“Amour” da Cannes a Roma: il disastro della disorganizzazione capitolina

La XVII edizione dell’importante rassegna capitolina denominata Le vie del cinema da Cannes a Roma, in vigore nella capitale dall’8 al 14 giugno 2012, è nella sua piena fase di sviluppo. Pellicole misconosciute di autori mai passati in rassegna non solo dal contesto distributivo italiano si avvicendano a capolavori di veri e propri maestri di non-genere, come l’ultima (dicono) splendida prova dell’ormai maestro austro-francese Michael Haneke, (dicono) meritatamente vincitore, di nuovo, dopo il bellissimo Il nastro bianco, della Palma d’Oro alla sessantacinquesima edizione del Festival del Cinema di Cannes per il (dicono) capolavoro Amour, film per il quale addirittura Jean Louis Trintignant, deliberatamente ritiratosi dal profilmico da ormai diciotto anni a questa parte, ha accettato di mettere al servizio la propria inossidabile arte di profondo, sensibile ed estremamente coinvolgente interprete (basta rievocarlo anche solo nella trilogia dei colori del dio Kieslowski). Da diciassette anni, dunque, la città di Roma offre al pubblico appassionato pagante la possibilità di visionare in anteprima assoluta alcuni tra i film meglio considerati nel corso della recentissima kermesse transalpina. Ovviamente, mezza Italia (quella parte culturalmente salvabile, almeno), nel frattempo, sta aspettando con una certa impazienza di poter avere occasione di approcciarsi a nuovi capolavori per fruirne l’essenza stessa di testimonianza di un’eterna sopravvivenza per quella che da sempre è una vera e propria anima a ventiquattro fotogrammi al secondo.

Tra le diverse proposte di importazione, dunque, la più ambita è ovviamente quella vincente. Meglio ancora se il diretto interessato è colui che, ormai, viene quasi considerato come un vero e proprio autore di culto. Lo stesso Haneke, infatti, ha ormai fatto scuola (gestendo le sue particolarissime situazioni dal retro di una macchina da presa da quasi trent’anni, ormai) nella (in)espressione dell’umano nelle sue sfaccettature più tragicamente nascoste e malignamente oscure. Haneke è, si direbbe per eccellenza, l’attuale regista del distacco, della freddezza, del totale nichilismo post-umano, della dimostrabile incompiutezza delle intenzioni materiali e non, ma anche nel dissenso nei confronti di un contesto di appartenenza diabolicamente ostile ad ogni intenzione e conseguente tentativo di rinascita. Haneke è la rappresentazione psicofilosofica dell’inesistenza di un sostrato interiormente produttivo nella primitività di un progresso regressivo, il profeta dell’invisibile e dell’indicibile solo perché troppo evidente allo sguardo di chi non vuol vedere. Aver scelto, dunque, di trattare, nella sua ultima fatica cinematografica, di una intensissima storia d’amore senile (condizione più che ossimorica nei confronti delle tematiche appena elencate), altro non può essere se non terreno fertile per il nostro inesauribile interesse.

Avremmo tanto (ma, credete, davvero tanto) voluto parlarvi con largo anticipo di quello che si appresta ad entrare negli annali sotto la voce “ennesimo capolavoro di un maestro”, e invece…

…e invece siamo qui a testimoniare una sorta di pura Odissea che, in qualche modo, ci costringe un po’ a spiegarvi, molto a malincuore, come una buona parte di ciò che l’usufrutto del cinema in territorio tricolore sia meramente diventato “altro” almeno nel tangibile corso degli ultimi anni.

La proiezione di Amour, nel corso della rassegna capitolina, ha avuto luogo venerdì 8 giugno alle ore 20:30 presso la sala 1 del cinema Eden di Piazza Cola di Rienzo. La sua unica replica, invece, si è da poco svolta presso la sala 3 del cinema Giulio Cesare, in viale Giulio Cesare, appunto. Complessivamente, forse, non molto più di 200 / 250 posti a disposizione. Recarsi presso le casse in maniera umanamente normale, come previsto da un regolamento interiore non scritto nella coscienza individuale, ad un’ora e mezza dall’inizio della proiezione (tanto per essere sicuri di non vagare a vuoto) è apparso a dir poco inconcludente se non proprio imbarazzante per i reduci da un vero e proprio assalto che ha visto le casse di entrambi i cinema (in entrambe le occasioni) vedersi letteralmente divorate a pochi minuti dall’apertura dello stabile. Per l’Eden si è trattato della consumazione di poco più di un centinaio di biglietti nel giro di 45 / 60 minuti dopo l’apertura delle ore 16:00. Per la vicenda del Giulio Cesare, ahinoi, pià di un centinaio di tagliandi (anche qui) sono stati staccati nel giro di (udite udite) 20 / 30 minuti. La cosa dovrebbe solo rendere felici per un csì folto interesse generale. Ma c’è dell’altro.

