Ambiente: la top 10 delle nazioni a rischio climatico

Dhaka, capitale del Bangladesh, è la città a più alto rischio ambientale

Dhaka, capitale del Bangladesh, è la città a più alto rischio ambientale

Dhaka – Il Climate Change Vulnerability Index è un report annuale diffuso dalla Maplecroft, un’agenzia britannica che valuta i rischi connessi ai cambiamenti climatici e l’impatto che questi possono avere sulla crescita economica mondiale. Nell’ultimo documento, pubblicato alcuni giorni fa, si evidenzia chiaramente che «i rischi climatici possono porre un serio ostacolo alla crescita economica sostenibile nelle più importanti città commerciali del mondo».

A essere esposte a un rischio “alto” o “estremo” dall’estremizzazione del clima mondiale sono, in particolare, quattro città e dieci stati, ma più in generale il rischio riguarda 67 nazioni, il cui PIL combinato sarà destinato a crescere da 15 trilioni di dollari del 2013 a 44 trilioni nel 2025. Ovviamente, se non verranno prese contromisure concrete ai cambiamenti climatici, si rischia non solo di mettere in serio pericolo la vita della maggioranza della popolazione mondiale, ma di vanificare questa crescita economica, che dovrà sostenere le finanze globali nei decenni a venire.

Dhaka, la capitale del Bangladesh, è non solo la città più a rischio del mondo, ma anche la capitale dello Stato più esposto ai rischi del clima. Sette milioni di abitanti nella sola cittadina, e 154 milioni in tutto il paese, che devono affrontare con cadenza regolare alluvioni, tempeste tropicali, cicloni e frane di dimensioni colossali, senza che vi sia peraltro un potere centrale capace di rispondere con decisione in caso di grandi problemi.

Come Dhaka, soffrono di problemi simili anche Mumbai, Manila, Kolkata e Bangkok, tutte nel sud-est dell’Asia, dove la stagione dei monsoni lascia ogni anno dietro di se una scia di morte e distruzione che non ha eguali nel resto del pianeta. A rischiare, però, sono anche i paesi dell’Africa e dell’America centrale.

Nella top-10 delle nazioni a rischio climatico, infatti, figurano: Etiopia (desertificazione), Filippine, Nigeria e Cambogia (alluvioni continue), Repubblica Democratica del Congo (emissioni tossiche provenienti dalle acque del Lago Kivu), Haiti Guinea Bissau (rischi ambientali, difficili situazioni sanitarie e povertà patologica) e Sud Sudan, dove l’industria petrolifera indiscriminata ha messo in seria discussione la stabilità ambientale, ivi comprese le falde acquifere.

«I rischi sono ben difficili da ignorare», aggiunge la Maplecroft attraverso il capo del dipartimento Ambiente, James Allan, per il quale «combattere il climate change è un imperativo per l’economia e le istituzioni», poiché «i danni degli eventi climatici sono una spinta ad agire per politici e corporazioni».

Come contraltare alle nazioni a rischio estremo, però, ci sono anche situazioni dove il rischio è minimo, o del tutto assente. Accade in Norvegia Islanda, dove le politiche economiche hanno convissuto da sempre a braccetto con la sostenibilità ambientale, comportando così un rischio minimo per la popolazione e per l’ecosistema circolante. Una situazione simile, ma comunque da tenere sotto controllo, riguarda Londra e Parigi, due metropoli considerate a basso pericolo ambientale, ma che “contribuiscono” alla difficile situazione ambientale del mondo.

Stefano Maria Meconi

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