Allerta Pakistan, lotta al terrore tra Stati Uniti e Cina

MILANO – La morte di Osama bin Laden ha avuto l’effetto di scompigliare la scena politica pakistana. Le tensioni da tempo latenti all’interno del paese ritornano in primo piano, in quanto il partito di governo del presidente Asif Ali Zardari, il Pakistan People Party, ha recentemente allargato le sue fila includendo nella maggioranza il rinnovato partito fondato dall’ex presidente Musharaaf, l’All Pakistan Muslim League, che mantiene i vecchi legami con alcune frange fondamentaliste.

Il nuovo assetto va ad aumentare la pressione sul governo che ora si trova ad affrontare oltre a quella esterna, in tema di terrorismo, anche quella interna da parte degli insistenti partiti religiosi, con cui la Muslim League ha saldi contatti. La situazione di disagio politico si è dispiegata con notevole chiarezza con la morte di Bin Laden. Il governo di Islamabad ha dovuto mostrare tutte le sue capacità contorsionistiche nel dichiarare la sua collaborazione nell’operazione americana, mostrando così che detiene il controllo del suo territorio, ma anche manifestare alcune riserve sulla conduzione dell’intervento per non urtare i settori più radicali della società.

Queste tensioni interne emergono in un quadro generale di attrito tra la Cia e l’Isi, generato già il 27 gennaio del 2011 con l’arresto a Lahore di Raymond Davis accusato di aver ucciso due agenti dei servizi pakistani.
Recentemente il governo di Raza Gillani ha diffuso una nota in cui autorizza le forze di difesa pakistane a utilizzare tutti i mezzi disponibili per eliminare il terrorismo, ammettendo di essere preoccupato per tale crescente minaccia interna, di cui fa parte anche il TTP, lo stesso gruppo che nel 2009 ha rivendicato l’attacco al comando delle forze pakistane a Rawalpindi, e che secondo testimoni (credibili?) fuoriusciti dall’Isi, sarebbe manipolato dalla Cia allo scopo di mettere a nudo i problemi di sicurezza dell’esercito pakistano, dando così modo agli Stati Uniti di giustificare il loro piano d’intervento per mettere in sicurezza le testate nucleari di Islamabad.

Ovviamente la leadership pakistana non ha reagito di buon grado a questo teorico intento americano, dichiarando che risponderà con la massima forza a interventi esterni sul suo territorio, forte anche del recente radicarsi dei suoi rapporti con Pechino, che ha offerto, oltre a vantaggiosi accordi commerciali e nuove centrale nucleari, anche 50 jet militari JF-17, e che ha dichiarato che ogni attacco al Pakistan sarà considerato come un attacco alla Cina, avvertendo così gli Stati Uniti di rispettare la sovranità terrirotiale pakistana. Nella stessa serie di incontri Wen Jiabao sottolinea i buoni rapporti tra i due Paesi, necessari a creare la pace nella regione, lodando l’operato di Islamabad nella lotta al terrorismo, e rinnovando il suo appoggio che viene offerto soprattutto per controllare la regione dello Xinjiang dove la minoranza Oigura, di fede musulmana, ha dato vita a proteste contro il regime di Pechino.

Anche l’ america ha dovuto, dopo le tensioni seguite all’uccisione di bin Laden nel compound di Abbottabad, riappianare i rapporti. Il Segretario di Stato Clinton ha dichiarato a Parigi che il Pakistan è un buon alleato contro il terrorismo e che è interesse strategico degli Stati Uniti continuare la patnership con Islamabad offrendo il loro aiuto per combattere il terrorismo in terrirorio pakistano.

Il Pakistan è un paese instabile e l’uccisione di Osama bin Laden ha solamente mostrato una realtà a lungo negata. Per quanto riguarda Al Qaeda è opinione diffusa che sia in crisi ormai da lungo tempo, troppo frammentata, priva di idee e di fondi. Il vero problema risiede nella crescita dei movimenti islamisti in tutto il Pakistan, la cui dialettica comprende elementi anti americani e anti indiani, a cui vanno a sommarsi gli attacchi terroristici che per l’appunto hanno lo scopo di destabilizzare ulteriormente il paese, mentre i grandi del mondo si offrono come difensori del suolo pakistano.

Gianluca Barbato


 

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