Alter Bridge, ‘Fortress’: la recensione del nuovo album

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La coprtina di ‘Fortress’ (foto via: truemetal.it)

Gli Alter Bridge sono tornati. Dopo il successo di ABIII e il conseguente tour mondiale, la band hard rock originaria di Orlando si era temporaneamente presa una pausa, durante la quale i quattro musicisti si sono dedicati a progetti musicali paralleli, su tutti la collaborazione di Myles Kennedy con Slash e il buon album solista di Mark Tremonti.

La scorsa estate la reunion, con l’inizio dei lavori di scrittura del quarto album in studio della band, intitolato Fortress, che esce nei negozi europei il 30 settembre, per la gioia del numerosissimo seguito di fan che gli Alter Bridge possono vantare. Fortress è un album che presenta fin dai primi minuti l’inconfondibile trademark della musica degli Alter Bridge: riffoni pesanti costruiti su ritmiche corpose alternati a ritornelli melodici, l’inconfondibile timbro vocale di Myles Kennedy e una produzione sapiente che unisce potenza ad un taglio easy-listening che ha rappresentato la fortuna commerciale degli Alter Bridge, una band in grado di accontentare sia gli amanti del rock duro che quelli del rock da classifica più orecchiabile.

Fortress si apre con Cry of Achilles: una introduzione acustica dal gusto folkeggiante spiana la strada ad un serratissimo riff spaccaossa che, seguendo lo schema tipico delle composizioni degli Alter Bridge, si apre in un ritornello di maggior respiro e melodia. Ben riuscito sia lo staccone di metà brano, con il tonante basso di Brian Marshall protagonista indiscusso, che lo sfoggio di tecnica da parte di Mark Tremonti nel bell’assolo finale.

Addicted to Pain, primo singolo estratto, si distingue per un massiccio riffone ai confini con il thrash metal (uno “scarto” del disco solista di Tremonti?) e per il consueto ritornello “aperto” dove Kennedy sfoggia la sua capacità canora fuori dal comune. Ancora una volta sopra le righe il serrato e tecnicissimo assolo di un Tremonti in grande spolvero. Si prosegue con Bleed it Dry, altro buon brano, pesante e travolgente come un macigno, dove il marchio di fabbrica degli Alter Bridge si manifesta chiaro dall’inizio alla fine. Con Lover si abbassano i toni: una delle semi ballate dal forte impatto emotivo che non mancano mai in un album di Tremonti e soci, nella quale spicca un Myles Kennedy sempre sul pezzo. Si prosegue con The Uninvited, altro brano massiccio in perfetto stile Alter Bridge, seguita da Peace is Broken, costruita su un riff tagliente e forte di un ritornello melodico e orecchiabile.

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Gli Alter Bridge (foto via: metalhammer.co.uk)

Calm the Fire inizia con un arpeggio acustico e una linea vocale in falsetto appena sussurrata: un apripista che lancia un brano dinamico e potente, anche se meno azzeccato rispetto ai precedenti. Waters Rising spicca per la presenza di Tremonti dietro il microfono in veste di cantante solista, con Kennedy a dar man forte durante i ritornelli: un ottimo brano che alterna riff distorti lanciati e pesanti con strofe cadenzate e guidate da un buon arpeggio di chitarra pulita. Farther than the Sun è uno dei brani più violenti dell’album, forte di riff precisi e un’attitudine inquietante nella strofa che sparisce poi, come di consueto, in un ritornello di maggior respiro costruito attorno all’ugola di un Myles Kennedy che sembra essere sempre perfettamente a suo agio. Da segnalare l’ennesimo ottimo assolo di chitarra di un ispiratissimo Tremonti.

Segue quindi Cry a River, una bordata costruita su riff veloce e tagliente coadiuvato da una ritmica serrata e compatta. All Ends Well è un brano cadenzato, profondo e costruito su una formula arpreggio e accordi, che lascia da parte i riff per un momento, e torna leggermente alle vecchie atmosfere dei Creed. La lunga titletrack Fortress, chiude il disco con maestria: un lungo brano che condensa tutto ciò che gli Alter Bridge sanno fare bene in termini di potenza, melodia, accelerazioni e ritmiche serrate e compatte.

Gli Alter Bridge sfornano un altro ottimo album, probabilmente il più pesante della loro discografia, dove tutti gli ingredienti che compongono la loro musica sono mescolati con efficacia in una ricetta molto ben riuscita soprattutto in termini di impatto e melodia. La formula non si differenzia molto dai precedenti dischi anche se la sensazione è che Myles Kennedy e soci migliorino album dopo album in termini di compattezza, lasciando per strada le influenze Creed-iane (molto presenti sui primi due dischi) e rinforzando sempre più la loro identità di band ben definita. Una produzione di altissima qualità rende i brani potenti, i riff feroci, senza per questo che la melodia ne venga penalizzata. Da segnalare come Mark Tremonti stia, nel corso degli anni, sempre più dimostrando le sue capacità con la sei corde, sia da ritmico che da solista, sottolineate da assoli al fulmicotone fantasiosi e precisi.

Come già scritto, la formula è quella tipica degli Alter Bridge, una band che ha generato un esercito di fan fedelissimi a fronte di molti denigratori: Fortress è un album che renderà felicissimi i primi ma che non farà in alcun modo cambiar idea ai secondi. Che piacciano o no gli Alter Bridge rappresentano comunque una delle realtà più solide e di successo che il panorama rock/metal odierno può offrire e Fortress non potrà far altro che accrescere ulteriormente il già vastissimo seguito di fan della band di Orlando.

Alberto Staiz

@AlStaiz

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