Allen Iverson e Tracy McGrady: l’Nba saluta due pezzi di storia

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Allen Iverson (basketinside.com)

A distanza di pochi giorni, l’Nba affronta il ritiro di due atleti profondamente diversi, eppure più simili di quanto le distanze esteriori possano lasciar apparire: Allen Iverson e Tracy McGrady. Due grandissimi talenti che hanno fatto sognare i tifosi americani, senza però mai potersi fregiare almeno una volta nella vita dell’anello di campione.

IVERSON – Uno di quei giocatori che non lasciano indifferenti, che non possono lasciare indifferenti. Per quel livello di empatia e simpatia (nel significato greco del termine) che riusciva a creare con il pubblico, per quel suo non mollare mai, per quel suo rialzarsi non una, non dieci, non cento non mille, ma ogni qualvolta qualche avversario più forte fisicamente di lui lo mandava a terra, a seguito di un contatto duro.

Allen è sempre stato un guerriero, ha sempre, sin da quando era bambino, lottato, contro la povertà in primis, per ottenere qualsiasi cosa e per cercare di aprirsi una strada. Il basket all’inizio neanche gli piaceva: dicono che non lo ritenesse uno sport da veri uomini, al basket preferiva il football. Fu la madre a spingerlo verso la palla a spicchi, forse preoccupata anche dall’impatto fisico che il piccolo Allen poteva subire giocando con la palla ovale.

Allen ha ballato ugualmente sulla corda del destino, rischiando di rovinare il tutto già prima di diventare quella super stella NBA che poi è diventato. Era una sera del 1993, il giorno di San Valentino, ma di romantico ci fu ben poco ad Hampton, Virginia. A seguito di una rissa in un bowling-pub Iverson scagliò in testa ad una donna una sedia, uccidendo la ragazza. Così dissero le cronache, nei fatti Bubbachuck dovette passare alcuni mesi in carcere nei quali resistette e temprò il suo animo.

Nel 1994 effettuò il commitment per gli Hoyas di Georgetown University e l’impatto con la NCAA fu subito positivo: in 2 anni  Allen si confermò una macchina da canestri incredibile a cui aggiunse un grande abilità nel rubar palloni. Il ragazzo infatti ci mise pochissimo a farsi notare agli occhi degli scouts della NBA, che nell’estate del 1996, in quello che per molti è il miglior draft NBA della storia, lo scelsero con la prima chiamata assoluta.

Furono i Philadelphia 76ers a sceglierlo preferendolo a gente del calibro di Ray Allen, Steph Marbury, Steve Nash, Jermaine O’Neal e soprattutto Kobe Bryant, allora appena 17enne. Anche a Philadelphia il trend si confermò lo stesso: i punti segnati non furono mai un problema attestandosi sin dal primo anno ad oltre 23 di media, ma per gli allenatori che si susseguirono la personalità di Allen ed il suo corretto posizionamento in campo furono sempre un problema.

Qualcosa cambiò con l’arrivo sulla panchina di Philadelphia di Larry Brown: Allen per la prima volta da quando era in NBA sentì la totale fiducia del suo allenatore e per davvero credette che quello che gli stava dicendo un santone del basket USA. Così diverso da lui come mentalità e disciplina, poteva portarlo al titolo: la stagione 2000-01 fu la sua migliore, quella in cui vinse meritatamente il premio di MVP della NBA e quella in cui portò i Sixers alla finalissima NBA contro i Lakers.

Il culmine fu in gara 1 della finalissima, a Los Angeles, con quei 48 punti sbattuti in faccia a Shaq, Kobe e soprattutto al povero Lue che in quella notte finì, suo malgrado, dal lato sbagliato della storia quando, ubriacato di finte da Iverson si vide segnare in faccia un canestro decisivo e venne letteralmente calpestato dall’ex Georgetown in quel momento in piena sindrome di onnipotenza.

Ma quello, si è detto, fu il culmine: da lì in poi il declino, lento ed inesorabile, coi Sixers che persero le finali 4-1. Negli anni successivi Allen si confermò uno scorer micidiale inanellando altri titoli di miglior marcatore della NBA (saranno 4 a fine carriera) ma non riuscirà più ad accedere alle finali ed anche le Olimpiadi a cui partecipò (2004) furono quelle in cui Team USA non riuscì a centrare la vittoria.

Nel 2006 i Sixers cedettero Iverson ai Nuggets. A Denver in coppia con Anthony si videro solo in parte le grandi potenzialità  di questo duo. Tralasciamo per motivi ben noti la parentesi turca e quella brevissima a Memphis. Ora Allen non naviga in buone acque, ha sperperato tantissimi soldi e fatica a pagare gli alimenti alla ex moglie. Triste fine per un giocatore che si è sempre rialzato e che ora sembra essere stato davvero messo KO dai suoi demoni.