Michael Haneke

Il fatto apparirebbe, infatti, abbastanza curioso, specie considerando che, alla modestissima impressione dei presenti al momento, il poco più di un centinaio di biglietti concessi (nel caso del Giulio Cesare) non equivaleva poi così tanto alla reale presenza in loco. Ma ecco una probabile (seppur minima) spiegazione alla fattibilità del quasi surreale evento. Dai gabbiotti del buon Giulio Cesare, ad un tratto, proviene una richiesta di quanti tagliandi l’acquirente desiderasse pagare. Per risposta: sei. Bene. Nascono, in cuor nostro, automatici quesiti che ivi proponiamo almeno in riferimento all’evento Giulio Cesare di lunedì 11 giugno (perchè sentenziare sull’apertura ancora più anticipata dell’Eden sarebbe abbastanza a rischio bestemmia) e per i quali gradiremmo almeno un accenno di risposta purificatrice. Dunque:

1. Aprendo i botteghini alle ore 17:15 per una proiezione con inizio alle ore 20:30, chi potrebbe potenzialmente avere l’effettiva e concreta possibilità di recarvisi per avanzare la propria rischiesta di acquisto? Studenti cinefili deliberatamente consenzienti ed effettivamente possibilitati a tralasciare ore del proprio studio (specie in pieno periodo di esaminazioni) pur di accaparrarsi l’oggetto del proprio momentaneo desiderio? Lavoratori costretti a chiedere un permesso (se non proprio una mezza giornata di ferie) e, qualora non accontentati, costretti, in seguito, a recuperare l’arco di tempo ceduto al vento con lavoro aggiuntivo in un futuro prossimo venturo? Cittadini con effettiva nullatenenza in termini di fatica retribuita? Pensionati felici di avere a disposizione del tempo necessario a soddisfare giustamente le proprie personali passioni audiovisive?

2. Fino a che punto è lecito concedere l’acquisto personale di ben sei tagliandi di ingresso ad un unica persona fisica? Non sarebbe, forse, più corretto consentire un acquisto massimo di numero due biglietti (così, tanto per provare almeno a portare un minimo, ma proprio un minimo, di rispetto a chi vuole semplicemente accomodare se stesso sulla tanto ambita e comoda poltrona di sala?

3. Fino a che punto è lecito anche operare una vendta così anticipata (17:15) per uno spettacolo serale (20:30), conoscendo bene gli orari proibitivi della comune vita metropolitana più o meno lavorativa, secondo la quale proprio quell’orario di avvio delle trattative non è assurdamente ingiusto: di più! Al limite dello sfacciato e del cinico, si direbbe.

4. Perchè dalla moltitudine di sale concesse alle scorse edizioni della rassegna (se memoria non inganna, almeno otto nel corso delle almeno due edizioni precedenti) si è passati alla sinceramente inspiegabile povertà di tre soli edifici resi unici responsabili delle proiezioni (l’Eden, il Giulio Cesare e l’Adriano di piazza Cavour) per un solo spettacolo a film non sempre riproposti dopo qualche giorno (senza, poi, contare che l’Eden, nella serata di sabato 9 giugno, è stato vittima, purtroppo, di un grave guasto ad uno degli impianti elettrici che ha di fatto totalmente impedito il funzionamento di tre delle cinque sale a disposizone)?

5. Perché, come di sostanza espresso nel quesito 3, rendersi, a quasi tutti gli effetti, simili a puro merchandising al livello dei migliori Trony ed Euronics quando sfoggiano qualcuno dei loro prodotti magari scontato del 75% ma per il quale occorre fare la fila almeno due ore prima dell’apertura pomeridiana, per poi venire a sapere che il numero di prodotti messi al servizio degli intergalattici sconti equivale, si e no, ad un mero decimo del reale numero di presenti lì accorsi?

Jean Louis Trintignant in una scena di "Amour"

6. Va bene venire a sapere che, in fin dei conti, non è possibile prenotare posti prima dell’apertura dei botteghini il giorno stesso dell’evento: è giusto, non si discute. Ma, oltre a quanto già espresso dal quesito 3 e quasi sentenziato dal quesito 5, quale senso si potrebbe attribuire nello spendere intere giornate a comporre entrambi i numeri di telefono di Eden e Giulio Cesare senza mai ricevere risposta, anzi vedendosi scalare, ad ogni vano tentativo, un simpaticissimo scatto (su acuto e fastidiosissimo rumore metallico inspiegabile se non con un giocoso paragone col suono dei primi modem per collegamenti internet) per una risposta mai ottenuta?

