Bin Laden e la pubblicazione delle foto della sua uccisione, avvenute in Pakistan per merito delle forze armate statunitensi dove il leader di Al Qaeda si nascondeva.

Nonostante tuttavia le pressioni dell’opinione pubblica, che vorrebbe delle prove più concrete sulla morte del più pericoloso criminale del mondo, il presidente Barack Obama continua ad opporsi alla pubblicazione delle foto del cadavere, temendo ripercussioni e il loro utilizzo come mezzo di propaganda per eventuali azioni di stampo terroristico. Il leader degli Stati Uniti è stato chiarissimo: “Non c’è dubbio che bin Laden sia morto, perciò non penso che una foto possa fare la differenza. Ci sarà sempre qualcuno che negherà l’uccisione, ma il punto è che non vedrete più bin Laden camminare su questa terra”.

Washington ha intanto invocato la “Nebbia di guerra” per giustificare l’iniziale stato di disonformazione sul fatto che Osama, nel momento  della sua uccisione, fosse armato o meno. A riguardo dell’accaduto infatti inziano ad esserci forti smentite e versioni contrastanti. Proprio la Nbc ha ieri diramato l’informazione che quattro delle persone coinvolte nel conflitto a fuoco nella villa pakistana sono morte senza fare uso di armi, il che apparirebbe in netto contrasto con quanto affermato dalle forze armate statunitensi, confermanti di un conflitto a fuoco. Una foto della Reuters mostra inoltre tre cadaveri (ma non del leader di Al Qaeda) immersi in  una pozza di sangue, ma con nessun tipo di pistole o fucili in loro vicinanza.

A sostegno dell’intera operazione militare è poi intervenuto il ministro della Giustizia Usa, Eric Holder, che ha parlato dell’uccisione di Bin Laden come un importante gesto di autodifesa nazionale. Nel frattempo, alcuni islamici hanno levato la loro protesta contro il funerale in mare del leader di Al Qaeda, sostenendo che esso non rispetta in maniera adeguati i riti imposti dal loro credo.

Adriano Ferrarato

 

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