Tracy McGrady (contropiede.net)

McGRADY - Descrivere McGrady senza rammarico ed amarezza è difficile, per colpa di  quella maledetta frase che risuona imperante ogni volta che si pensa a lui: “cosa sarebbe potuto diventare se…”. Una frase tanto ovvia quanto crudele, che fotografa bene uno dei più grandi talenti degli ultimi 30 anni. Un 2,03 metri dotato di braccia interminabili, atletismo, e coordinazione spaventose ed un talento per il basket con pochi eguali.

McGrady sul campo da basket sapeva fare tutto, poteva cambiare radicalmente la partita in pochi secondi e trascinare di pura onnipotenza cestistica la sua squadra dalla sconfitta ad una vittoria insperata. Tutto questo se avesse deciso che era ora di fare sul serio, che era il momento di accendere la lampadina. McGrady, lontano cugino di Vince Carter,  nacque nel 1979 a Bartow, in Florida, ed iniziò a strabiliare compagni ed avversari sin dai tempi del liceo, il Mount Zion HS, in cui vinceva le partite a piacimento e dava la netta sensazione di esser un marziano tra i bambini, scegliendo già allora come e quando accendere la luce.

Nella primavera del 1997, al termine del liceo, McGrady decise di seguire le orme di Garnett e Bryant e si dichiarò per il draft NBA dove, con la nona chiamata assoluta fu scelto dai Toronto Raptors. La vita per il giovane Tracy agli inizi non fu così semplice ed il salto triplo dal liceo alla NBA si fece sentire. Non era un tipo molto espansivo e quando non si allenava ne approfittava per dormire, da qui il suo soprannome “the big sleep”.

Come Kobe, anche T-Mac chiuse il primo anno a poco meno di 8 punti a partita, ed anche al secondo anno le cifre non furono sfavillanti. L’anno dopo, il 1999-2000 è quello in cui la lega si accorge di McGrady e quello in cui lui, oltre ad arrivare secondo, dietro a Carter, nell’ormai legendario slam dunk contest all’All Star Game di Oakland, inizia a sciorinare basket e giocate di alta spettacolarità.

Il ragazzo stava iniziando a spiegare le ali non solo sul campo ma anche nella realtà,  quando nel 2000, con sua grande gioia, fu ceduto agli Orlando Magic ereditando la maglietta numero 1 che un tempo fu di Penny Hardaway, giocatore da sempre molto stimato da McGrady. Gli anni ad Orlando furono i migliori della sua carriera.

In quegli anni (2000-04) ogni sera si aveva la netta sensazione che, se solo avesse voluto un minimo di più, sarebbe potuto esplodere in performances da 60 o più punti, proprio come successe il 18 marzo 2004 contro i Washington  Wizards: 62 punti ed un dominio totale sul campo. Nel 2004 decise di abbracciare il progetto dei Rockets e di trasferirsi a Houston per formare con il centro Yao Ming quella che, nei piani dei texani, doveva diventare la coppia più devastante dell’epoca moderna.

Purtroppo le cose non andarono esattamente come i tifosi dei Rockets si aspettavano e la coppia si trovò a giocare assieme pochissime volte a causa di una lunghissima ed interminabile serie di infortuni alternati. I tifosi giallorossi hanno però potuto dire “io c’ero” quando, in una magica notte del mese di dicembre 2004, il loro fuoriclasse mise a segno 13 punti in 35 secondi contro nientemeno che i San Antonio Spurs, nel classico derby texano.

McGrady, da leader o uomo di punta della sua squadra, non andò mai oltre il primo turno di playoffs, quando era in campo. Nella stagione 2009-10 gioca poche partite ai Rockets a causa di quella schiena che lo ha tanto frenato durante la sua carriera e così nel febbraio 2010 viene ceduto ai Knicks, e con questa cessione dire termina il McGrady per come lo abbiamo imparato a conoscere: da qui in poi sarà riserva di lusso.

New York, Detroit, Atlanta e l’anno scorso prima la Cina e poi di nuovo NBA con i San Antonio per provare almeno a regalarsi la soddisfazione del titolo furono le ultime tappe  della sua carriera. Ma tutto fu vano e quel che ci rimane è ricordare un altro ex fantastico giocatore che, se volontà e schiena l’avessero permesso, avrebbe dato sicuramente molto più filo da torcere a Bryant, Duncan e James.

Edoardo Orlandi

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