7. Ergo, per quale motivo non è mai stata comunicata su nessun calendario nè guida né normale depliant della manifestazione la possibilità di potersi mettere in fila per i biglietti al preciso orario di apertura dei rispettivi botteghini?

Qualcuno dei presenti purtroppo insoddisfatti ha anche confessato di aver sentito odor di “casta” nel considerare la situazione generale ma anche nel riflettere, come abbiamo appena fatto noi, su una catena di scelte che, di fatto, privilegiano solo alcune particolari categorie di appassionati in quanto realmente possibilitati a procurarsi uno o più tagliandi utili a partecipare al lieto evento (si veda, per questo, il quesito 1).

Desideravate, dunque, venire a conoscenza di giudizi obiettivi e criticamente validi riguardo quello che, a tutti gli effetti, dovrebbe essere il nuovo capolavoro di un vero e proprio maestro? Malgrado vi avessimo consigliato proprio noi di Wake Up News di tentare l’assalto alla sala nella serata di venerdì 8 giugno, ci vediamo costretti a consigliarvi, fin da ora, la normale visione nel lontano mese di ottobre. Certo, non è affatto un dramma. Ma, come dire: gli apparati genitali girano, volteggiano, spiccano comunque il loro personalissimo volo nel lieto calar di tramontana.

Stefano Gallone

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2 Risponde a “Amour” da Cannes a Roma: il disastro della disorganizzazione capitolina

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    Massimiliano 14/06/2012 a 01:49

    Caro Stefano condivido punto per punto la tua accorata ma al contempo ironica requisitoria sull’inefficienza della rassegna “Le vie del cinema da Cannes a Roma” giacché ho potuto appurare di persona che i gestori degli appositi (?) circuiti adoperano – Jim Morrison docet – le scorciatoie del cervello. Ad ogni modo, pur non essendo un pensionato, né tantomeno un incosciente che mette a repentaglio il lavoro sull’altera di una cinefilia che spesso induce gli appassionati a disperdere nel buio della sale il fiore degli anni, al secondo tentativo sono riuscito a vedere il presunto capolavoro di Haneke; e, credimi sulla parola, ci vuole una bella dose di coraggio a spendere fiumi di elogi per un’opera malata di accademismo pseudo-autoriale che, nel tentativo di erigersi ad asciutto apologo sull’amor senile e sul diritto all’aborto, finisce per costruire solo scene metitabonde, lontanissime, non solo dall’ispirazione umana ed etica di Clint Eastwood in “Million Dollar Baby” (qualche finto dotto ritiene “Amour” una sorta di risposta più composita e profonda al romanticismo classico dell’ex Dirty Harry), ma anche dai sottovalutati “Di chi è la mia vita?” e “Mr e Mrs Bridge”. Insomma, per farla breve, non hai perso niente. W il cinema estraneo a qualsiasi converticola.

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    Stefano Gallone 14/06/2012 a 11:26

    Salve Massimiliano e grazie per la sua attenzione.
    Mi fa piacere per lei se è stato tra i pochi fortunati a vedere il film, indipendentemente dal suo gradimento o meno. Haneke o lo si ama o lo si odia, è abbastanza difficile trovare una via di mezzo.
    Ad ogni modo, si sarà capito che, per quanto mi riguarda, sono un suo seguace da tempo, quindi per me può anche fare un unico pianosequenza su di un deretano umano: lo andrei a vedere e ne scriverei riflettendoci lo stesso.
    Il punto della questione, però, nonostante l’ironia (una sorta di esorcismo per blasfemie gratuite), non era il film ma il desiderio di centinaia e centinaia di persone di non essere semplicemente prese per i fondelli da esercenti per nulla (ahinoi) differenti da puri rivenditori fedeli al mero merchandising. Questa è stata la sensazione e, in merito, vorrei condividere ed ottenere risposte ai quesiti che ho posto, come stesso lei ha gentilmente fatto (e la ringrazio ancora).
    Non mi sembra normale, insomma, che in Italia, andare a vedere un film o risulti un motivo di presa per i fondelli (“che spendi a fare dei soldi se poi lo potrai scaricare”, o roba simile, per quanto io sia estremamente tollerante al download gratuito, che reputo fondamentale ai fini cognitivi), o sia equiparabile all’accaparrarsi un biglietto da concerto di Radiohead, Rolling Stones, Bruce Springsteen o qualunque altro grande nome da sold out.
    Purtroppo, anche qui non c’è una via di mezzo, insomma. Ma si gradirebbe almeno ricevere informazioni o spiegazioni nel momento in cui si va in cerca di esse.
    Saluti.

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