“Alza la testa”: i dolori di un padre, la crescita di un uomo

Angelini conferma un necessario bisogno di semplicità nel raccontare l’invisibile

di Stefano Gallone

Locandina del film

Locandina del film

Un figlio: timido, buono, giovane ma già uomo. Un padre: amorevole ma severo quanto basta. Sono le carte che permettono di giocare su sentimenti e situazioni tanto quotidiane quanto difficili da analizzare senza rischiare di cadere nel superfluo, nelle trappole dello scontato. Alessandro Angelini, già alla prova con l’impegnativo “L’aria salata”, riesce, in “Alza la testa”, ad orchestrare saggiamente una storia non facile da domare, pur dovendo molto ad un quanto mai vero Sergio Castellitto nel lasciar venire allo scoperto inevitabili e condivisibili errori umani con tutta la crudezza della situazione.

Antonio, ex pugile dilettante, di giorno lavora con esperienza in un cantiere navale ma di notte si dedica, con estrema cura, ad allenare il figlio Gabriele per farne un pugile di talento, pur non essendone imbottito. Il loro rapporto è quello tipico della gente di borgata: virilismo, ingenuo e benevolo cameratismo padre-figlio allo scopo del ravvivarsi di una relazione umana che tocca un picco di benessere per poi polverizzarsi un attimo dopo.

Una scena del film
Una scena del film

Il padre non vuole che il figlio si distragga, intrinsecamente non vuole lasciargli commettere i suoi stessi fatali errori. Cerca di porre rimedio a modo suo, intimorendo una ragazza rumena innamorata del figlio, quasi come se, nella situazione venutasi a creare, riveda se stesso sposare una bella donna albanese resasi artefice, secondo il suo personale modo di vedere le cose, della sua rovina e della costrizione ad una non facile rinascita personale.

Il rapporto tra i due si rompe drasticamente: l’ultimo loro contatto lascia campo solo ad uno schiaffo, seguito da un fatale incidente di motorino. In meno di un attimo, ad Antonio non resta più niente. È proprio questo, però, il momento in cui il personaggio, ma soprattutto l’uomo, subisce una sostanziale presa di coscienza nei confronti di se stesso e delle proprie convinzioni. Ed è proprio questo il punto nevralgico in cui il film cambia completamente direzione, prendendo una piega ancora più intima e interiormente descrittiva: nel momento forse più duro e più difficile della sua esistenza, saggiamente orchestrato da colori poco saturi e da una validissima macchina a mano al fine di una quasi azzerata profondità di campo, che schiaccia e opprime i soggetti sullo sfondo della periferia provinciale più dimenticata e sottovalutata, gli viene chiesto di donare gli organi. Senza più niente in mano, ma con ancora tanto senso di colpa dentro, si metterà alla ricerca del cuore di suo figlio e dovrà accettare quello che per lui sembra quasi un affronto che la vita stessa gli ha voluto lanciare.

Il giornalismo cinematografico italiano, quasi per intero ma sicuramente con Morandini, considerato, da sempre, vate della critica cinematografica italiana, nascosto nell’inconscio di ogni penna che abbia trattato l’argomento (ma Morandini era anche colui le cui stroncature risultavano, invece, essere buoni film), distrugge la pellicola definendola “un film diviso in due che inizia alla grande e cade dopo un colpo di scena”.

Bisognerebbe un attimo decidere, forse, se l’Italia è definitivamente ancorata, senza vie di scampo, sempre, solo e comunque a questa stramaledetta costrizione che vuole il regista impegnato in un genere unico ed irrinunciabile. Il nostro sembra, ormai, confermarsi il Paese dove se ti azzardi ad uscire fuori dal contesto delle regole i media, e chi di dovere, ti disintegrano senza mezzi termini e senza nemmeno lasciarti spiegare, dove raccontare una storia secondo le proprie idee, le proprie convinzioni, i propri punti di vista, i propri sentimenti, sembra ormai essere la principale vittima sacrificale di un poco giustificabile proibizionismo visivo.

È per questo che nell’underground c’è un vero e proprio sciame di giovanissimi registi che faticano a trovare spazio pur avendo idee innovative, che siano più o meno valide forse non importa neanche.

Una scena del film
Una scena del film

Tutti si aspettavano un film sui dolori che affliggono i derelitti sociali rifugiati nel pugilato o, magari, il solito melodrammone fatto di dialoghi al fil di lana e impregnati di lacrime smielate e, a lungo andare, poco sincere. Ma non è affatto proibito lasciare che un film si scriva quasi da solo su un centinaio di fogli di carta, non è un reato parlare di quello che realmente accade nella vita di tutti i giorni, di come l’espressione dei sentimenti più puri ed ingenui venga fuori, soprattutto, da un approccio alla vita semplicistico e costituito da sentimenti che si celano continuamente sotto una purezza d’animo nascosta da maschere neanche troppo solide di virilismo.

Angelini, in questo modo, e per mezzo di un eccelso Castellitto (che ormai confessa di non voler più recitare ma “sentire”), tira fuori più realismo di quanto si poteva provare ad esternare ai tempi d’oro, senza fare nomi. Punto e basta. Certo, la soluzione narrativa non è affatto priva di errori e pecche dovute ad un trattamento forse troppo ellittico della sceneggiatura (mostrare un funerale, ad esempio, con tutti i risvolti del caso, avrebbe potuto consentire una più approfondita introspezione caratteriale del personaggio principale), ma resta il fatto che non si sta parlando di un brutto film, resta la convinzione in merito all’esistenza di infinite strade e metodiche alternative nella scelta di raccontare non tanto una storia quanto un insieme poco regolare di stati d’animo in continua ed imperterrita evoluzione. E resta, soprattutto, la necessità sempre più affamata di vedere un Paese affossato come il nostro, in cui i tagli al Fus sono all’ordine del giorno, maturare una nuova e solida concezione di spettatore che permetta un simile avvento, senza il quale film interessanti e validi continueranno ad essere distrutti senza riserve da occhi e animi ancora solidamente abituati a ciociare, pani e amori.

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