Anche il Connecticut abolisce la pena di morte

Roma – L’11 aprile scorso la Camera del Connecticut ha fatto passare la legge che abolisce la pena di morte in tutto lo Stato: dopo nove ore di sfiancante dibattito il voto ha visto 86 favorevoli e 62 contrari, con questo, dopo la ratifica al Senato della settimana precedente, si è concluso l’iter necessario all’approvazione della legge.

Ora spetta al governatore, democratico, Dannel P. Malloy firmare la legge e rendere il Connecticut – dove negli ultimi cinquantadue anni è stata eseguita una sola condanna nel 2005 – il diciassettesimo Stato – gli altri sono Alaska, Hawaii, Iowa, Illinois, Maine, Massachusetts, Michigan, Minnesota, North Dakota, Rhode Island, Vermont, West Virginia, Wisconsin, New Jersey, Illinois e New Mexico – senza pena di morte.

Alla firma del governatore la legge sarà di fatto valida e per i crimini più efferati si procederà a comminare il carcere a vita senza la possibilità di ottenere sconti di pena per buona condotta e le condizioni detentive saranno durissime: i soggetti in questione saranno poi “ospitati” in aree isolate del carcere e avranno la possibilità di trascorrere solo due ore al giorno fuori dalla cella.

In Connecticut il dibattito sulla pena di morte è ventennale e nel 2009 l’abrogazione era stata quasi approvata, ma il governatore M. Jodi Rel, repubblicano, decise di porre il veto alla legge facendo arenare la questione.

«Per decenni non abbiamo messo in atto la pena di morte. In prospettiva, avremo un sistema che ci consentirà di mettere da parte la vita di queste persone, dando loro condizioni di vita che nessuno di noi vorrebbe mai provare. Gettiamo la chiave e lasciamo che trascorrano il resto delle loro vite naturali in prigione» ha spiegato il governatore dopo la ratifica della Camera.

Gli Stati Uniti restano il solo Paese occidentale a mantenere la pena di morte, argomento che diventa spesso l’ennesimo terreno di scontro tra democratici – in maggioranza abolizionisti – e repubblicani, tradizionalmente favorevoli alla pena capitale.

Sono ancora trentatré gli Stati che mantengono la pena di morte, per lo più eseguita tramite iniezione letale dichiarata metodo ufficiale da Bush senior, metodo che continua a far discutere, anche perché la Hospira Inc. – ditta che forniva il sodio tiopentale necessario – ha sospeso la produzione e anche la casa indiana che aveva in seguito iniziato a rifornire gli Stati Uniti ha deciso di interrompere i rapporti commerciali con gli Stati interessati.

Oltre agli Stati in cui la pena di morte resiste, anche il Governo federale applica la pena capitale in sede di Corte federale, a questo si aggiunge la Corte marziale che prevede la condanna a morte, anche se non ne viene eseguita una dal 1976.

Negli Stati Uniti proprio dal 1976 sono state eseguite 1289 condanne di cui 935 negli Stati del Sud, con a capo il Texas con 481 esecuzioni. Le probabilità di essere condannati se si uccide un bianco sono più alte, mentre la pena è più blanda se si uccide un ispanico o un nero. Preoccupante l’identikit del “condannato a morte medio”: maschio, di colore, di bassa estrazione economica e culturale.

In molti Stati gli attivisti – cattolici e non – si stanno dando un gran da fare per giungere all’abolizione della pena capitale e in novembre la California deciderà sulla questione con un referendum.

Tra le associazioni più impegnate c’è senza dubbio l’Abolitionist Action Committee che con azioni non violente e di ampia visibilità cerca di sensibilizzare politici e comuni cittadini per l’abolizione della pena di morte.

Tra le iniziative è importante ricordare la protesta organizzata ogni anno il 17 gennaio – il giorno del 1977 in cui fu eseguita la condanna di Gary Gilmore – o la veglia di quattro giorni – tra il 29 giugno e il 2 luglio, per ricordare la sentenza del 1976 che reintrodusse la pena di morte temporaneamente sospesa per sospetta incostituzionalità – sul marciapiede antistante la Corte Suprema dove la legge consente di manifestare.

Francesca Penza

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