All’Italia manca la serietà di Attilio Piccioni

Attilio Piccioni (wikimedia.org)

Roma - Chi si ricorda di Attilio Piccioni? Era un esponente della Democrazia Cristiana che all’inizio del 1954 iniziò il suo mandato da ministro degli Esteri per il Governo Scelba. Incarico che però durò pochissimo. Sabato 11 aprile 1953, infatti, venne ritrovato a Torvaianica il corpo senza vita di Wilma Montesi, ragazza ventunenne scomparsa il 9 aprile precedente. Nel mese di maggio un giornalista scrisse che nella vicenda era coinvolto Piero Piccioni, figlio del politico. Alla fine l’accusa si rivelò essere senza fondamento, ma il ministro si dimise lo stesso visto che ormai era stato fatto il nome del figlio. Mercoledì 23 maggio l’ex presidente del Consiglio e leader del centrodestra Silvio Berlusconi è stato rinviato a giudizio per corruzione, uno dei reati più gravi che un politico possa commettere. Inutile dirlo, non si è dimesso nessuno.

In questo confronto fra Attilio Piccioni e il Cavaliere è racchiusa la differenza fra due epoche completamente diverse. Nell’Italia di Piccioni, un personaggio anche solo sfiorato (magari anche non personalmente ma attraverso un parente stretto come un figlio) da uno scandalo, non avrebbe mai e poi mai potuto fare politica. Nessuno avrebbe invocato la presunzione d’innocenza. Dei problemi giudiziari se ne dovevano occupare i magistrati, gli avvocati, i giudici e nessun altro. La politica doveva rimanere fuori dai tribunali semplicemente perché non era il suo campo. Il problema era solo ed esclusivamente di opportunità politica. Non solo, se un politico coinvolto in uno scandalo non si fosse dimesso dalla carica avrebbe offerto su un piatto d’argento ai propri avversari un motivo per attaccarlo. Ma avrebbe messo in enorme difficoltà anche il proprio partito. In alcuni paesi questa cultura è rimasta. Un bellissimo esempio è Ehud Olmert, che nel 2008 venne coinvolto in uno scandalo per cui venne indagato per corruzione. Non gridò allo scandalo ma si dimise da Primo Ministro di Israele così commentando la sua decisione: «Sono fiero di appartenere a uno Stato in cui un premier può essere investigato come un semplice cittadino. Un premier non può essere al di sopra della legge, ma nemmeno al di sotto. Se devo scegliere fra me, la consapevolezza di essere innocente, e il fatto che restando al mio posto possa mettere in grave imbarazzo il Paese che amo e che ho l’onore di rappresentare, non ho dubbi: mi faccio da parte perché anche il primo ministro dev’essere giudicato come gli altri. Dimostrerò che le accuse di corruzione sono infondate da cittadino qualunque».

Ehud Olmert (wikimedia.org)

Nell’Italia del Cavaliere, invece, è tutto uno scontro fra politica e magistratura. Per forza, i politici delinquono e non vogliono farsi processare. Ma la colpa non è certo del magistrato che fa il proprio lavoro. Sia chiaro, i politici italiani hanno sempre rubato. Anche ai tempi di Attilio Piccioni. Il problema è che adesso hanno smesso di vergognarsi quando vengono scoperti e i propri avversari e compagni di partito, invece di chiedere le dimissioni, fanno gruppo e difendono il politico in questione. Perché? Molto semplice, prima c’erano politici che potevano permettersi di chiedere le dimissioni dei propri colleghi coinvolti in uno scandalo perché loro erano puliti. Oggi, invece, nessuno può permettersi di chiedere le dimissioni di nessuno perché quasi tutti hanno qualche scheletro nell’armadio da nascondere.

Ma è solo colpa dei politici? No, troppo comodo. In un altro paese, anche se un politico coinvolto in uno scandalo non si dimettesse ma si proclamasse il più grande perseguitato della storia, alle elezioni successive quel politico non prenderebbe neanche un voto. In Italia invece i soliti noti (non solo Berlusconi) continuano a essere votati da milioni di persone. La differenza è che negli altri paesi esiste – al di là della sanzione penale di cui si devono occupare solo e soltanto i giudici e gli addetti ai lavori – una sanzione sociale. In Italia chi froda il fisco non è disprezzato in quanto fa pagare più tasse a chi le continua a pagare. Al contrario, è idolatrato. Forse la colpa più grande di Berlusconi è proprio questa: aver fatto passare il messaggio che essere un disonesto è un diritto. Forse se il centrosinistra avesse anche solo provato a mandare un messaggio diverso, magari ricordando la serietà di Attilio Piccioni, oggi l’Italia non sarebbe ridotta com’è.

Giacomo Cangi

foto: wikimedia.org; blogsicilia.it

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