Amnesty International: il Piano Nomadi viola i diritti umani

Parte la denuncia di Amnesty: sgomberi forzati e violazione del diritto di alloggio

di Claudia Landolfi

L’emergenza nomadi” è stato uno dei punti forti della candidatura Alemanno. Già durante la campagna il futuro sindaco si impegnava a parole, promettendo soluzioni radicali e sbrigative. Parole chiavi, quale “sicurezza”, sono state il perno sul quale questo governo di centro-destra ha fondato tanta parte della sua demagogia, ed oggi, ne stiamo vedendo i primi risultati.

Svariati campi sono già stati sgomberati, tra questi, lo storico Casilino 900, e nel mentre la cacciata agli insediamenti abusivi è stata attivata su tutto il territorio. La via scelta è stata chiaramente quella del “pugno di ferro”, cercando così di evidenziare un netto contrasto con la precedente legislatura alla quale si imputava lassismo e inefficacia d’azione.

Ora però ad esprimersi sulla condotta adottata dalla giunta Alemanno è l’Amnesty International, che tramite la campagna attivata, “Io pretendo dignità”, ha manifestato il proprio dissenso per le azioni intraprese. Secondo l’associazione, il Piano Nomadi elaborato dal prefetto e dal Comune di Roma, andrebbe incontro alla violazione dei diritti umani, rischiando oltretutto d’essere l’ennesimo flop, con soluzioni inadeguate e risposte parziali.

Una delle questioni più dibattute, verso la quale Amnesty ha espresso il suo disaccordo, è stata la modalità scelta per attuare il piano: gli sgomberi forzati, con lo smantellamento dei campi dovrebbero essere attuati solo come soluzione estrema e non come strategia d’azione. Inoltre alle famiglie cacciate nemmeno sono state presentate alternative tempestive. Non tutte le aree allestite per ospitare le nuove comunità erano pronte al momento in cui si sono verificati gli sgomberi, e a non tutti i nuclei erano stati assegnati posti nelle nuove collocazioni. Molte famiglie si sono purtroppo ritrovate nuovamente sulla strada, dovendo così arrangiarsi in accampamenti di fortuna ricreati abusivamente, o nella migliore delle ipotesi, andando ad incrementare il numero all’interno di  quegli spazi ancora non smantellati. Ulteriori ritardi nelle tempistiche, e una mancata sincronizzazione nello svolgimento del piano, potrebbero risultare fatali in questa parte così delicata dell’operazione.

Nel protocollo redatto grande rilievo viene dato proprio alla questione degli alloggi. Il problema – secondo quanto affermato – è basato su un equivoco che sta proprio alla base del Piano. Di fatto non tutti i rom sono nomadi, molti vivono in Italia da lungo tempo, hanno la piena cittadinanza e sono italiani a tutti gli effetti. L’azione varata dal prefetto affronta la questione trattando le famiglie come se fossero tutti zingari, ostacolando così una reale possibilità d’insediamento ed integrazione da parte di quei membri che invece vorrebbero vivere come normali cittadini. A queste famiglie dovrebbe essere data l’opportunità di iscriversi alle liste per l’assegnazione delle case popolari, mentre, secondo la normativa vigente, questo spetta solo a chi ha subito uno sfratto da un appartamento privato, escludendo a pieno titolo la categoria dei rom.

Rom

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Spingere queste comunità in luoghi ancora più isolati dal resto della comunità non può rappresentare una soluzione quando lo scopo proclamato è in realtà quello dell’integrazione. È così che si parla di discriminazione oltre che di violazione dei diritti. Sono le stesse famiglie a temere per la sorte che toccherà ai loro cari. Ogni sgombero mina alla possibilità d’insediamento. Così quei bambini che si erano stabiliti nelle scuole ed avevano cominciato a frequentare gli istituti dovranno ricominciare nuovamente il loro processo di integrazione. Molte madri credono che vivendo ai limiti della città l’accesso alle scuole sarà ancora più difficile, e lo stesso pensiero preoccupa chi è alla ricerca di un impiego per mantenere la propria prole. Ecco perché Amnesty International crede che tale Piano sia stigmatizzante per i rom invece di collaborare verso la coesione delle culture.

L’associazione sottolinea anche il pericolo al quale si potrebbe andare incontro riunendo senza criteri nuclei culturali tra loro differenti e gruppi con tradizioni e origini diverse.  A questo proposito il Piano Nomadi doveva essere svolto in stretta collaborazione con gli interessati, mentre gli stessi operatori sociali hanno riportato interviste che testimoniano come la maggior parte delle famiglie interessate non fosse al corrente né del Piano varato, né della sorte che ad esse spettava. Una tale disinformazione può promuovere solo la diffidenza ed incrementare il distacco tra le culture.

Nelle note conclusive Amnesty scrive:

“Il Piano nomadi è concepito in modo inadeguato. È vero che la qualità delle strutture abitative e il più ampio accesso ai servizi nei nuovi campi potranno offrire migliori condizioni di vita a molti rom. Ciò nonostante, molti sono riluttanti a essere trasferiti poiché temono di avere cattivi rapporti con i nuovi vicini, di perdere beni personali e di vedere interrotta la frequenza scolastica dei figli. C’è urgente bisogno di un piano adeguato, che nasca da un’effettiva consultazione coi rom interessati e che mostri profondo rispetto per i loro diritti umani. Se non sarà articolato su queste basi, non avrà alcuna possibilità di successo”.

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